lunedì 11 agosto 2014

Mistici, Santi e Animali


Essi, per i meriti della redenzione, situandosi nella originaria condizione di innocenza, sono, infatti, artefici dell’auspicata riconciliazione di tutti gli uomini con tutte le creature.
L’idea che la pace di Cristo si irraggia nel mondo animale e che la pace con gli animali sia segno della presenza di Dio in questo mondo è radicata fermamente nella tradizione cristiana; la comunione tra uomo e creato, quindi, diventa tratto essenziale della santità. «L’umile è in pace con l’universo intero. […] Gli animali avvertono la sua umiltà perché dal suo corpo emana quel profumo che essi avevano sentito in Adamo prima della trasgressione».
Nei più antichi gherontikà si trovano racconti di asceti, taumaturghi di animali, che vivevano in pace con essi e piangevano alla loro morte; ancora oggi, sul Monte Athos, si incontrano monaci che non uccidono alcun animale e che convivono pacificamente con tutte le creature. «Di fatto, l’ascetismo si accompagna alla rottura della propria volontà, per cui l’uomo non si pone più al centro della creazione».
Tra i santi canonizzati della chiesa ortodossa, il monaco russo Silvano del Monte Athos, è tra coloro che innalzano la propria preghiera per ogni animale, per ogni pianta. L’amore che si nutre per Dio, dice Silvano, fa nascere l’amore per tutte le creature: «Colui che veramente ha imparato l’amore di Dio versa lacrime per il mondo intero». Scrive Isacco di Siro: «Cos’è un cuore compassionevole? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie. […] Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E per questo [chi ha un tale cuore] offre preghiere, con lacrime, in ogni tempo». San Macario, per guarire tre cuccioli, prega «“Tu che hai cura di tutto, nostro Signore Gesù Cristo, tu che possiedi tesori di sovrabbondante misericordia, abbi pietà della creatura che hai creato”». «Dissi queste parole – racconta – piangendo alla presenza del mio Signore Gesù Cristo, stesi la mano e feci su di loro il segno di salvezza della croce che li guarì».
Quella che i santi spingono a praticare è l’idea che si deva vedere la creazione dal punto di vista di Dio e non dal punto di vista umano; solo Dio e non l’uomo è la misura di tutte le cose.
San Francesco, amante e amato da ogni creatura, «persino per i vermi sentiva grandissimo affetto, perciò si preoccupava di toglierli dalla strada, perché non fossero schiacciati dai passanti». A tutti gli animali, ai quali caldamente raccomandava di non lasciarsi catturare, di fuggire i pericoli e di mantenersi fedeli al proprio stato naturale, Francesco si rivolge «col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro».
La stima di Francesco verso gli animali non è semplicemente estetica, ma ontologica: egli sa che in qualsiasi modo le creature appaiano, esse hanno la stessa importanza agli occhi di Dio.
Ogni animale che Francesco chiama, esorta, nutre, non è un animale, è quell’animale; ognuno diverso da ogni altro, come fosse una persona umana. Ritenendoli, infatti, fratelli e sorelle, perché figli tutti dello stesso “Padre nostro”, egli ammonisce: «Tutte le creature che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la sua natura, servono e conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te, o uomo». Da questo cuore, così puro e trasfigurato, sgorgherà il Cantico delle creature, capolavoro di poesia mistica nel quale tutte le creature vengono nobilitate alla loro funzione più alta: lodare e glorificare il Signore.
Anche San Martino de Porres «parlava con gli animali come si parla con esseri intelligenti e ne era ben capito. Cani, gatti, buoi, topi conobbero la sua carità e istintivamente si rivolgevano a lui, non solo per ricevere il cibo, ma anche per curare le loro ferite e malattie». San Martino sarà il primo a costruire una vera e propria clinica veterinaria.
S. Giovanni della Croce, invece, che distingue tra unione sostanziale, «che sussiste tra le creature e il creatore», e «unione e trasformazione dell’anima in Dio, che non si verifica sempre, ma solo quando viene ad esservi somiglianza d’amore», osserva che, chi vive a partire dal suo centro interiore, è portato a considerare la creazione come espressione del divino mistero, la vede con lo sguardo di Dio, non più razionalmente, ma come luogo impregnato dalla divina presenza, desiderando per essa l’approdo all’armonia con cui era stata pensata, come una sinfonia del Creatore. Il mistico, perciò, per Giovanni della Croce, «intuendo nell’intimo che tutto ha un significato, intravede quell’integrazione cosmica che è la meta del piano divino».
Nel ritorno di tutto il creato, attraverso Cristo, all’unico Padre anche gli animali parteciperanno della gloria del Redentore risorto: una verità, questa, anticipata dai miracoli di risurrezione, opera esclusiva di Dio, del passero di San Filippo Neri, del cane di San Martino de Porres, dell’agnello e della trota di San Francesco di Paola e di molti altri. Annota Padre Felice Rossetti: «Riflettendo sulla pacifica collaborazione degli animali con i santi, si constata come, allo sguardo attento di questi ultimi, gli animali testimoniano la munificenza e la provvidenza divine, proponendo l’imitazione delle virtù di cui sono adornati: l’umiltà e la semplicità, la mitezza e la fedeltà, la sopportazione e la dedizione, il silenzio e la parsimonia, la giustizia e la carità». Tutte le creature sono chiamate a far parte dei “benedetti dal Padre mio”, in quanto scaturite dall’unica radice del suo infinito Amore.

{Fonte: promiseland.it}