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mercoledì 20 maggio 2015

Il fascino di Gesù - Antonio Socci


Seguendo il percorso di Karl Adam nel volume “Gesù il Cristo” (Morcelliana), cerchiamo di “mettere bene in luce e di fissare con esattezza storica tutti i dati nettamente controllabili che riguardano la figura storica di Gesù, il suo aspetto psicologico, la sua vita e la sua struttura intima, la sua molteplice attività sulla scena della storia”.

Perfino Nietzsche – ed è tutto dire - ammirò Gesù: “Ha volato più alto di chiunque altro”. Ma chi è precisamente quest’uomo che da duemila anni affascina il cuore degli uomini. I Vangeli, quattro piccoli libri scritti con stile asciutto, sobrio, giornalistico, sono un resoconto fedele dei fatti che lo riguardano. Lì sono riportate le genuine testimonianze di chi c’era, di chi ha visto con i propri occhi, toccato con mano.

Allora, seguendo il percorso di Karl Adam nel volume “Gesù il Cristo” (Morcelliana), cerchiamo di “mettere bene in luce e di fissare con esattezza storica tutti i dati nettamente controllabili che riguardano la figura storica di Gesù, il suo aspetto psicologico, la sua vita e la sua struttura intima, la sua molteplice attività sulla scena della storia”. Facciamoci “un’idea chiara e ben definita dell’impressione lasciata da Gesù nei suoi discepoli e nei suoi contemporanei”.

Com’era Gesù?

 C’è un fatto immediato, evidente a tutti, fin dal primo impatto. “La fisionomia esteriore di Gesù doveva esercitare un fascino irresistibile. Un giorno una donna del popolo si lasciò sfuggire, incontenibile, questo grido di lode: ‘Beato il grembo che t’ha portato e il seno che ti ha nutrito’ (Lc 11,27). Gesù rispose correggendo: ‘Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio’ (11,28). Tale risposta lascia intendere che la donna aveva di mira non solo i pregi dello spirito, ma anche quelli del corpo di Gesù”.

Scorrendo il resoconto dei Vangeli ci si accorge bene che “quell’impressione di forza che subito, al primo apparire, Gesù esercitava sul popolo, specialmente sui malati, sui peccatori, sulle peccatrici, era prodotta sì dalle sue forze spirituali, ma certamente, in parte almeno, doveva essere un effetto del suo aspetto affascinante che trascinava le folle”. Innanzitutto colpivano i suoi occhi, lo sguardo. Non a caso Marco, nel riferire ogni detto importante di Gesù, usa la formula: “Ed Egli li fissò e disse”.

Marco parla spesso degli occhi di Gesù perché riflette il racconto che aveva ascoltato da Pietro e Pietro non ha più potuto dimenticare quello sguardo. Fin dal primo incontro con quell’uomo. Doveva essere un’esperienza impressionante incrociare i suoi occhi se perfino Pilato, di fronte a questo imputato silenzioso, uomo straziato nelle carni, che è in suo potere, resta come soggiogato dal suo sguardo, dal suo fascino, dalla sua calma, dal suo mistero. E il governatore romano, che era così cinico e sprezzante, è insicuro, quasi intimidito, davanti a lui.

Oltre allo sguardo, va sottolineata, dice Adam, “l’impressione prodotta dal portamento sano, vigoroso, equilibrato di Gesù”. Stando ai fatti dei Vangeli si capisce che “doveva essere un uomo avvezzo alla fatica, resistente, sano robusto. E già per questo Egli si distingueva da altri celebri fondatori di religioni”. La sua vita pubblica è un continuo peregrinare per vallate e monti e deserti. Spesso i suoi, che lo seguono, lamentano la fame e la sete, sotto il sole del deserto. Notevole, osserva Adam, “la sua ultima salita da Gerico a Gerusalemme… sotto la sferza del sole su sentieri senza ombra, attraverso ammassi rocciosi, nel deserto, dovette compiere una marcia di sei ore in salita, superando un dislivello di oltre mille metri. Ciò che meraviglia è che Gesù non si stanca. Alla sera stessa prende parte a un convito preparatogli da Lazzaro e dalle sue sorelle (Gv 12,2)”.

Fisicamente l’uomo della Sindone corrisponde perfettamente a questo identikit: prestante, alto, sano. E’ un uomo che nei due anni e mezzo della sua missione vive perlopiù all’aperto, sotto tutte le intemperie. Per centinaia di notti “non ha dove posare il capo”, si riposa accanto ai gigli del campo e agli uccelli dell’aria che amerà portare ad esempio. Un uomo che fin dall’inizio si trova assediato da grandi folle cosicché Marco dice che spesso “non aveva neppure il tempo per mangiare”, “fino a notte fonda andavano e venivano i malati” (Mc 3,8) e lui aveva compassione di tutti. Dopo un miracolo fatto di sabato – che dunque farà molto discutere – va sull’altra riva del lago, ma in molti lo seguono pure là. Il Vangelo allora dice che Lui “guarì tutti” cioè guardò tutti, capì tutti, prese sul serio tutti. Sottoposto a questa defatigante missione a volte crolla di stanchezza.

Come quella volta, sulla barca: si addormentò mentre il legno di Simone attraversava le acque calme del lago. Poi di colpo l’arrivo di uno di quei tremendi “cicloni” improvvisi che, dalle gole orientali, si scatenano sul lago di Tiberiade, mandando a picco – ancora oggi - tante barche di pescatori. Simone e i suoi, che pure sono esperti, vengono presi dal panico, sanno che di lì a pochi minuti potrebbero essere risucchiati dai gorghi. Concitati svegliano Gesù e lui subito “si ritrova e domina la situazione. Tutto questo mostra quando fosse lungi dall’avere un temperamento eccitabile, nervoso. Invece Egli era sempre padrone dei suoi sensi, era insomma perfettamente sano”.

Ma chi è – si chiedono sgomenti i suoi – uno che può comandare perfino alla tempesta? Colpisce anche “la straordinaria chiarezza del suo pensiero”, la “virile fermezza nell’eseguire la volontà del Padre”, basti vedere la sua reazione in tre passi in cui i suoi tentano di “indurlo ad abbandonare la via della Passione che Lui aveva scelto irrevocabilmente”. “Gesù è l’uomo dalla volontà chiara, dall’azione sicura e decisa” “in tutta la sua vita non si trova un solo istante in cui si mostri indeciso e pensieroso sul da farsi”.

Adam osserva che pur essendo mite e umile “Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Per lui l’eroismo è la regola” ed esige da chi lo segue coraggio e decisione. Parla con semplicità, con piccole storie tratte dalla vita di tutti i giorni, tutti lo comprendono, e tuttavia manifesta un’autorevolezza che nessun altro ha. Quando i suoi contestatori provano a metterlo in contraddizione, vengono sbaragliati. “Nessuno osa resistergli”, “ha un carattere regale”, gli stessi suoi amici, a cui Lui vorrà lavare i piedi come un loro servo, invitandoli a fare lo stesso, avevano un “timore reverenziale verso il Maestro”. Pur essendo sempre inerme, rifiutando ogni violenza, perfino per legittima difesa, era come temuto dai nemici. Addirittura la squadraccia armata che va ad arrestarlo di notte ha un momento di sbandamento davanti alla forza che manifestano le sue parole: “sono io, lasciate stare loro”.

“Era uno che possedeva un potere superiore”. Non era solo l’impressione di superiorità, di potenza dominatrice che traspariva dal volto di Gesù, ma il suo potere concreto su tutto. Sulla tempesta, sui demoni, sulle malattie. Un giorno un padre concitato lo supplica di andare da lui perché la sua bambina sta morendo. Quando arriva Gesù la piccola è già spirata e giace sul letto inerte. Troppo tardi. Ma Gesù si china accanto a lei, le prende una mano e le dice: “Talita Kum” (che significa: “agnellino, alzati”). E la bambina torna in vita nello sconcerto dei presenti. Non c’è solo la potenza, ma la tenereza di quell’espressione: “agnellino”. Un uomo così non si è mai visto. Così potente e così buono.

“Egli amava la solitudine”, eppure stava volentieri fra gli uomini, ha simpatia per loro (perfino per i pagani, cosa rivoluzionaria) , specialmente quando sono peccatori, prostitute, pubblicani. Lui che era così puro non li disprezza, ma ne ha profonda compassione, dà loro calore, forza, luce e così scandalizza gli osservanti. Gesù invita tutti a seguire e ad amare lui, cambiando vita. Lui rivendica il potere di perdonare (e perdona tutti, sempre). Un potere che era solo di Dio. Lui si pone addirittura al di sopra della Legge e del Sabato. Nessuno poteva farlo, se non Dio solo.
Romano Guardini, nel libro “La realtà umana del Signore” (Morcelliana), va più in profondità. Dai Vangeli, dice, emerge “una figura di sconvolgente grandezza e incomprensibilità”.

Il suo vero “segreto”

Guardini si chiede “che impressione fa in complesso la figura di Gesù se la confrontiamo con grandi figure dell’Antico Testamento come Mosè ed Elia? Innanzitutto quella di una grande calma e mitezza… L’impressione che la figura di Gesù fece ai suoi contemporanei è stata evidentemente quella di una persona che possedeva una forza misteriosa. Secondo il resoconto evangelico gli uomini che lo vedono restano colpiti, anzi profondamente scossi dalla sua presenza”.

Calma e sicurezza. “In Gesù non si trova alcun indizio di esitazione o di dubbio nel pensiero, di timidezza o di riservatezza dovuta a suscettibilità per le offese o a passività di fronte agli avvenimenti… In Gesù c’è una umanità meravigliosamente pura… Egli è capace di portare la persona alla coscienza perfetta e alla realizzazione di quello che significa essere uomo… appartiene essenzialmente alla figura di Gesù la mancanza di ogni stranezza ed anomalità”.

Le sue stesse parole appaiono molto sobrie, misurate, ma “la sua volontà è fortissima. Tuttavia è pieno di rispetto per la volontà umana. Mai Gesù le fa violenza. Egli possiede il perfetto accordo di tutta la sua persona, non ha paura ed è pronto a tutte le conseguenze. Nello stesso tempo Egli è calmo, senza fretta, senza alcuna premura, non c’è in Lui né angoscia, né inquietudine, né un affanato agitarsi… la sua serenità e pacatezza non ha nulla di simile al fatalismo”. Da cosa è determinata in lui “l’assenza di ogni paura”? Non solo dal temperamento: è una cosa sola con Colui che tutto crea e tutto domina.

“Egli va verso gli uomini con cuore aperto. Sta quasi sempre insieme con loro… è pieno di un inesauribile desiderio di aiutare…”. “Egli ha compassione per il popolo e le sue sofferenze, lo guarda con affetto”. Se malati e sofferenti si rivolgono a lui in massa, se i bambini gli vanno così incontro è perché sentono la sua “calda simpatia”, la sua accoglienza. “In tutto ciò non c’è nulla della calma atarassia di uno stoico o dell’avversione per il mondo di un Buddha. Gesù è pieno di vita e di umana sensibilità…”.

“Gesù dà sempre l’impressione di essere infinitamente di più di quello che appare, di potere di più di quello che Egli fa, di sapere di più di quello che dice”, “in Gesù non si trova affatto malinconia che è una forma diffusissima della patologia religiosa”. “Gesù non è nemmeno un visionario… Egli dà l’impressione di una perfetta e completa salute”. Anche nella tentazione di Satana è un caso unico: non deve fare nessuno sforzo per resistere, “Satana contro di lui è impotente”. Lo dice lui stesso: “il principe del mondo non può nulla contro di me” (Gv 14,30). E’ inattaccabile. Eppure questa “persona divinamente sicura è piena di vita, è in tutto umana”.

Così coloro che vivono con Lui o che lo incontrano nelle piazze, nei villaggi, nelle sinagoghe, sempre più si domandano: “ma chi è veramente quest’uomo?”.


Luigi Giussani (“All’origine della pretesa cristiana”, Rizzoli) traccia questa traiettoria. Innanzitutto c’è la scoperta di “un uomo senza paragone”. La gente starebbe delle ore a guardarlo parlare, affascinati da tutti i suoi gesti, le sue espressioni, il suo volto, il suo modo di guardare negli occhi tutti. I Vangeli fanno capire che spesso, anche dopo ore, nessuno va via, anche quando si fa tardi.

Lui sa leggere nel segreto di tutti i cuori (come scopre la samaritana al pozzo), così che tutti crollano davanti a lui. “La sua intelligenza sventa ogni tentativo di coglierlo in fallo”. Come quando gli portano la donna colta in flagrante adulterio, che per la legge doveva essere lapidata: “Chi di voi è senza peccato….”. Uno così non si era mai visto. Un giorno entrando in un villaggio s’imbatte in un corteo funebre ed è toccato dal pianto di quella madre, le si avvicina e le dice: “donna, non piangere…” E dopo questo gesto di tenerezza le restituisce il figlio vivo. “E’ difficile” commenta Giussani “che una persona potente sia veramente buona”. Ma lui è così. E’ una meraviglia mai vista sulla terra. E’ l’essere umano che ciascuno desidererebbe incontrare nella vita.

Eppure, dicono i suoi contemporanei, si sa da dove viene, si conoscono i familiari, pure i nemici si sono informati bene su di lui. Ma tale è la sua eccezionalità che ci si chiede chi sia veramente. Anche fra i suoi amici che ogni giorno gli vedono compiere quelle cose cresce sempre di più la sensazione che egli sia un mistero inafferrabile. Finché lui si rivela apertamente: “prima che Abramo fosse, Io Sono”.

Una pretesa inaudita. Una bestemmia, per i suoi nemici. E, va detto, un caso unico nella storia. Come si può davvero credere che il figlio del falegname di Nazaret sia l’Eterno, l’Onnipotente, Colui che ha disegnato il corso delle galassie e dei millenni? Si può solo accettare la sua sfida: “viene e vedi”. Andargli dietro per capire. Anche oggi è possibile. I cristiani ogni giorno – oggi – gli vedono compiere opere immense e davanti a questa evidenza carnale, di Lui vivo e operante nel 2005, il pesantissimo attacco scatenato negli ultimi due secoli contro la storicità dei resoconti evangelici appare risibile. La prova che è davvero risorto sta nel fatto che lo si può vedere oggi operante, vivo.

Le scoperte su di Lui

D’altra parte anche le più recenti scoperte archeologiche e storiche (dal 7Q5 di Josè O’Callaghan ai lavori di Jean Carmignac, dalle “ridatazioni” di Robinson e Tresmontant alle ricerche di Carsten P. Thiede, per dirne solo alcune), oggi confermano che i vangeli furono scritti da testimoni oculari, a ridosso degli eventi e circolavano pubblicamente quando ancora erano viventi gli avversari di Gesù che avrebbero potuto contestare quelle notizie (a cominciare dal ritrovamento della tomba vuota).

Lo straordinario volume di Josè Miguel Garcia La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli (Rizzoli, pp. 246, e 9.50) aggiunge oggi altre scoperte straordinarie. Per esempio ha trovato addirittura che in due passi della seconda lettera ai Corinzi, scritta prima dell’autunno del 57 d.C., san Paolo parla di un Vangelo già scritto e circolante fra le comunità e cita espressamente Luca come il suo estensore. Due secoli di farneticazioni moderniste spazzate via.

Garcia, esponente della cosiddetta “scuola di Madrid”, lavora da anni alla retroversione del testo greco dei Vangeli in aramaico, la lingua originaria e parlata da Gesù. In Spagna sono già usciti più di una decina di volumi che raccolgono i risultati di questo imponente lavoro. Il libro della Rizzoli ne propone una sintesi divulgativa. Lo scopo era il chiarimento di quei passi che nel greco dei Vangeli risultano oscuri o contraddittori e che sono stati usati polemicamente contro la Chiesa.

Questi studiosi spagnoli dimostrano che spesso ci troviamo di fronte a traduzioni inesatte. Si scopre per esempio che secoli di speculazioni sui “fratelli di Gesù”, con cui si era messa in discussione la dottrina della Chiesa, non hanno ragion d’essere: sono sempre gli apostoli e i discepoli a essere definiti “i fratelli di Gesù”. Sotto il greco si recupera anche l’esattezza dei resoconti. Per esempio sui miracoli che in certi casi – come quello dell’indemoniato di Gerasa - erano contestati a causa dell’imprecisione del testo greco. D’altronde che Gesù impressionasse tutti per i suoi straordinari miracoli è storicamente certo perché viene attestato pure dalle insospettabili fonti ebraiche (raccolte nel Talmud di Babilonia). Un’altra delle balordaggini propalate dalla “critica storica” è l’idea per cui Gesù si sarebbe aspettato una fine del mondo imminente, nella sua generazione, sbagliandosi clamorosamente. Si cita Mc 9, 1, oltretutto interpretando male l’espressione “Regno di Dio”. Josè Miguel Garcia svela l’equivoco e confuta i critici.

C’è un altro passo cruciale dei Vangeli che ha dato occasione a infinite polemiche, soprattutto dei protestanti: l’episodio di Cesarea di Filippo quando Gesù chiede: “chi dice la gente che io sia?”. Poi lo chiede ai suoi e Pietro – ispirato dallo Spirito Santo – confessa la sua convinzione: Tu sei il Figlio di Dio. E’ così che Gesù dà a Pietro l’investitura, il primato. Ma curiosamente il racconto evangelico si conclude con un versetto strano: “e impose loro severamente di non dire questo di lui a nessuno” (Mc 8, 30).
Un versetto che ha fatto strologare molti sul fantasioso “segreto messianico”, ma che – ricostruito nell’originale aramaico – dice tutt’altro: “E impose loro severamente di vedere sempre in lui (in Pietro, ndr) il Figlio dell’Uomo”.

Una sottolineatura clamorosa, come si vede, della missione di Pietro. A proposito del “segreto messianico” secondo cui “Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia”, anche dal lavoro di Garcia si evidenzia l’inconsistenza di questa invenzione. Emerge chiaramente, infatti, che Gesù non solo sapeva di essere il Messia, il Cristo, ma fa comprendere pian piano ai suoi e a chi lo ascolta che egli è Dio stesso. Alla fine lo dice apertamente ai suoi stessi nemici. E’ questa infatti l’inaudita pretesa, la bestemmia per cui fu arrestato e processato: perché, dicevano i suoi accusatori, “tu, che sei uomo, ti fai Dio…” (Gv 10, 33). Ed era vero.
Ma le pagine più toccanti del libro di Garcia sono quelle sull’ultima cena, quando Gesù dice, nella traduzione attuale: “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia Passione”.

Secondo Garcia l’originale aramaico è ancora più vertiginoso: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale quando ero lontano da voi, lontano dalla mattina del mio venire incontro al patimento. Poiché vi dico: Quando io sarò mangiato come lui (= come questo agnello pasquale), il regno celeste di Dio giungerà alla sua pienezza”.

Qui “Gesù designa la sua incarnazione: la sua venuta incontro alla morte”. E nelle prime parole si coglie “il desiderio di Gesù, già nella sua esistenza celeste” di “andare incontro alla morte” per instaurare il Regno di Dio e “sconfiggere il regno di Satana”.

Una profondità simile hanno anche le parole che Gesù pronuncia dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro “la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevette sul calvario” (è la santa messa dei cristiani).

Il testo aramaico dunque restituisce, con potenza ancora maggiore, il desiderio di Gesù di morire per la salvezza di tutti gli esseri umani, la sua volontà fortissima di subire su di sé tutta lo scatenarsi di Satana per liberare gli uomini. Ecco perché, nel resoconto delle torture e della passione, Gesù appare così determinato a subire ogni atrocità, ogni umiliazione, fino in fondo, e sembra voler resistere fino in fondo perché nulla gli sia risparmiato. Vuole bere fino in fondo questo straziante calice di sofferenze e crudeltà. Senza un lamento, senza un solo gesto di difesa dai colpi, dagli sputi, dai flagelli. Fino all’ultimo istante si rivela questo essere immenso, sublime, unico. Impossibile non amarlo. Per gli uomini di tutti i tempi. 

Il referto quasi fotografico di quella macellazione finale dell’agnello, dove la vittima non avrà più un centimetro di carne che non sia stata piagata, è la Sindone di Torino. E proprio dalla retroversione in aramaico di Garcia si scopre una straordinaria conferma della Sindone. Le traduzioni correnti dicono infatti che dalla croce “presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende” (Gv 19,40), ma l’originale aramaico recita: “presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in una doppia tela di lino”. E’ l’esatta descrizione della Sindone. Guardando quell’immagine tornano in mente i versi di Pedro Calderon de la Barca:

“La tua voce ha potuto intenerirmi
La tua presenza trattenermi,
E il tuo rispetto commuovermi.
Chi sei? (…)
Tu, solo tu, hai destato (…)
L’ammirazione dei miei occhi,
la meraviglia del mio udito.
Ogni volta che ti guardo
Mi provochi nuovo stupore
E quanto più ti guardo
Più desidero guardarti” .

{Fonte: http://www.internetsv.info/}

Da "Gesù il Cristo" - Karl Adam

Tutto il suo essere e il suo vivere è, in tutto e per tutto, unità, decisione, lucidità: pura chiarezza, pura verità. Lasciava tale impressione di veracità, di lealtà, di rettitudine e di forza che neppure i suoi nemici potevano sottrarsene: Maestro, noi sappiamo che tu sei veritiero e non hai paura di nessuno.
Proprio qui, in questa unità, in questa rettitudine, chiarezza del suo intimo sta la spiegazione psicologica della sua lotta a morte contro i farisei, contro i sepolcri imbiancati, contro quei rappresentanti di tutto ciò che è falso, basso, puramente esteriore, di ciò che rende intollerabile la religione e la vita. Tale condotta gli ha aperto la via della croce…
Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Tale senso d’eroismo, tale assoluta dedizione della vita alla verità conosciuta, egli esige anche dai suoi discepoli. Per lui l’eroismo è la regola. Al giovane ricco che ha osservato tutti i comandamenti, manca ancora una cosa: 'Va’, vendi tutto, poi seguimi'.




La sostanza della fede cristiana e qualcosa di completamente nuovo nella storia: per questo, in nessun modo, può essere considerata come creazione umana, o come espressione prodotta dalla fede della stessa comunità cristiana.
Sarebbe, per sé, certamente pensabile che la forza della leggenda o della pia credenza, oppure il culto entusiasta di un eroe, o, se si vuole, una consapevole arte letteraria, possa giungere ad innalzare e a glorificare talmente un personaggio puramente umano, da fame una divinità. In questo caso, un processo puramente naturale e spontaneo, oppure voluto dall'arte, avrebbe dato origine all'apoteosi d'un essere puramente umano. Ma sul terreno delle concezioni cristiane, non v'era posto per tale apoteosi.
Infatti nella fede nel Cristo non v'e indizio di glorificazione progressiva, non si tratta già della divinizzazione d'un essere puramente umano, ma piuttosto della professione di fede religiosa in un essere che è e rimane integralmente, completamente, nettamente uomo. Il mistero di tale fede sta appunto in questo: nel fatto che questa integra e completa natura umana e unita personalmente con la divinità.
Il nucleo centrale della fede cristiana sta proprio in questo paradosso: «Un uomo completo e vero, e, nondimeno, Figlio di Dio! ».
Proprio per questo mancava agli evangelisti, agli apostoli e alla loro comunità di fedeli qualsiasi stimolo dogmatico per glorificare, per innalzare comunque fino alla divinità la figura umana di Gesù.
Il loro interesse dogmatico invece converge piuttosto verso la bassezza dell'umanità, verso il fatto che quest'uomo, Gesù, proprio come noi è nato e muore, proprio come noi soffre fame e sete, proprio come noi e afflitto e piange.
Nella storia delle religioni manca qualsiasi parallelo ad una fede siffatta che crede all'integra umanità del Figlio di Dio. In quelle religioni in cui frequentemente accadono delle divinizzazioni, troviamo che l'elemento umano viene dal divino e scompare in esso. Quando Antinoo, favorito dell'imperatore Adriano, morì affogato nel Nilo, fu subito adorato come trasfigurato in Osiride. Non altrimenti accadde nel culto di Simone, di Menandro e di Eichasai.
Il risultato della metamorfosi non era un uomo-dio, ma solo la divinità, la pienezza della divinità. I Kyrioi delle comunità unite per la celebrazione dei misteri pagani non stanno affatto, come il Verbo fattosi uomo, tra Dio e gli uomini, Essi non sono la via che conduce al Padre, i mediatori. Essi stessi sono l'apparizione della divinità. Per questo lo scopo fondamentale cui tendeva la mistica pagana della salvezza non consisteva nell’unione dell'essere col mediatore, al fine di raggiungere per mezzo suo la divinità, ma consisteva nella divinizzazione del mistero in senso assoluto. Il consacrato stesso diventa Iside o Mitra.
Per tale divinizzazione mancava al Cristianesimo qualsiasi fondamento, perché il suo Cristo e, e rimase, pienamente e completamente uomo, e, appunto per mezzo della sua umanità, opera la salvezza.
Altra divergenza fondamentale: il Dio che e unito con  questa umanità, per i cristiani non e un Dio, uno tra i molti dei o dee, uno tra i mille possibili intermediari fra gli esseri: terrestri e il Dio supremo. Il Dio, che e Cristo, e nella sua unione col Padre e con lo Spirito Santo il solo Dio, l'unico Dio del cielo e della terra: Deus solus.
Il solo, l'unico Dio dell'Antico Testamento si continua: qui, in quest'uomo, che è Figlio di Dio sulla terra. In nessun luogo, in tutto l'ambito della storia delle religioni, si trova quest'unico Dio e quest'unico Cristo.
In questo concetto cristiano sta la seconda nota caratteristica che lo distingue da tutti i pretesti paralleli desunti dalla storia delle religioni.
Sempre e dovunque nelle antiche leggende entravano delle divinità sotto forma umana, si trattava di dei, non dell'unico Dio. Tutte queste figure di dèi nascevano da concezioni a fondo politeistico o panteistico. Erano tutte forze della natura proiettate nell'infinito, erano una Natura risultante dalla loro fusione, non erano il Signore, il Creatore della natura. Perciò erano alla mercé della loro essenza puramente naturale, erano soggette per necessita naturale al divenire, al Fato e ai suoi voleri come le altre creature.
Ben altrimenti il Verbo Eterno che, secondo la professione di fede cristiana, e apparso nel Cristo. Egli è Dio da Dio, Lume da Lume. Nelle eterne relazioni della vita divina Egli precede oggi, domani, in tutti i tempi dal seno del Padre, e ne esprime l'essenza nella sua propria Persona sussistente. Egli è il Figlio uguale per natura al Padre, è l'immagine riflessa, e lo splendore del Padre. Il mistero del Cristo per la fede cristiana sta in questo, che la sua natura umana riceve la sua individualità, la sua sussistenza, la sua personalità da questo Verbo divino eguale per natura al Padre e allo Spirito. Il Cristo rimane si un uomo in tutto completo, ma Egli ha la sua più profonda realtà nel Verbo divino. Per questo, quando i Cristiani chiamano «Dio» il Verbo Incarnato, questo «Dio» è infinitamente diverse da tutte le divinità pagane.
Potremmo dire ch'Egli è al-di-là, sostanziale di tutte le forze e di tutte le figure della natura, di tutti gli dèi e le dee, di tutti gli angeli e gli uomini, è l'Essere eternamente identico, che riposa assolutamente in Se stesso, che non ha nessuna specie di rapporti di dipendenza dal mondo e che quindi giammai potrà divenire una parte di questo mondo. Per questo appunto tale Dio dei Cristiani non può tramutarsi come gli dei e le dee dell'ellenismo, in altre figure divine. Egli è col Padre e collo Spirito il grande Unico, l'Esclusivo per essenza: Deus solus.
Qui non v'è nessun punto di contatto con la fede negli dèi del paganesimo. La pretesa di trattare alla stessa stregua lo theós ellenistico e lo theós cristiano dev'essere qualificata una grossolana confusione o falsificazione di sensi o di concetti. Il loro contenuto è talmente diverso, anzi opposto, quanto lo sono cristianesimo e paganesimo, teismo e panteismo.
Per tre secoli i Cristiani a motivo di questa stridente opposizione hanno sofferto i più sanguinosi martiri. E quando la concezione ellenistica voleva penetrare nel Cristianesimo come talvolta accadde, sotto forma velata, presso l'uno o l'altro apologeta, e poi, più tardi, gettando i veli coll’arianesimo allora l'antica fede, dall'intimo della sua volontà di vita, reagì energicamente.
Allora l'antica fede, in una lotta aspra e quasi disperata contro la forza dello Stato e degli spiriti sacrificò la vita, l'onore, la patria dei migliori eroi fino a raggiungere la vittoria, fin quando il dogma della divinità del Figlio di Dio, della sua essenziale eguaglianza col Padre, non ottenne il riconoscimento universale.
È uno scandalo che disonora la scienza quello di trascurare questi fatti, e, col pretesto della medesima espressione theós di avvicinare l'Incarnazione di Cristo alle incarnazioni pagane.
Ma tale fede nel Figlio di Dio, come non riceve luce dall'ellenismo, cosi non può affatto spiegarsi come una derivazione dal giudaismo. È noto che il popolo giudaico era seriamente e pienamente persuaso della sua fede nell’unico Dio. Esso conservava con zelo geloso, tra la molteplicità degli dèi pagani, il monoteismo rigoroso, come il più prezioso tesoro nazionale.
Per questo appunto la sua mentalità puramente umana doveva essere molto lontana dall'idea che quest'unico Dio viva una vita trinitaria come Padre, Figlio e Spirito.

martedì 5 maggio 2015

In riparazione delle bestemmie


LA DEVOZIONE al SANTO NOME di GESU'

Gesù rivelò alla Serva di Dio Suor Saint-Pierre, carmelitana di Tour (1843), l'Apostola della Riparazione:

"Il mio nome è da tutti bestemmiato: gli stessi fanciulli bestemmiano e l'orribile peccato ferisce apertamente il mio Cuore.
Il peccatore con la bestemmia maledice Dio, lo sfida apertamente, annienta la Redenzione, pronuncia da sé la propria condanna.
La bestemmia è una freccia avvelenata che mi penetra nel Cuore. 
Io ti darò una freccia d'oro per cicatrizzarmi la ferita dei peccatori ed è questa:

Sempre sia lodato, benedetto, amato, adorato, glorificato 
il Santissimo, il Sacratissimo, l'adoratissimo - eppure incomprensibile - Nome di Dio in cielo, in terra o negli inferi, da tutte le creature uscite dalle mani di Dio. 
Per il Sacro Cuore di nostro Signore Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento dell'altare. Amen.
Ogni volta che ripeterai questa formula ferirai il mio Cuore d'amore.
Tu non puoi comprendere la malizia e l'orrore della bestemmia.
Se la mia Giustizia non fosse trattenuta dalla misericordia, schiaccerebbe
il colpevole verso il quale le stesse creature inanimate si vendicherebbero,
ma io ho l'eternità per punirlo.
Oh, se sapessi quale grado di gloria ti darà il Cielo dicendo una sola volta:
O ammirabile Nome di Dio! in spirito di riparazione per le bestemmie".



CORONCINA RIPARATRICE al 
SANTISSIMO NOME DI GESU'

Sui grani del Padre Nostro si recita il Gloria e la seguente efficacissima preghiera suggerita da Gesù stesso:

Sempre sia lodato, benedetto, amato, adorato, glorificato il Santissimo, il Sacratissimo, l'adoratissimo - eppure incomprensibile - Nome di Dio in cielo, in terra o negli inferi, da tutte le creature uscite dalle mani di Dio. 
Per il Sacro Cuore di nostro Signore Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento dell'altare. Amen.

Sui grani dell'Ave Maria si dice 10 volte:

Cuore Divino di Gesù, converti i peccatori, salva i moribondi, libera le Anime sante del Purgatorio

Si conclude con:

Gloria al Padre, Salve o Regina e l'Eterno riposo.

{Fonte: preghiereperlafamiglia.it}

lunedì 5 gennaio 2015

Da "Gesù Cristo Dio-Uomo" di Mons. Geremia Bonomelli


Gesù, parlando di sé, senza ambagi predisse che sarebbe stato odiato fino al termine dei tempi. Non cito i luoghi notissimi. Anzi, parlando dei suoi discepoli e dei continuatori dell'opera loro, predisse ch'essi sarebbero stati odiati e perseguitati e uccisi per il suo nome: due vaticinii in un solo vaticinio.
Come poteva Egli lanciare innanzi a sé un vaticinio come questo? Poteva essere il frutto di considerazioni umane? Ciò ripugna. Per averne la massima certezza bastava ch'Egli avesse posto mente a sè, alla propria debolezza, alla nessuna importanza della propria persona come uomo; bastava ch'Egli avesse posto mente alla debolezza degli Apostoli e alla loro dottrina e condotta perché comprendesse la impossibilità che dopo qualche tempo gli uomini si occupassero di Lui, e dei suoi discepoli, sia per amarli sia per odiarli. Quanti personaggi celebri, famosi aveva dato Israele! I profeti, i Maccabei, i condottieri del popolo da Mosè a Zorobabele! Chi li odiava? Nessuno. Perché avrebbero odiato Lui, che non faceva male a persona, che tutti amava e beneficava, che compiva l'opera di Mosè, che portava nel mondo una dottrina sì alta e sì sublime? Perché avrebbero odiato i suoi discepoli, innocui, buoni, deboli? Umanamente doveva prevedere non l'odio, ma l'amore, o, anche peggio, la dimenticanza e la noncuranza. Che un povero artigiano, dolce e pacifico, scrive Emilio Bougaud, un giorno scenda sulla pubblica piazza e dica: Io sarò odiato sino alla fine del mondo: che Egli raccolga intorno a sé una dozzina di artigiani, dolci e pacifici come lui e che dica loro: Voi pure sarete odiati fino alla morte; ch'Egli abbia sulle labbra una dottrina sublime, nobile, pura e che dica: Sino alla fine del mondo questa dottrina susciterà grida di rabbia; finalmente, morendo d'una morte, che avrebbe dovuto destare pietà in tutte le anime, Egli annunci che la sua croce sarà oggetto di odio e vi saranno uomini, che non potranno contemplarla senza fremere di rabbia: ciò è, a mio giudizio, inesplicabile. Se è difficile farsi amare, non è poi tanto facile farsi odiare...Nominatemi un uomo, un grande uomo, un filosofo, un fondatore di religioni che abbia lasciato l'odio sulla sua tomba. Che se alcuni per qualche tempo hanno visto la loro memoria fatta segno alla pubblica esecrazione, il tempo ha fatto un passo, sopraggiunse la dimenticanza e l'odio sparve. Solamente Gesù Cristo ha l'onore di un odio inestinguibile (il Cristianesimo, ecc. Gesù, p. 3, cap. VII).
Ed  è verissimo. Pochi degli uomini grandi nelle scienze, nelle armi, in qualsiasi cosa, furono oggetto di odio ancora viventi: se lo furono (e alcuni lo furono), dopo la morte, l'odio cessò subito, o venne lentamente cessando. Ora chi odia Annibale, Zoroastro, Maometto, Budda, Attila, Tamerlano? Chi odia i grandi eresiarchi e i loro fautori? Chi odia i grandi colpevoli, i grandi scellerati, che al tempo della Rivoluzione Francese inondarono di sangue innocente la loro patria? Viventi furono odiati e perseguitati da molti: scesi nella tomba l'odio si dileguò. Noi leggiamo la loro vita, rammentiamo le loro gesta, le detestiamo, se volete, e poi tutto finisce lì: non sentiamo odio per le loro persone, per i loro seguaci o partigiani. La cosa non corre così con Cristo e coi discepoli e con la sua Chiesa. Esso è sempre vivo, sempre ardente, sempre operoso sotto tutte le forme. Ma che cosa ha fatto Cristo per essere odiato? Cosa han fatto gli Apostoli? Che cosa ha fatto e fa la Chiesa perché sia odiata? Cristo, gli Apostoli, la Chiesa non han fatto male, non lo fanno a chicchessia: han fatto e fan bene a tutti: Cristo è la fisionomia più amabile che sia stata sulla terra: gli Apostoli buoni, semplici, pieni di carità; la Chiesa passò e passa beneficando. La dottrina loro si raccoglie nel Vangelo, si riduce all'amore di Dio e del prossimo. Si può concepire dottrina più degna di essere amata. Donde dunque quest'odio? Questa guerra contro la Chiesa e il suo fondatore? E' un mistero: esso urta contro la ragione che dice, non essere possibile odiare, perseguitare chi insegna una dottrina teorica e pratica, che risponde sì perfettamente ai bisogni della natura umana e ne procura la felicità: non essere possibile che società, le quali proclamano e praticano la tolleranza massima, per tutte le religioni e per tutte le opinioni (come la pagana e come la moderna), nutrano odio e perseguitino Cristo e la sua Chiesa e la sua dottrina. Sì, considerata la cosa con l'occhio della ragione, tranquillo e scevro di passione, tutto questo sembra impossibile. Eppure Cristo predisse questa cosa, che pareva impossibile e che avvenne ed avviene tuttodì: Cristo dunque non vide il futuro con l'occhio umano ma con occhio divino e fu profeta. Dunque dobbiamo credere alla sua parola. Perché non è parola di un semplice uomo ma Egli ha detto, che è mandato dal Padre, che è suo Figlio, che è Dio: dunque crediamo che Egli è Figlio di Dio e Dio come il Padre.


giovedì 4 dicembre 2014

Da "Gesù Cristo Dio-Uomo" di Mons. Geremia Bonomelli


[...] Fate voi ragione, se negata l'esistenza di Dio, poteva restare l'idea dell'Uomo-Dio, Gesù Cristo.
Così nel corso di 18 secoli vediamo passare dinanzi a Cristo gli uni dopo gli altri e talvolta insieme gli Ebrei della Sinagoga, gli Gnostici, figli della miscela filosofica persiana e greca, gli Ariani, i sdeguaci fanatici dell'Islam, i Sociniani, i filosofi e materialisti del secolo scorso, ripetendo nelle varie lingue e in varie forme il grido: Cristo non è Dio.
E' la storia di Cristo fino al nostro secolo. Ed ora alcune osservazioni non prive, a mio giudizio, di qualche interesse.
Primieramente da questo rapido cenno storico, che vi ho tracciato della guerra implacabile e incessante mossa alla divinità di Cristo, risulta chiaramente che in questo Personaggio, unico in tutta la storia, nato povero, vissuto povero, morto poverissimo, confitto in croce, sfornito di ogni cultura e scienza umana, forte non d'altro che della forza morale, si nasconde una potenza, una energia, una vita che confonde e distrugge tutti i calcoli della sapienza umana. Sempre assalito e combattuto ferocemente con tutte le armi, Egli è sempre là, ritto in piedi, mentre i cadaveri dei suoi nemici sono seminati lungo la via dei secoli.
Crescono, infuriano intorno a lui tutte le tempeste: tutte le armi più acute e avvelenate si appuntano in lui: le armi materiali e quelle della scienza. Le tempeste si dissipano l'una dopo l'altra; le armi cadono innocue ai suoi piedi, più fulgida scintilla sul suo capo la corona della divinità. Crescono, si moltiplicano i suoi adoratori e da un capo all'altro della terra risuona il grido della fede e dell'amore: 
- Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo.- 
La scienza moderna spieghi, se può, questo fatto. E badi bene che tutto questo avviene alla luce del sole e nei paesi che, per civiltà, progresso e scienza tengono il primato.
Secondariamente è da considerare che questa lotta sì vasta, sì fiera e sì lunga contro la divinità di Cristo si è mutata più e più volte: mutati i punti di attacco, mutata la tattica, mutate le armi, mutato l'ordine, mutato tutto, tantochè oggi, per pensare che io faccia, non saprei se sia possibile battere altra via, proseguire la guerra con altri metodi. Per contrario, la fede dei suoi seguaci, la risposta dei suoi difensori fu ed è sempre la stessa: - Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. - Non hanno mutato una sillaba sola, nulla aggiunto, nulla tolto alla loro professione di fede pubblica, né mai un solo istante esitato sul trionfo finale della loro causa. Quale differenza tra Cristo e i negatori della sua divinità! Tra l'immenso esercito, che segue Cristo e che unanime lo acclama Dio, pronto a versare per lui il sangue (e quanti milioni lo versarono di fatto) e l'esercito di coloro che lo combatterono! In quello tutto è giovane, tutto è vita, tutto è forza, armonia e affermazione: in questo tutto è vecchio, logoro, debolezza, discordia, negazione. Impotenti ad edificare, non sanno far altro che demolire, come se il demolire non fosse un morire!
Finalmente vi piaccia rilevare in questa gran lotta una osservazione, a cui pochi pongono mente. Là dove la fede nella divinità di Cristo si affievolisce o viene meno, e con essa si affievolisce e viene meno la fede in Dio. Si direbbe, come altri felicemente si espresse, che Dio tiene la sua rocca inespugnabile nella umanità di Cristo, e che di là raggia intorno la sua luce e spande la sua vita e che, cacciato di là, cessa la sua azione vivificatrice e sembra sparire. Noi uomini, soggetti ai sensi e che solo per mezzo dei sensi apprendiamo, abbiamo bisogno di un Dio che si veda, che si tocchi, che si oda, che sia come noi, che viva in mezzo a noi.
Un Dio, puro spirito, che sfugge ai nostri sensi, che riempie il cielo e la terra, ma non si vede, né si tocca, è come lontano da noi e, a poco a poco, non accessibile ai sensi, si eclissa anche nella mente. In Cristo e per Cristo Dio è con noi, tien viva l'idea della sua esistenza e presenza. Ecco una delle ragioni, per le quali dietro alla negazione della divinità di Cristo, sta la negazione di Dio e chi non è cristiano, almeno nei paesi cristiani, diventa scettico e anche ateo. A quel modo che noi sentiamo presente l'anima altrui e comunichiamo con essa mediante il corpo, così sentiamo presente Iddio e la sua azione per l'umanità di Cristo. Fate che sia allontanato da voi il corpo dell'amico, del padre e della madre, e con esso scemerà la memoria delle loro persone: fate che li vediate ed udiate e sentiate viva la loro presenza, si mantiene e cresce il vostro affetto per essi. Sì: finché nell'umanità di Cristo crediamo vivente Dio stesso, Dio resta in mezzo a noi e l'umanità vive di Lui. Se si spegne questa fede, non tarderà a spegnersi con essa la fede in Dio e la società sarà simile a un corpo, da cui è partita l'anima: un cadavere.


martedì 2 settembre 2014

Da "Il mistero del sangue di Cristo" di suor M. Antonietta Prevedello

«Dammi la Croce, o Signore!».
Fu il grido dei Santi e salirono il Calvario seguendo Gesù. Non vollero altro sulla terra: croce e martirio, distacco e dolore. Vollero come Gesù passare disprezzati, dimenticati, negletti da tutti; vollero l'umiliazione, la povertà, il patimento: null'altro! Dammi la Croce, o Signore!
Anch'io balbetto queste parole come un piccolo bimbo che ripete a stento, tronche e difettose, le parole dei grandi.
Lo so che la croce è martirio, e che il martirio, sebbene lo chieda a Te ogni mattina, come grazia, mi spaventa.
Ma Tu, o Signore, sei potente, sei buono, sei Padre ed amore. La tua forza sarà il mio sostegno, la tua bontà, come luce dissiperà ogni tenebra, come dolcezza attenuerà le mie pene, come speranza sarà il mio conforto ed il tuo amore sarà la mia guida. Dammi la croce, ma dammi, o Gesù, la tua grazia; dammi la croce, ma dammi il tuo amore; dammi la croce, ma dammi la pazienza, il fervore, la costanza.
Per favore dammi la croce, quella che pare a Te, quella che mi guiderà alla perfezione, alla santificazione, al tuo regno. Dammi la croce, ma che io, conoscendola, l'apprezzi, la tenga cara, la porti alta come vuoi tu; la tenga nascosta, tutta, nel cuore, perché Tu solo abbia la fragranza de' miei sacrifici e delle mie pene. 



Gesù venne al mondo per patire: dal presepio al Calvario non conobbe che due vie, quella dell'amore che lo guidò al Calvario, quella del dolore che lo portò al Cielo. Il patire è per la virtù ciò che la rugiada, la luce e il calore sono per i germogli. Il dolore trasforma il buon seme che è nel cuore; lo feconda, lo sviluppa; esso porta a maturazione gli splendidi frutti dell'eroismo. Il dolore purifica, ritempra; ci spoglia della terra e ci fa più degni di toccare il cielo. Ma se non vi fossero motivi nostri, individuali, per considerare il dolore come provvidenziale, per accettarlo con devozione e amarlo con predilezione, basterebbe pensare a Gesù: a Gesù che volle per sé tutto il dolore, nelle membra e nel cuore, per tutta la vita, coronandolo con una morte straziante e crudele, lo volle per la sua Madre Santissima, per i suoi santi, per i suoi prediletti!


sabato 16 agosto 2014

Preghiera al Volto Santo di Gesù


Volto Santo del mio dolce Gesù, 
espressione viva ed eterna dell'amore
e del martirio divino sofferto per umana redenzione, 
Ti adoro e Ti amo. 
Ti consacro oggi e sempre tutto il mio essere. 
Ti offro per le mani purissime della Regina Immacolata le preghiere, le azioni e le sofferenze di questo giorno, 
per espiare e riparare i peccati delle povere creature. 
Fa' di me un tuo vero apostolo. 
Che il tuo sguardo soave mi sia sempre presente 
e si illumini di misericordia nell'ora della mia morte. 
Amen.

venerdì 1 agosto 2014


Un Gesù che sia d'accordo con tutto e con tutti, 
un Gesù senza la sua santa ira, 
senza la durezza della verità e del vero amore, 
non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, 
ma una sua miserabile caricatura...

{da "Guardare a Cristo" di Joseph Ratzinger}

martedì 29 luglio 2014

L'umiltà di Gesù


La visione di nostro Signore, essendo anche accompagnata da una continua conversazione con lui, aumentò molto il mio amore e la mia fiducia. Mi rendevo conto che, pur essendo Dio, egli è anche uomo, e come tale non si meraviglia della debolezza umana, conoscendo la nostra misera natura soggetta a molte cadute a causa del primo peccato che egli è venuto a riparare. Posso trattare con lui come con un amico, benché sia il Signore; capisco, infatti, che egli non è come quelli che quaggiù stimiamo signori, i quali ripongono tutta la loro grandezza in un fittizio sfoggio di autorità. Bisogna attenersi a ore determinate per parlare con loro e non lo possono fare che persone segnalate. Se si tratta di un poveretto che ha qualche affare da sbrigare, non parliamo dei giri, dei favori da chiedere, delle fatiche che gli dovrà costare avere una udienza. Se poi si vuole parlare con il re, la gente povera e non nobile è fuori causa; bisogna che faccia ricorso ai suoi favoriti e si può essere certi che non sono di quelli che tengono il mondo sotto i piedi, perché questi dicono la verità, non hanno timori né devono averne, non sono fatti per le corti, dove non si può agire con franchezza, ma tacere se qualcosa sembra un male, senza neanche pensare che tale sia, per non cadere in disgrazia.
Oh, Re della gloria e Signore di tutti i re, il vostro regno non è difeso da fragili barriere, perché è eterno, e per voi non c’è bisogno di intermediari! Basta guardarvi per vedere, dalla maestà che mostrate, che voi solo meritate il nome di Signore; non avete bisogno di scorta né di guardie perché vi riconoscano Re. Difficilmente quaggiù si può riconoscere un re quando è solo. Per quanto egli si sforzi d’essere riconosciuto come tale, nessuno gli crede, non avendo nulla che lo distingua dagli altri. Per essere creduto re, gli occorre qualche insegna esteriore, e pertanto è giusto che usi di uno sfoggio fittizio di autorità perché, se non lo facesse, non godrebbe di alcuna considerazione. Dalla sua persona, infatti, non appare alcuna potenza, e l’autorità deve venirgli da altre cose. Oh, Signor mio, oh, mio Re! Se qui si potesse descrivere la Vostra Maestà! È impossibile riconoscere che siete la stessa Maestà, la cui contemplazione fa restare sbigottiti, ma più ancora stupisce, Signor mio, insieme con essa, vedere la vostra umiltà e l’amore che dimostrate a una creatura come me. Passato quel primo senso di timore e di sbigottimento che nasce dalla vista della Maestà Vostra, si può trattare con voi e parlarvi liberamente di ogni cosa, pur restando un più grande timore, quello di offendervi, ma non per paura del castigo, mio Signore, perché questo non ha alcuna importanza in confronto al timore di perdervi.

{Santa Teresa d'Avila - Libro della mia vita}

venerdì 25 luglio 2014


Noi conosciamo Cristo attraverso il Vangelo e anche attraverso la vita della Chiesa. Lo spirito è colui che ci conduce e illumina per vedere la vita di Cristo, per vedere il suo volto ed essere felici. "Tutti ti cercano" (Mc 1,37). Tutti ti vogliono vedere! 
Dissero i discepoli a Gesù, perché tutte le volte che lo incontravano gli infermi guarivano, gli infelici si consolavano, tutti rimanevano affascinati dalle parole che uscivano dalla sua bocca...
Pregare è incontrare Gesù. Pregare è vedere Gesù.
{P. Jozo Zovko}

venerdì 13 giugno 2014

Profezie su Gesù nell'Antico Testamento

Daniele 7:13
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d'uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Genesi 49:10
Non sarà tolto lo scettro da Giuda
né il bastone del comando tra i suoi piedi,
finché verrà colui al quale esso appartiene
e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli.

Geremia 31,15 (la strage degli innocenti)
Così dice il Signore: «Una voce si ode da Rama,
lamento e pianto amaro:
Rachele piange i suoi figli,
rifiuta d'essere consolata perché non sono più».
Dice il Signore:
"Trattieni la voce dal pianto,
i tuoi occhi dal versare lacrime,
perché c'è un compenso per le tue pene;
essi torneranno dal paese nemico...".

Osea 11:1 (Fuga in Egitto)
Quando Israele era giovinetto,
io l'ho amato
e dall'Egitto ho chiamato mio figlio.

Salmo 69:9 (Gesù scaccia i mercanti dal tempio)
Poiché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti oltraggia sono caduti su di me.

Geremia 23:5
«Ecco, i giorni vengono», dice l'Eterno «nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da re, prospererà, ed eserciterà il giudizio e la giustizia ne paese.

Deuteronomio 18,15
L'Eterno, il tuo Dio, susciterà per te un profeta come me, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli; a lui darete ascolto.

Deuteronomio 18:18
Io susciterò per loro un profeta come te di mezzo ai loro fratelli e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che io gli comanderò.
E avverrà che se qualcuno non ascolterà le mie parole che egli dice in mio nome, io gliene domanderò conto.


Profezia su Gesù nel libro di Michea 5,1

E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall'antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra.
Egli stesso sarà la pace!


Profezie su Gesù nel libro di Zaccaria

9:9
Esulta grandemente, figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d'asina.

11:12
Allora dissi loro: «Se vi pare giusto, datemi il mio salario; se no, lasciate stare». Così essi pesarono il mio salario: trenta sicli d'argento. 
Ma l'Eterno mi disse: «Gettalo per il vasaio, il magnifico prezzo con cui sono stato da loro valutato». 
Allora presi i trenta sicli d'argento e li gettai nella casa dell'Eterno per il vasaio. 

12:10
Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.


Profezie su Gesù nel libro di Isaia

7:14
Perciò il Signore stesso darà a voi un segno. Ecco la giovane donna concepirà e partorirà un figlio e gli porrà nome Emmanuele.

9:5
Poiché un bambino ci è nato,
un figlio ci è stato donato; 
nelle sue spalle riposa l'impero;
e lo si chiama per nome:
"Meraviglioso consigliere, Dio potente, 
Padre perpetuo, Principe della pace",
per accrescere la potenza
e per una pace senza fine,
sul trono di Davide e sul suo regno,
per stabilirlo e rafforzarlo
mediante il diritto e la giustizia
da ora fino in eterno.
L'ardore del Signore degli eserciti farà questo.

11:1
Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e d'intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,
con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
La giustizia sarà fascia dei suoi lombi
e la fedeltà cintura dei suoi fianchi.
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello;
il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l'orsa pascoleranno insieme;
i loro piccoli si sdraieranno insieme.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;
il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la conoscenza del Signore riempirà la terra
come le acque ricoprono il mare.

42:1
Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.
«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito 
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.

50:6
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.

53:2
Crebbe come un virgulto davanti a lui
e come una radice che sbocciava da arida terra.
Non aveva figura né splendore
per attirare i nostri sguardi,
né prestanza, sì da poterlo apprezzare.
Disprezzato, ripudiato dagli uomini,
uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza,
simile ad uno davanti al quale ci si copre la faccia,
disprezzato, sì che non ne facemmo alcun caso.
Eppure egli portò le nostre infermità
e si addossò i nostri dolori.
Noi lo ritenemmo come un castigato,
un percosso da Dio e umiliato.
Ma egli fu trafitto a causa dei nostri peccati,
fu schiacciato a causa delle nostre colpe.
Il castigo che ci rende la pace fu su di lui
e per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti come pecore erravamo,
ognuno di noi seguiva il suo cammino
e il Signore fece ricadere su di lui
l'iniquità di tutti noi.
Maltrattato, egli si è umiliato e non aprì bocca;
come un agnello condotto al macello,
come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aprì bocca.
Con violenza e condanna fu strappato via; 
chi riflette al suo destino?
Sì, è stato tolto dalla terra dei vivi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli diedero sepoltura con gli empi
e il suo sepolcro è con i malfattori,
benché non abbia commesso violenza
e non vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore piacque stritolarlo con la sofferenza;
se offre la sua vita in sacrificio di espiazione,
vedrà una discendenza longeva
e la volontà del Signore si compirà grazie a lui.
Dopo l'angoscia della sua anima vedrà la luce,
si sazierà della sua conoscenza.
Il giusto mio servo giustificherà molti,
addossandosi egli le loro iniquità.
Perciò gli darò in eredità le moltitudini,
e distribuirà il bottino insieme ai potenti,
perché ha offerto se stesso alla morte
e fu computato tra i malfattori.
Egli invece portò il peccato di molti
e intercedette per i peccatori.

61:1
Lo spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a promulgare l'anno di grazia del Signore,
il giorno di vendetta del nostro Dio,
per consolare tutti gli afflitti.