[...] Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli. I carnali non possono fare cose spirituali, né gli spirituali cose carnali, come né la fede le cose dell’infedeltà, né l’infedeltà quelle della fede. Anche quello che fate nella carne è spirituale. Fate tutto in Gesù Cristo.
Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che spargevano. Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l’argano di Gesù Cristo che é la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una vita diversa non amate che Dio solo.
Per gli altri uomini "pregate senza interruzione". In loro vi é speranza di conversione perché trovino Dio. Lasciate che imparino dalla vostre opere. Davanti alla loro ira siate miti; alla loro megalomania siate umili, alle loro bestemmie (opponete) le vostre preghiere; al loro errore "siate saldi nelle fede"; alla loro ferocia siate pacifici, non cercando di imitarli. Nella bontà troviamoci loro fratelli, cercando di essere imitatori del Signore. Chi ha sofferto di più l’ingiustizia? Chi ha avuto più privazioni? Chi più disprezzato? Non si trovi tra voi nessun’erba del diavolo, ma con ogni purezza e temperanza rimanete in Gesù Cristo con la carne e con lo spirito.
Sono gli ultimi tempi. Vergogniamoci e temiamo che la magnificenza di Dio ormai non sia per noi una condanna. O temiamo l’ira futura o amiamo la grazia presente; una delle due. Solo "è necessario" trovarsi in Gesù Cristo per la vera vita. Fuori di lui nulla abbia valore per voi, in lui porto le catene. Sono le perle spirituali con le quali vorrei mi fosse concesso risuscitare grazie alla vostra preghiera. A questa vorrei sempre partecipare per trovarmi nell’eredità dei cristiani di Efeso, che sono sempre uniti agli Apostoli nella potenza di Gesù Cristo.
So chi sono e a chi scrivo. Io sono un condannato, voi avete ottenuto misericordia. Io in pericolo, voi al sicuro. Voi siete la strada per quelli che s’innalzano a Dio. Gli iniziati di Paolo che si é santificato, ha reso testimonianza ed é degno di essere chiamato beato. Possa io stare sulle sue orme per raggiungere Dio; in un’intera sua lettera si ricorda di voi in Gesù Cristo.
Impegnatevi a riunirvi più di frequente nell’azione di grazie e di gloria verso Dio. Quando vi riunite spesso, le forze di Satana vengono abbattute e il suo flagello si dissolve nella concordia della fede. Niente è più bello della pace nella quale si frustra ogni guerra di potenze celesti e terrestri.
Nulla di tutto questo vi sfuggirà, se avete perfettamente la fede e la carità in Gesù Cristo, che sono il principio e lo scopo della vita. Il principio é la fede, il fine la carità. L’una e l’altra insieme riunite sono Dio, e tutto il resto segue la grande bontà. Nessuno che professi la fede pecca, nessuno che abbia la carità odia. L’albero si conosce dal suo frutto. Così coloro che si professano di appartenere a Cristo saranno riconosciuti da quello che operano. Ora l’opera non é di professione di fede, ma che ognono si trovi nella forza della fede sino all’ultimo.
É meglio tacere ed essere, che dire e non essere. É bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il maestro e ha detto e ha fatto e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace. Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino. Tutto facciamo considerando che abita in noi templi suoi ed egli il Dio (che è) in noi, come è e apparirà al nostro volto amandolo giustamente.
Non ingannatevi, fratelli miei. Quelli che corrompono la famiglia "non erediteranno il regno di Dio". Se quelli che fanno ciò secondo la carne muoiono, tanto più che con una dottrina perversa corrompe la fede di Dio per la quale Cristo fu crocifisso! Egli, divenuto impuro, finirà nel fuoco eterno e insieme a lui anche chi lo ascolta.
Per questo il Signore accettò il profumo versato sul suo capo per infondere l’immortalità alla Chiesa. Non lasciatevi ungere dal cattivo odore del principe di questo mondo che non vi imprigioni fuori della vita che vi attende. Perché non diveniamo tutti saggi ricevendo la scienza di Dio che è Gesù Cristo? A che rovinarsi pazzamente, misconoscendo il carisma che il Signore ci ha veramente mandato?
Il mio spirito è vittima della croce che è scandalo per gli infedeli e per noi salvezza e vita eterna. Dov’è il saggio? il disputante? la vanità di quelli che si dicono scienziati? Il nostro Dio, Gesù Cristo è stato portato nel seno di Maria, secondo l’economia di Dio, del seme di David e dello Spirito Santo. Egli è nato ed è stato battezzato perché l’acqua fosse purificata con la passione.
Al principe di questo mondo rimase celata la verginità di Maria e il suo parto, similmente la morte del Signore, i tre misteri clamorosi che furono compiuti nel silenzio di Dio. Come furono manifestati ai secoli? Un astro brillò nel cielo sopra tutti gli astri, la sua luce era indicibile, e la sua novità stupì. La altre stelle con il sole e la luna fecero un coro all’astro ed esso più di tutti illuminò. Ci fu stupore. Donde quella novità strana per loro? Apparso Dio in forma umana per una novità di vita eterna si sciolse ogni magia, si ruppe ogni legame di malvagità. Scomparve l’ignoranza, l’antico impero cadde. Aveva inizio ciò che era stato deciso da Dio. Di qui fu sconvolta ogni cosa per preparare l’abolizione della morte. [...]
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mercoledì 15 ottobre 2014
martedì 14 ottobre 2014
Dalla "Lettera ai cristiani di Smirne" di S. Ignazio di Antiochia
[...] Gloria a Gesù Cristo Dio che vi ha resi così saggi. Ho constatato che siete perfetti nella fede che non muta, come inchiodati nel corpo e nell'anima alla croce di Gesù Cristo e confermati nella carità del Suo sangue. Siete pienamente convinti del Signore nostro, che è veramente della stirpe di David secondo la carne, Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, nato realmente dalla vergine, battezzato da Giovanni, perché ogni giustizia fosse compiuta da lui. Egli, sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode, per noi fu veramente inchiodato nella carne, e dal frutto di ciò e dalla sua divina e beata passione noi "siamo nati" per innalzare per sempre, con la sua resurrezione, uno stendardo sui suoi santi e i suoi fedeli, giudei e pagani, nell'unico corpo della sua Chiesa.
Tutto questo soffrì il Signore perché fossimo salvi. E soffrì realmente come realmente risuscitò se stesso, non come dicono alcuni infedeli, essi che sono apparenza, che soffrì in apparenza. Come pensano, avverrà loro di essere incorporei e simili ai demoni.
Sono convinto e credo che dopo la risurrezione egli era nella carne. Quando andò da quelli che erano intorno a Pietro disse: "Prendete, toccatemi e vedete che non sono un demone senza corpo". E subito lo toccarono e credettero, al contatto della sua carne e del suo sangue. Per questo disprezzarono la morte e ne furono superiori. Dopo la risurrezione mangiò e bevve con loro come nella carne, sebbene spiritualmente unito al Padre.
Questo vi raccomando, carissimi, sapendo che così l'avete nell'animo. Vi metto in guardia da queste belve in forma umana, che non solo non bisogna ricevere, ma se possibile neanche incontrare; (occorre) soltanto pregare per loro che si ravvedano, cosa difficile. Gesù Cristo, nostra vera vita, ne ha la potenza. Se è un'apparenza quanto è stato fatto dal Signore, anch'io sono in apparenza incatenato. Allora perché mi sono offerto alla morte? Per il fuoco, per la spada, per le belve? Ma vicino alla spada "sono" vicino a Dio, vicino alle belve "sono" vicino a Dio, solo nel nome di Gesù Cristo. Per patire con lui tutto sopporto, dandomene la forza lui che si è fatto uomo perfetto. [...]
Tutto questo soffrì il Signore perché fossimo salvi. E soffrì realmente come realmente risuscitò se stesso, non come dicono alcuni infedeli, essi che sono apparenza, che soffrì in apparenza. Come pensano, avverrà loro di essere incorporei e simili ai demoni.
Sono convinto e credo che dopo la risurrezione egli era nella carne. Quando andò da quelli che erano intorno a Pietro disse: "Prendete, toccatemi e vedete che non sono un demone senza corpo". E subito lo toccarono e credettero, al contatto della sua carne e del suo sangue. Per questo disprezzarono la morte e ne furono superiori. Dopo la risurrezione mangiò e bevve con loro come nella carne, sebbene spiritualmente unito al Padre.
Questo vi raccomando, carissimi, sapendo che così l'avete nell'animo. Vi metto in guardia da queste belve in forma umana, che non solo non bisogna ricevere, ma se possibile neanche incontrare; (occorre) soltanto pregare per loro che si ravvedano, cosa difficile. Gesù Cristo, nostra vera vita, ne ha la potenza. Se è un'apparenza quanto è stato fatto dal Signore, anch'io sono in apparenza incatenato. Allora perché mi sono offerto alla morte? Per il fuoco, per la spada, per le belve? Ma vicino alla spada "sono" vicino a Dio, vicino alle belve "sono" vicino a Dio, solo nel nome di Gesù Cristo. Per patire con lui tutto sopporto, dandomene la forza lui che si è fatto uomo perfetto. [...]
Sant'Ignazio di Antiochia
Ignazio di Antiochia, detto L'Illuminatore (35 circa – Roma, 107 circa), è stato un vescovo dell'Asia Minore. È venerato come santo dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica. Fu il secondo successore di Pietro (69 d.C.) come vescovo di Antiochia di Siria.
"Crebbe in ambiente pagano; si convertì in età adulta.
Possiamo affermare che conobbe da giovane i grandi Apostoli del Signore, Pietro, il vicario di Gesù, Giovanni il prediletto, di cui insieme con Policarpo, era diventato discepolo, e gli altri, specialmente Paolo e Barnaba.
Verso la fine del I° secolo, tra l'80 e il 90 viene collocato sul seggio episcopale, probabilmente dall'apostolo Giovanni, unico superstite degli Apostoli e vi rimase fino al 107" [1], quando viene condannato ad bestias durante il regno dell'imperatore Traiano. Fu imprigionato e condotto da Antiochia a Roma sotto la scorta di una pattuglia di soldati per esservi divorato dalle fiere.
Nel corso del viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso: ai Romani, agli Efesini, ai Magnesi, ai Tralliani, agli Smirnesi, ai Filadelfi e a Policarpo. Esse ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della chiesa dell'inizio del II secolo: Ignazio si scontra con i doceti che negano l'Incarnazione di Gesù, la sua Passione e Resurrezione da morte, e la sua presenza nell'Eucaristia. "Inoltre il sincretismo ideologico e religioso, dominante specialmente in Asia, dissolveva e coagulava in una massa informe paganesimo e Cristianesimo, Giove, Mitra e Gesù; provocando disorientamento intellettuale e morale.
La figura di Gesù esce luminosa dalle sue lettere:
"Egli è il Figlio del Padre, vita nostra inseparabile, espressione della volontà di Dio" (Efesini, III-VIII).
"Discendente di Davide, nato da Maria Santissima per opera dello Spirito Santo" (Efesini, XVIII), "sottoposto alla croce a causa dei nostri peccati, sotto Ponzio Pilato; nato nel tempo, uscito dal seno del Padre, fattosi nostro Salvatore, nostro medico del corpo e dello spirito".
L'Eucaristia è "la vera Carne di Gesù che fu affissa alla croce e che risuscitò dalla tomba" (Smirnesi, VII), "è il Pane di Dio, il sangue di Cristo, che è pure il sangue di Dio, è la bevanda di Dio, l'antidoto contro la morte, il farmaco di immortalità".
Ignazio ha un solo grande desiderio, quello di essere reso conforme al Cristo immolato: "Sono frumento di Dio e voglio essere stritolato dai denti delle belve, affinché io sia trovato puro pane di Cristo". Per questo supplica i cristiani di Roma di permettere che egli muoia martire per Gesù.
Le sue lettere esprimono calde parole d'amore a Cristo e alla Chiesa. Appaiono per la prima volta le espressioni "Chiesa cattolica" ("Dove è Cristo, ivi c'è pure la Chiesa Cattolica", Smirnesi VIII) e "Cristianesimo", che sono ritenuti neologismi creati da lui. In particolare appare per la prima volta nelle sue lettere la concezione tripartita del ministero cristiano: vescovo, presbiteri, diaconi. Ignazio auspicava una nuova organizzazione della chiesa cristiana in cui un solo vescovo presiedesse “al posto di Dio”. Questo vescovo avrebbe esercitato l’autorità su molti sacerdoti.
"Chi regge la Chiesa di Roma, non è solo Vescovo di Roma, ma il Vicario di Cristo e Capo universale visibile di tutta la chiesa". [1]
Raggiunta Roma dopo il faticoso viaggio, Ignazio subì il martirio nell'Urbe. Fu esposto alle fiere durante i festeggiamenti in onore dell'imperatore Traiano, vincitore in Dacia.
Le sue ossa furono raccolte da alcuni fedeli e ricondotte ad Antiochia, dove furono sepolte nel cimitero della chiesa fuori della Porta di Dafne.
A seguito dell'invasione saracena, le reliquie furono ricondotte a Roma e lì sepolte nel 637 presso la basilica di San Clemente al Laterano dove tuttora riposano. Una parte del cranio è custodita nella chiesa di Sant'Ignazio d'Antiochia, situata nella periferia sud di Roma. La Chiesa cattolica celebra la sua festa il 17 ottobre, quella ortodossa il 20 dicembre.
{Fonti: foto e parte delle notizie wikipedia
[1] "Ardente dufensore di Gesù, Sant'Ignazio di Antiochia" di Paolo Risso ne "Il settimanale di Padre Pio", anno XIII - 12 ottobre 2014}
"Crebbe in ambiente pagano; si convertì in età adulta.
Possiamo affermare che conobbe da giovane i grandi Apostoli del Signore, Pietro, il vicario di Gesù, Giovanni il prediletto, di cui insieme con Policarpo, era diventato discepolo, e gli altri, specialmente Paolo e Barnaba.
Verso la fine del I° secolo, tra l'80 e il 90 viene collocato sul seggio episcopale, probabilmente dall'apostolo Giovanni, unico superstite degli Apostoli e vi rimase fino al 107" [1], quando viene condannato ad bestias durante il regno dell'imperatore Traiano. Fu imprigionato e condotto da Antiochia a Roma sotto la scorta di una pattuglia di soldati per esservi divorato dalle fiere.
Nel corso del viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso: ai Romani, agli Efesini, ai Magnesi, ai Tralliani, agli Smirnesi, ai Filadelfi e a Policarpo. Esse ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della chiesa dell'inizio del II secolo: Ignazio si scontra con i doceti che negano l'Incarnazione di Gesù, la sua Passione e Resurrezione da morte, e la sua presenza nell'Eucaristia. "Inoltre il sincretismo ideologico e religioso, dominante specialmente in Asia, dissolveva e coagulava in una massa informe paganesimo e Cristianesimo, Giove, Mitra e Gesù; provocando disorientamento intellettuale e morale.
La figura di Gesù esce luminosa dalle sue lettere:
"Egli è il Figlio del Padre, vita nostra inseparabile, espressione della volontà di Dio" (Efesini, III-VIII).
"Discendente di Davide, nato da Maria Santissima per opera dello Spirito Santo" (Efesini, XVIII), "sottoposto alla croce a causa dei nostri peccati, sotto Ponzio Pilato; nato nel tempo, uscito dal seno del Padre, fattosi nostro Salvatore, nostro medico del corpo e dello spirito".
L'Eucaristia è "la vera Carne di Gesù che fu affissa alla croce e che risuscitò dalla tomba" (Smirnesi, VII), "è il Pane di Dio, il sangue di Cristo, che è pure il sangue di Dio, è la bevanda di Dio, l'antidoto contro la morte, il farmaco di immortalità".
Ignazio ha un solo grande desiderio, quello di essere reso conforme al Cristo immolato: "Sono frumento di Dio e voglio essere stritolato dai denti delle belve, affinché io sia trovato puro pane di Cristo". Per questo supplica i cristiani di Roma di permettere che egli muoia martire per Gesù.
Le sue lettere esprimono calde parole d'amore a Cristo e alla Chiesa. Appaiono per la prima volta le espressioni "Chiesa cattolica" ("Dove è Cristo, ivi c'è pure la Chiesa Cattolica", Smirnesi VIII) e "Cristianesimo", che sono ritenuti neologismi creati da lui. In particolare appare per la prima volta nelle sue lettere la concezione tripartita del ministero cristiano: vescovo, presbiteri, diaconi. Ignazio auspicava una nuova organizzazione della chiesa cristiana in cui un solo vescovo presiedesse “al posto di Dio”. Questo vescovo avrebbe esercitato l’autorità su molti sacerdoti.
"Chi regge la Chiesa di Roma, non è solo Vescovo di Roma, ma il Vicario di Cristo e Capo universale visibile di tutta la chiesa". [1]
Raggiunta Roma dopo il faticoso viaggio, Ignazio subì il martirio nell'Urbe. Fu esposto alle fiere durante i festeggiamenti in onore dell'imperatore Traiano, vincitore in Dacia.
Le sue ossa furono raccolte da alcuni fedeli e ricondotte ad Antiochia, dove furono sepolte nel cimitero della chiesa fuori della Porta di Dafne.
A seguito dell'invasione saracena, le reliquie furono ricondotte a Roma e lì sepolte nel 637 presso la basilica di San Clemente al Laterano dove tuttora riposano. Una parte del cranio è custodita nella chiesa di Sant'Ignazio d'Antiochia, situata nella periferia sud di Roma. La Chiesa cattolica celebra la sua festa il 17 ottobre, quella ortodossa il 20 dicembre.
{Fonti: foto e parte delle notizie wikipedia
[1] "Ardente dufensore di Gesù, Sant'Ignazio di Antiochia" di Paolo Risso ne "Il settimanale di Padre Pio", anno XIII - 12 ottobre 2014}
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