Visualizzazione post con etichetta Thomas Merton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Thomas Merton. Mostra tutti i post

mercoledì 20 agosto 2014

I salmi


I Salmi sono il vero giardino del solitario e le Scritture sono il suo Paradiso. Essi gli rivelano i loro segreti perché egli, nella sua estrema povertà ed umiltà, non ha null’altro di cui vivere se non dei loro frutti. Per il vero solitario il leggere la Scrittura non è più un «esercizio» tra gli altri, un mezzo di «coltivare» l’intelletto o «la vita spirituale» o di «apprezzare la liturgia». A chi legge la Scrittura in un modo accademico o da un punto di vista estetico o puramente devozionale la Bibbia offre veramente un gradito sollievo e buoni pensieri. Ma per apprendere gl’intimi segreti della Scrittura dobbiamo fare di essa il nostro pane veramente quotidiano, trovarvi Dio quando siamo in maggiore necessità — e sempre allorché non riusciamo a trovarlo in nessun’altra parte e non abbiamo dove cercarlo!
Nella solitudine ho finalmente scoperto che Tu, o mio Dio, hai desiderato l’amore del mio cuore, l’amore del mio cuore così com’è - l’amore di un cuore di uomo.
Ho scoperto ed ho conosciuto, per tua grande misericordia, che ti piace tanto e attira lo sguardo della tua pietà l’amore di un cuore di uomo fiducioso contrito povero, e che è tuo desiderio e tua consolazione, o mio Signore, essere vicinissimo a chi Ti ama e Ti invoca su di sé come suo Padre. Che Tu non hai forse maggior «consolazione» (se così posso dire) di quella di consolare i tuoi figli doloranti e tutti coloro che vengono a Te poveri e con le mani vuote, senz’altra cosa all’infuori della loro umanità, della loro limitatezza e di una grande fiducia nella tua misericordia.
Soltanto la solitudine mi ha insegnato che per piacerti non devo essere un dio o un angelo, non devo divenire un puro spirito senza sentimento e senza imperfezioni umane perché Tu ascolti la mia voce.
Tu, per essere con me, per ascoltarmi, udirmi e rispondermi, non aspetti che io diventi qualcosa di grande. Sono state la mia bassezza e la mia umanità che Ti hanno spinto a rendermi uguale a Te, facendoti scendere fino al mio livello e vivere in me per la tua sollecitudine misericordiosa.
E ora è tuo desiderio non che io Ti dia il ringraziamento e la lode che ricevi dai tuoi angeli eccelsi, ma l’amore e la gratitudine che vengono da un cuore di fanciullo, un figlio di donna, il tuo figlio.
Padre mio, so che mi hai chiamato a vivere solo con Te e ad apprendere che se non fossi una semplice creatura umana, capace di ogni errore e di ogni male e capace altresì di un affetto umanamente fragile e fluttuante nei tuoi riguardi, non potrei essere tuo figlio. Tu desideri l’amore di un cuore d’uomo perché anche il tuo Figlio divino Ti ama con cuore d’uomo ed Egli si è fatto uomo perché il mio cuore ed il suo potessero amarti di un unico amore, che è un amore umano nato e mosso dal tuo santo Spirito.
Allora, se non Ti amo con amore e semplicità di uomo e con l’umiltà di voler essere me stesso, non gusterò mai tutta la dolcezza della tua paterna misericordia, e il Figlio tuo, per quanto riguarda la mia vita, sarà morto invano.
È necessario che sia uomo e uomo rimanga perché la Croce di Cristo non sia vana. Gesù non è morto per gli angeli, ma per gli uomini.
Ecco ciò che apprendo dai Salmi nella solitudine, perché essi sono pieni della semplicità umana di uomini come David, che conobbero Dio da uomini, e da uomini Lo amarono e conobbero Lui, l’Unico vero Dio, che avrebbe mandato il suo Unigenito agli uomini sotto sembianze umane perché essi, pur rimanendo uomini, potessero amarlo con amore divino.
Ed è questo il mistero della nostra vocazione: non che cessiamo di essere uomini per diventare angeli o dei, ma che l’amore del mio cuore di uomo possa diventare amore di Dio per Dio e per gli uomini, e le mie lacrime umane possano cadere dai miei occhi come lacrime di Dio, perché sgorganti dal moto del suo Spirito nel cuore del suo Figlio incarnato. 
Ecco perché il dono della pietà cresce nella solitudine, alimentato dai Salmi.
Quando si impara questo, l’amore che portiamo agli altri uomini si fa puro e forte. Possiamo avvicinarci a essi senza vanità e senza compiacenza, amandoli con un po’ della purità, delicatezza e segretezza che sono nell’amore di Dio per noi.
Ecco il vero frutto e il vero scopo della solitudine cristiana.

{Da "Pensieri nella solitudine" di Thomas Merton}

Da "Pensieri nella solitudine" di Thomas Merton

Lascia che questa sia la mia sola consolazione: che dovunque io sono, Tu, o Signore, sia amato e lodato.
Gli alberi invero Ti amano senza conoscerti. I gigli dei campi e i fiori del grano sono là a proclamare che Tu li ami, senza essere consapevoli della tua presenza. Le belle nuvole nere cavalcano lentamente per il cielo meditando su di Te come fanciulli che non sanno che cosa sognano mentre giocano.
Ma in mezzo a tutte queste cose, io Ti conosco e sono consapevole della tua presenza. In esse ed in me conosco l’amore che esse non conoscono e, quel che è ancora più grande, mi vergogno per la presenza del tuo amore in me. O amore dolce e terribile, che Tu mi hai dato e che non potrebbe mai essere nel mio cuore se Tu non mi amassi! Perché tra questi esseri che non Ti hanno mai offeso, io sono da Te amato, e in apparenza più di tutti gli altri proprio perché Ti ho offeso. Sono visto da Te sotto il cielo, e le mie offese sono state da Te dimenticate, ma io non le ho dimenticate.
Chiedo soltanto una cosa: che il ricordo di esse non mi faccia temere di ricevere nel mio cuore il dono dell’Amore che hai posto in me. Lo accoglierò perché ne sono indegno. Nel far ciò Ti amerò sempre più e darò maggior gloria alla tua misericordia.
Ricordando che sono stato un peccatore, voglio amarti malgrado quello che sono stato, sapendo che il mio amore è prezioso perché è tuo, piuttosto che mio. Prezioso ai tuoi occhi perché Viene dal Figlio tuo, ma ancor più prezioso perché mi fa tuo figlio.


lunedì 11 agosto 2014

Le campane

Le campane vogliono ricordarci che Dio solo è buono, che noi gli apparteniamo e che non viviamo per questo mondo.
Irrompono nel mezzo delle nostre occupazioni per ricordarci che tutte le cose passano e che le nostre ansietà non hanno importanza.
Ci parlano della nostra libertà, che le responsabilità e le cure transeunti ci fanno dimenticare.
Sono la voce della nostra alleanza con il Dio del Cielo.
Ci dicono che noi siamo il suo vero tempio. Ci invitano alla pace con Lui e con noi stessi.
Al termine della benedizione della campana di una chiesa si legge il Vangelo di Marta e Maria per ricordarci tutto questo.
Le campane dicono: gli affari non hanno importanza. Riposa in Dio ed esulta, perché questo mondo è soltanto figura e promessa di un mondo avvenire, e soltanto chi è distaccato dalle cose transeunti può possedere la sostanza di una eterna promessa.
Le campane dicono: abbiamo parlato per secoli dalle torri delle grandi chiese. Abbiamo parlato ai santi, ai vostri padri, nelle loro terre. Li abbiamo chiamati alla santità così come ora chiamiamo voi. Qual è la parola con cui li abbiamo chiamati?
Non abbiamo detto semplicemente: «Sii buono, vieni alla chiesa.» E neppure soltanto: «Osserva i comandamenti», ma soprattutto: «Cristo è risorto! Cristo è risorto!» E abbiamo detto: «Vieni con noi, Dio è buono; salvarsi non è difficile, il suo amore lo ha reso facile.» E questo nostro messaggio è stato sempre rivolto a tutti, a chi è venuto e a chi non è venuto, perché il nostro canto è perfetto come è perfetto il Padre che è nei cieli e noi riversiamo la nostra carità su tutti.
{Da "Pensieri nella solitudine" di Thomas Merton}

martedì 29 luglio 2014

La vita spirituale


Nutriti dai Sacramenti e formati dalla preghiera e dall’insegnamento della Chiesa, non abbiamo bisogno di cercare altro all’infuori del posto particolare voluto per noi da Dio in seno alla Chiesa. Quando lo abbiamo trovato, vita e preghiera insieme diventano per noi all’improvviso estremamente semplici.
Allora scopriamo che cosa sia in realtà la vita spirituale. Non si tratta di fare un’opera buona piuttosto che un’altra, di vivere in un luogo piuttosto che in un altro, di pregare in una maniera piuttosto che in un’altra.
Non è questione di un particolare effetto psicologico nell’anima nostra. È il silenzio di tutto il nostro essere nella compunzione e nell’adorazione davanti a Dio, nella abituale consapevolezza del fatto che Egli è tutto e che noi non siamo nulla, che Egli è il centro a cui tendono tutte le case, e al quale devono venire dirette tutte le nostre azioni; che vita e forza ci vengono da Lui e che tanto la vita quanto la morte da Lui esclusivamente dipendono; che tutto il corso della nostra vita è da Lui previsto e rientra nel piano della sua Provvidenza, sapiente e misericordiosa; che è assurdo vivere come se Egli non vi fosse, ossia vivere per noi, come se fossimo soli; che tutti i nostri progetti e le nostre ambizioni spirituali sono vani se non vengono da Lui e non terminano in Lui e che, alla fine, la sola cosa che importi è la sua gloria.
Sciupiamo la nostra vita di preghiera se stiamo di continuo a esaminarla e a ricercarne i frutti in una pace che non è niente altro che un processo psicologico. La sola cosa da cercare nella preghiera contemplativa è Dio: e Lo cerchiamo con successo quando siamo ben convinti che non Lo possiamo trovare se Egli non si mostra a noi, e che d’altra parte non ci avrebbe ispirato di cercarlo se non Lo avessimo già trovato.
{Thomas Merton - Pensieri nella solitudine}

La meditazione


La vita spirituale è innanzitutto una vita.
Non è soltanto qualche cosa che va conosciuta e studiata, bisogna viverla. Come ogni vita, si ammala e muore quando è sradicata dal suo elemento. La grazia è innestata nella nostra natura e tutto l’uomo viene santificato dalla presenza e dall’azione dello Spirito Santo.
La vita spirituale non è quindi una vita completamente avulsa dall’elemento umano e trasferita nel regno degli angeli. Viviamo da persone spirituali quando viviamo da uomini che cercano Dio. Se dobbiamo diventare spirituali, bisogna che rimaniamo uomini, e se ogni punto della teologia non ne fornisse la prova evidente, basterebbe da solo il mistero dell’Incarnazione a provarlo. Perché Cristo si fece uomo, se non per salvare gli uomini unendoli misticamente a Dio attraverso la sua sacra umanità? Gesù ha vissuto la vita comune degli uomini del suo tempo per santificare la vita ordinaria degli uomini di tutti i tempi. Se vogliamo quindi essere spirituali viviamo innanzi tutto la nostra vita. Non temiamo le responsabilità e le inevitabili distrazioni inerenti al lavoro, che è stato determinato per noi dalla volontà di Dio. Immergiamoci nella realtà e ci troveremo immersi nella vivificante volontà di Dio e nella sua sapienza che ci circonda da ogni parte.
Per prima cosa assicuriamoci bene di conoscere davvero ciò che stiamo facendo. Soltanto la fede ci può fornire la luce necessaria per accorgerci che la volontà di Dio si trova nella vita comune di ogni giorno. Senza questa luce non possiamo prendere le decisioni convenienti. Senza tale certezza non possiamo avere fiducia soprannaturale e pace. Inciampiamo e cadiamo di continuo anche quando siamo maggiormente illuminati, ma se ci troviamo nella vera tenebra spirituale non ci accorgiamo neppure di essere caduti.
Per mantenerci spiritualmente vivi dobbiamo di continuo rinnovare la nostra fede. Siamo come piloti di una nave immersa nella nebbia, che scrutano la foschia, tendono l’orecchio ai segnali delle altre navi, e soltanto se stiamo bene all’erta potremo raggiungere il nostro porto. La vita spirituale è quindi anzitutto questione di vigilanza. Non dobbiamo perdere la percezione delle ispirazioni: dobbiamo essere sempre in grado di rispondere al minimo avvertimento che ci parla, come per un istinto segreto, nelle profondità dell’anima che è spiritualmente viva.
La meditazione è uno dei mezzi mediante i quali chi fa vita spirituale si mantiene all’erta. E non è affatto un paradosso che proprio nella meditazione la maggior parte degli aspiranti alla perfezione religiosa diventano insensibili e si addormentano. La preghiera meditativa è una severa disciplina e non la si impara se non facendosi forza. Richiede un infinito coraggio e una instancabile perseveranza, e chi non se la sente di lavorarvi con pazienza, finirà in un compromesso. Ma qui, come in ogni altro campo, il compromesso è soltanto una maniera diversa di indicare un fallimento.
Meditare vuol dire pensare. Eppure una buona meditazione è molto più che ragionare o pensare. Molto più che degli «affetti», molto più che una serie di atti» per cui si passa.
Nella preghiera meditativa si pensa e si parla non soltanto con la mente e con le labbra, ma in certo senso con tutto il proprio essere. La preghiera non è quindi esattamente una serie di parole, o un seguito di desideri che nascono nel cuore — è il volgere a Dio nel silenzio, nell’attenzione e nell’adorazione, il corpo, la mente e lo spirito. Ogni buona meditazione è una conversione di tutto il nostro essere a Dio.
Non si può quindi entrare nella meditazione, intesa in questo senso, senza una specie di slancio interiore. Per slancio non intendo qualche cosa che turbi, ma un interrompere la solita routine, un liberare il cuore dalle cure e dalle preoccupazioni della vita di ogni giorno. La ragione per la quale tanta poca gente si applica davvero all’orazione mentale è precisamente perché ci vuole questo slancio interiore, e di solito non si è capaci di compiere lo sforzo che esso richiede. Può darsi che si manchi di generosità, o anche di guida e di esperienza, e si va avanti per una strada sbagliata. Ci si turba, ci si mette in agitazione con sforzi violenti per raggiungere il raccoglimento e si va a finire in una specie di incapacità. Dopo di che, ci si accontenta di una serie di routines che aiutano a passare il tempo, o ci si rilassa in uno stato di semicoma che, si spera, può essere giustificato col nome di contemplazione.
Ogni direttore spirituale sa quanto sia difficile e sottile poter determinare esattamente il punto di confine tra l’ozio interiore e i primi, impercettibili inizi della contemplazione passiva. Ma in pratica, al presente, si è detto abbastanza sulla contemplazione passiva per dare ai pigri l’opportunità di rivendicare il privilegio di «pregare non facendo nulla».
Non esiste una cosa come una preghiera nella quale «non si faccia nulla», o «non accada niente», anche se vi può essere benissimo una preghiera in cui non si sente, non si percepisce o non si pensa nulla.
Ogni vera preghiera, non importa quanto semplice, richiede la conversione di tutto il nostro essere verso Dio, e finché ciò non si è attuato — o attivamente per mezzo dei nostri sforzi, o passivamente per azione dello Spirito Santo — non entriamo nella «contemplazione» e non possiamo impunemente diminuire nostri sforzi per stabilire il contatto con Dio. Se tentiamo di contemplare Dio senza aver completamente rivolto verso di Lui il nostro volto interiore, finiremo inevitabilmente col contemplare noi stessi e ci immergeremo probabilmente nell’abisso di quella fredda tenebra che è la nostra natura sensibile. E non si tratta di una tenebra in cui si possa impunemente rimanere passivi.
D’altro canto, se ci basiamo troppo sulla fantasia e sulle nostre sensazioni, non ci volgeremo verso Dio, ma ci immergeremo in una quantità di immagini e ci fabbricheremo con le nostre mani una esperienza religiosa fatta su misura, cosa anch’essa pericolosa. Si riuscirà a «volgere» tutto il proprio essere verso Dio solo mediante una fede profonda, semplice e sincera, vivificata da una speranza che crede possibile il contatto con Dio, e da un amore che desidera sopra ogni altra cosa il compimento della sua volontà.
Talvolta accade che la meditazione non sia altro che una sterile lotta per volgersi verso Dio, per cercare il suo Volto nella fede. Un certo numero di cose che sfuggono al nostro controllo possono rendere moralmente impossibile una vera meditazione. In tal caso fede e buona volontà sono sufficienti. Se si è fatto uno sforzo sincero e onesto per volgersi verso Dio e non si riesce in nessun modo a tenere raccolte le proprie facoltà, allora il nostro tentativo può valere da meditazione. Questo significa che Dio, nella sua misericordia, accetta i nostri vani sforzi invece di una vera meditazione. Talvolta accade che questa incapacità spirituale sia segno di effettivo progresso nella vita interiore — perché ci fa dipendere più totalmente e con maggior pace dalla Divina Misericordia.
Se, per grazia di Dio, riusciamo a volgerci interamente verso di Lui e a mettere da parte ogni altra cosa per parlare con Lui e onorarlo, questo non significa che siamo sempre in grado di immaginarlo e di sentire la sua presenza. Per una completa conversione di tutto il nostro essere verso Dio non si richiedono né immaginazione, né sentimento: e neppure sono particolarmente desiderabili una «idea» di Dio o una intensa concentrazione. Difficile com’è a tradurla in linguaggio umano, esiste una presenza di Dio, effettivamente reale, e riconoscibile (ma quasi del tutto indefinibile) nella quale ci troviamo dinanzi a Lui nella preghiera, nell’atto di conoscere Colui dal quale siamo conosciuti, di percepire Colui che ha la percezione di noi, di amare Colui dal quale sappiamo di essere amati. Presenti a noi stessi nella pienezza della nostra personalità, lo siamo anche a Lui che è infinito nel suo Essere, nella sua Alterità, nella sua propria Identità. Non è una visione faccia a faccia, ma una certa presenza di persona a persona che
che ci permette, con la riverente attenzione di tutto ciò che siamo, di conoscere Colui nel quale tutte le cose hanno il loro essere. L’«occhio» che si apre alla sua presenza sta proprio nel centro della nostra umiltà, nel cuore della nostra libertà, nelle profondità della nostra natura spirituale. E meditare vuol dire aprire quest’occhio.

 {Thomas Merton - Pensieri nella solitudine}

martedì 15 luglio 2014

Da "Pensieri nella solitudine" di Thomas Merton


La speranza è il segreto del vero ascetismo. Nega desideri e giudizi personali e respinge il mondo nel suo aspetto presente, non perché noi o il mondo siamo cattivi, ma perché non siamo in condizioni di fare di noi stessi e della bontà del mondo l’uso migliore. Ma nella speranza esultiamo. Nella speranza godiamo delle cose create. Ne godiamo non per quello che sono in se stesse, ma per ciò che sono in Cristo — colme di promessa. Perché la bontà di tutte le cose è una testimonianza della bontà di Dio e la sua bontà è garanzia della sua fedeltà alle promesse. Ci ha promesso un nuovo cielo e una terra nuova, una vita risorta nel Cristo. Qualsiasi rinnegamento di sé che non si basi interamente sulla sua promessa, è meno che cristiano.
Mio Signore, io non ho altra speranza se non nella tua Croce. Tu, con la tua umiltà, le tue sofferenze e la tua morte mi hai liberato da ogni vana speranza. Hai ucciso in Te la vanità della vita presente, e, risorgendo da morte, mi hai dato tutto ciò che è eterno.
Perché dovrei desiderare di essere ricco, quando Tu sei stato povero? Perché dovrei desiderare di essere famoso e potente agli occhi degli uomini, quando i figli di coloro che hanno esaltato i falsi profeti e lapidati i giusti, Ti hanno rigettato e inchiodato alla Croce? Perché dovrei carezzare in cuor mio una speranza che mi divora la speranza di una felicità perfetta in questa vita — quando tale speranza, condannata a esser delusa, non è altro che disperazione?
La mia speranza sta in ciò che gli occhi non hanno mai visto. Dunque, non lasciarmi credere in ricompense visibili. La mia speranza sta in ciò che il cuore umano non sa percepire: non lasciarmi credere ai sentimenti del mio cuore. La mia speranza sta in ciò che la mano dell’uomo non ha mai toccato: non lasciarmi credere a quanto posso afferrare tra le dita. La morte allenterà la loro stretta e la mia vana speranza si dileguerà.
Fa’ che tutta la mia fiducia stia nella tua misericordia, non in me stesso. Fa’ che la mia speranza sia riposta nel tuo amore, non nella salute, o nella forza, o nell’abilità, o nelle risorse umane.
Se credo in Te, tutto il resto diventerà per me forza, salute, sostegno. Ogni cosa mi porterà verso il cielo. Ma se non mi fido di Te, tutto sarà la mia rovina.

mercoledì 2 luglio 2014


Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo.
Ma sono sinceramente convinto che in realtà ti piaccia il mio desiderio di piacerti
e spero di averlo in tutte le cose, spero di non fare mai nulla senza tale desiderio.
So che, se agirò così, la tua volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque io possa non capirne nulla.
Avrò sempre fiducia in te,
anche quando potrà sembrarmi di essere perduto e avvolto nell'ombra della morte.
Non avrò paura,
perché tu sei con me e so che non mi lasci solo di fronte ai pericoli. 

{"Preghiere" - Thomas Merton}

Da "Pensieri nella solitudine" di Thomas Merton

Il temperamento non predestina uno alla santità ed un altro alla dannazione. Qualsiasi temperamento può servire di materia grezza per la salvezza o per la rovina. Dobbiamo imparare a vederlo come un dono di Dio, un talento da trafficare sino alla sua venuta. Non importa quanto sia povero e difficile quello di cui siamo dotati: se ne faremo buon uso, se lo metteremo a servizio dei nostri buoni desideri, potremo fare meglio di un altro che si limita a subirlo invece di servirsene.
San Tommaso dice (I-II, q. 34, a. 4) che si è buoni quando la volontà si diletta in ciò che è buono, cattivi quando ci si diletta in ciò che è cattivo. È virtuoso chi trova la felicità in una vita virtuosa, peccatore chi trae piacere da una vita peccaminosa. Dunque le cose che amiamo ci dicono quello che siamo.
Un uomo lo si conosce quindi dal fine a cui tende, ma anche dal suo punto di partenza, e se lo si vuol conoscere come è a un dato momento, bisogna scoprire quanto è lontano dall’inizio e prossimo al fine. Ne deriva dunque che chi pecca suo malgrado, ma non ama il suo peccato, non è un peccatore nel senso pieno della parola. Chi è buono viene da Dio e a Lui ritorna. Inizia il cammino con il dono dell’esistenza e con le capacità che Dio gli ha dato. Raggiunge l’età della ragione e incomincia a fare le sue scelte, in gran parte già influenzate da ciò che gli è capitato nei primi anni della sua esistenza e dal temperamento con cui è nato. Seguiterà a essere influenzato dal comportamento di chi lo circonda, dagli avvenimenti del mondo nel quale vive, dalla fisionomia della società; ma ciò nonostante resta sostanzialmente libero.
La libertà umana non si esercita però in un vuoto morale. E non è neppure necessario produrre un tal genere di vuoto per garantire la libertà del nostro agire. Coercizione dall’esterno, violente inclinazioni di temperamento e passioni che si agitano dentro di noi non riescono per nulla a infirmare l’essenza di questa nostra libertà: ne definiscono semplicemente il campo di azione ponendovi dei limiti: le conferiscono un carattere particolare.
Chi ha un temperamento iroso sarà più portato all’ira di un altro, ma fino a che resta sano di mente è anche libero di non adirarsi. La sua inclinazione all’ira costituisce semplicemente una forza nel suo carattere, forza che può essere indirizzata al bene o al male, secondo i suoi desideri. Se desidera il male, il suo temperamento ne diverrà un’arma volta contro gli altri e perfino contro se stesso. Se desidera il bene, potrà invece diventare lo strumento perfettamente controllato per combattere il male che ha in sé e aiutare gli altri a superare gli ostacoli che incontrano nel mondo. Resta libero di desiderare il bene o il male.
Sarebbe assurdo supporre che siccome l’emotività interferisce talvolta con la ragione, non trovi perciò posto nella vita spirituale. Il Cristianesimo non è lo stoicismo. La Croce non ci fa santi distruggendo il nostro umano sentire. Distacco non è insensibilità. Troppi asceti non riescono a diventare grandi santi proprio perché le loro regole e pratiche ascetiche hanno soffocato la loro umanità invece di fornirle la libertà necessaria per svilupparsi doviziosamente, in tutte le sue possibilità, sotto l’influenza della grazia. Un santo è un uomo perfetto. È un tempio dello Spirito Santo. Riproduce, nella sua maniera individuale, qualche cosa dell’equilibrio, della perfezione e dell’ordine che scorgiamo nel carattere umano di Gesù. L’anima di Gesù, ipostaticamente unita al Verbo di Dio, fruiva in pari tempo, e senza nessuna antitesi, della Visione beatifica di Dio e delle più comuni, semplici ed intime emozioni umane — amore, pietà e dolore, felicità, piacere o sofferenza: indignazione e meraviglia stanchezza, ansietà e timore consolazione e pace.
Se non abbiamo sentimenti umani non possiamo amare Dio nella maniera nella quale vuole che Lo amiamo — ossia da uomini. Se non rispondiamo all’affetto umano non possiamo essere amati da Dio nella maniera nella quale ha voluto amarci — con il Cuore dell’Uomo Gesù che è Dio, il Figlio di Dio, il Cristo.
La vita ascetica deve quindi essere intrapresa e condotta con estremo rispetto per il temperamento, il carattere, l’emotività e tutto ciò che ci rende umani. Anche questi sono elementi fondamentali della personalità e quindi della santità — perché un santo è un essere che l’amore di Dio ha fatto diventare pienamente una «persona» a somiglianza del suo Creatore.
Il controllo della emotività compiuto dal rinnegamento di sé tende a maturare e perfezionare la nostra sensibilità umana. La disciplina ascetica non risparmia la sensibilità: se lo facesse, verrebbe meno al suo compito. Se veramente ci rinneghiamo, questo nostro rinnegarci ci priverà talvolta di case delle quali abbiamo davvero bisogno, e ne sentiremo allora la necessità.
Dobbiamo soffrire. Ma l’assalto che la mortificazione dà ai sensi, alla sensibilità, all’immaginazione, al proprio giudizio e volere ha per scopo di purificare ed. arricchire tutte queste facoltà. I nostri cinque sensi vengono accecati dal piacere disordinato. La penitenza li rende più acuti, restituisce loro la naturale vitalità, anzi la accresce. La penitenza rischiara l’occhio della coscienza e della ragione: ci aiuta a pensare con chiarezza, a giudicare con criterio. Fortifica gli atti della volontà, eleva anche il tono della emotività: solo con la mancanza di rinnegamento e di autodisciplina si spiega la mediocrità di tanta arte devozionale, di tanti scritti pii, di tante preghiere sentimentali, di tante vite religiose.
Taluni si distolgono da tutta questa emotività a buon mercato con una specie di disperazione eroica e cercano Dio in un deserto in cui le emozioni non trovano nulla che possano sostenerle. Ma anche questo può essere un errore. Perché se la nostra emotività muore davvero nel deserto, con essa muore pure la nostra umanità. Dobbiamo ritornare dal deserto come Gesù o san Giovanni, con le nostre capacità di sentire accresciute e approfondite, fortificate contro i richiami della falsità, agguerrite contro la tentazione, fatte grandi, nobili e pure.