Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma? La prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: Per liberarmi dai miei peccati. Poiché non v’è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati. Ciò trova la sua conferma nella logica, spaventosa per molti, con la quale la Chiesa trae la conclusione che il peccato confessato, e pianto adeguatamente, viene di fatto abolito, e che il peccatore comincia veramente di nuovo, come se non avesse mai peccato. […] Orbene, quando un cattolico ritorna dalla confessione entra veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio, e guarda con occhi nuovi attraverso il mondo, ad un Crystal Palace che è veramente di cristallo. Egli sa che in quell’angolo oscuro, e in quel breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora un nuovo esperimento del Creatore. È un esperimento nuovo tanto quanto lo era a soli cinque anni.
Egli sta, come dissi, nella luce bianca dell’inizio, pieno di dignità, della vita di un uomo. Le accumulazioni di tempo non possono più spaventare. Può essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque minuti.
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mercoledì 20 maggio 2015
Da "Gesù il Cristo" - Karl Adam
Tutto il suo essere e il suo vivere è, in tutto e per tutto, unità, decisione, lucidità: pura chiarezza, pura verità. Lasciava tale impressione di veracità, di lealtà, di rettitudine e di forza che neppure i suoi nemici potevano sottrarsene: Maestro, noi sappiamo che tu sei veritiero e non hai paura di nessuno.
Proprio qui, in questa unità, in questa rettitudine, chiarezza del suo intimo sta la spiegazione psicologica della sua lotta a morte contro i farisei, contro i sepolcri imbiancati, contro quei rappresentanti di tutto ciò che è falso, basso, puramente esteriore, di ciò che rende intollerabile la religione e la vita. Tale condotta gli ha aperto la via della croce…
Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Tale senso d’eroismo, tale assoluta dedizione della vita alla verità conosciuta, egli esige anche dai suoi discepoli. Per lui l’eroismo è la regola. Al giovane ricco che ha osservato tutti i comandamenti, manca ancora una cosa: 'Va’, vendi tutto, poi seguimi'.
La sostanza della fede cristiana e qualcosa di completamente nuovo nella storia: per questo, in nessun modo, può essere considerata come creazione umana, o come espressione prodotta dalla fede della stessa comunità cristiana.
Sarebbe, per sé, certamente pensabile che la forza della leggenda o della pia credenza, oppure il culto entusiasta di un eroe, o, se si vuole, una consapevole arte letteraria, possa giungere ad innalzare e a glorificare talmente un personaggio puramente umano, da fame una divinità. In questo caso, un processo puramente naturale e spontaneo, oppure voluto dall'arte, avrebbe dato origine all'apoteosi d'un essere puramente umano. Ma sul terreno delle concezioni cristiane, non v'era posto per tale apoteosi.
Infatti nella fede nel Cristo non v'e indizio di glorificazione progressiva, non si tratta già della divinizzazione d'un essere puramente umano, ma piuttosto della professione di fede religiosa in un essere che è e rimane integralmente, completamente, nettamente uomo. Il mistero di tale fede sta appunto in questo: nel fatto che questa integra e completa natura umana e unita personalmente con la divinità.
Il nucleo centrale della fede cristiana sta proprio in questo paradosso: «Un uomo completo e vero, e, nondimeno, Figlio di Dio! ».
Proprio per questo mancava agli evangelisti, agli apostoli e alla loro comunità di fedeli qualsiasi stimolo dogmatico per glorificare, per innalzare comunque fino alla divinità la figura umana di Gesù.
Il loro interesse dogmatico invece converge piuttosto verso la bassezza dell'umanità, verso il fatto che quest'uomo, Gesù, proprio come noi è nato e muore, proprio come noi soffre fame e sete, proprio come noi e afflitto e piange.
Nella storia delle religioni manca qualsiasi parallelo ad una fede siffatta che crede all'integra umanità del Figlio di Dio. In quelle religioni in cui frequentemente accadono delle divinizzazioni, troviamo che l'elemento umano viene dal divino e scompare in esso. Quando Antinoo, favorito dell'imperatore Adriano, morì affogato nel Nilo, fu subito adorato come trasfigurato in Osiride. Non altrimenti accadde nel culto di Simone, di Menandro e di Eichasai.
Il risultato della metamorfosi non era un uomo-dio, ma solo la divinità, la pienezza della divinità. I Kyrioi delle comunità unite per la celebrazione dei misteri pagani non stanno affatto, come il Verbo fattosi uomo, tra Dio e gli uomini, Essi non sono la via che conduce al Padre, i mediatori. Essi stessi sono l'apparizione della divinità. Per questo lo scopo fondamentale cui tendeva la mistica pagana della salvezza non consisteva nell’unione dell'essere col mediatore, al fine di raggiungere per mezzo suo la divinità, ma consisteva nella divinizzazione del mistero in senso assoluto. Il consacrato stesso diventa Iside o Mitra.
Per tale divinizzazione mancava al Cristianesimo qualsiasi fondamento, perché il suo Cristo e, e rimase, pienamente e completamente uomo, e, appunto per mezzo della sua umanità, opera la salvezza.
Altra divergenza fondamentale: il Dio che e unito con questa umanità, per i cristiani non e un Dio, uno tra i molti dei o dee, uno tra i mille possibili intermediari fra gli esseri: terrestri e il Dio supremo. Il Dio, che e Cristo, e nella sua unione col Padre e con lo Spirito Santo il solo Dio, l'unico Dio del cielo e della terra: Deus solus.
Il solo, l'unico Dio dell'Antico Testamento si continua: qui, in quest'uomo, che è Figlio di Dio sulla terra. In nessun luogo, in tutto l'ambito della storia delle religioni, si trova quest'unico Dio e quest'unico Cristo.
In questo concetto cristiano sta la seconda nota caratteristica che lo distingue da tutti i pretesti paralleli desunti dalla storia delle religioni.
Sempre e dovunque nelle antiche leggende entravano delle divinità sotto forma umana, si trattava di dei, non dell'unico Dio. Tutte queste figure di dèi nascevano da concezioni a fondo politeistico o panteistico. Erano tutte forze della natura proiettate nell'infinito, erano una Natura risultante dalla loro fusione, non erano il Signore, il Creatore della natura. Perciò erano alla mercé della loro essenza puramente naturale, erano soggette per necessita naturale al divenire, al Fato e ai suoi voleri come le altre creature.
Ben altrimenti il Verbo Eterno che, secondo la professione di fede cristiana, e apparso nel Cristo. Egli è Dio da Dio, Lume da Lume. Nelle eterne relazioni della vita divina Egli precede oggi, domani, in tutti i tempi dal seno del Padre, e ne esprime l'essenza nella sua propria Persona sussistente. Egli è il Figlio uguale per natura al Padre, è l'immagine riflessa, e lo splendore del Padre. Il mistero del Cristo per la fede cristiana sta in questo, che la sua natura umana riceve la sua individualità, la sua sussistenza, la sua personalità da questo Verbo divino eguale per natura al Padre e allo Spirito. Il Cristo rimane si un uomo in tutto completo, ma Egli ha la sua più profonda realtà nel Verbo divino. Per questo, quando i Cristiani chiamano «Dio» il Verbo Incarnato, questo «Dio» è infinitamente diverse da tutte le divinità pagane.
Potremmo dire ch'Egli è al-di-là, sostanziale di tutte le forze e di tutte le figure della natura, di tutti gli dèi e le dee, di tutti gli angeli e gli uomini, è l'Essere eternamente identico, che riposa assolutamente in Se stesso, che non ha nessuna specie di rapporti di dipendenza dal mondo e che quindi giammai potrà divenire una parte di questo mondo. Per questo appunto tale Dio dei Cristiani non può tramutarsi come gli dei e le dee dell'ellenismo, in altre figure divine. Egli è col Padre e collo Spirito il grande Unico, l'Esclusivo per essenza: Deus solus.
Qui non v'è nessun punto di contatto con la fede negli dèi del paganesimo. La pretesa di trattare alla stessa stregua lo theós ellenistico e lo theós cristiano dev'essere qualificata una grossolana confusione o falsificazione di sensi o di concetti. Il loro contenuto è talmente diverso, anzi opposto, quanto lo sono cristianesimo e paganesimo, teismo e panteismo.
Per tre secoli i Cristiani a motivo di questa stridente opposizione hanno sofferto i più sanguinosi martiri. E quando la concezione ellenistica voleva penetrare nel Cristianesimo come talvolta accadde, sotto forma velata, presso l'uno o l'altro apologeta, e poi, più tardi, gettando i veli coll’arianesimo allora l'antica fede, dall'intimo della sua volontà di vita, reagì energicamente.
Allora l'antica fede, in una lotta aspra e quasi disperata contro la forza dello Stato e degli spiriti sacrificò la vita, l'onore, la patria dei migliori eroi fino a raggiungere la vittoria, fin quando il dogma della divinità del Figlio di Dio, della sua essenziale eguaglianza col Padre, non ottenne il riconoscimento universale.
È uno scandalo che disonora la scienza quello di trascurare questi fatti, e, col pretesto della medesima espressione theós di avvicinare l'Incarnazione di Cristo alle incarnazioni pagane.
Ma tale fede nel Figlio di Dio, come non riceve luce dall'ellenismo, cosi non può affatto spiegarsi come una derivazione dal giudaismo. È noto che il popolo giudaico era seriamente e pienamente persuaso della sua fede nell’unico Dio. Esso conservava con zelo geloso, tra la molteplicità degli dèi pagani, il monoteismo rigoroso, come il più prezioso tesoro nazionale.
Per questo appunto la sua mentalità puramente umana doveva essere molto lontana dall'idea che quest'unico Dio viva una vita trinitaria come Padre, Figlio e Spirito.
Proprio qui, in questa unità, in questa rettitudine, chiarezza del suo intimo sta la spiegazione psicologica della sua lotta a morte contro i farisei, contro i sepolcri imbiancati, contro quei rappresentanti di tutto ciò che è falso, basso, puramente esteriore, di ciò che rende intollerabile la religione e la vita. Tale condotta gli ha aperto la via della croce…
Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l’eroismo incarnato. Tale senso d’eroismo, tale assoluta dedizione della vita alla verità conosciuta, egli esige anche dai suoi discepoli. Per lui l’eroismo è la regola. Al giovane ricco che ha osservato tutti i comandamenti, manca ancora una cosa: 'Va’, vendi tutto, poi seguimi'.
La sostanza della fede cristiana e qualcosa di completamente nuovo nella storia: per questo, in nessun modo, può essere considerata come creazione umana, o come espressione prodotta dalla fede della stessa comunità cristiana.
Sarebbe, per sé, certamente pensabile che la forza della leggenda o della pia credenza, oppure il culto entusiasta di un eroe, o, se si vuole, una consapevole arte letteraria, possa giungere ad innalzare e a glorificare talmente un personaggio puramente umano, da fame una divinità. In questo caso, un processo puramente naturale e spontaneo, oppure voluto dall'arte, avrebbe dato origine all'apoteosi d'un essere puramente umano. Ma sul terreno delle concezioni cristiane, non v'era posto per tale apoteosi.
Infatti nella fede nel Cristo non v'e indizio di glorificazione progressiva, non si tratta già della divinizzazione d'un essere puramente umano, ma piuttosto della professione di fede religiosa in un essere che è e rimane integralmente, completamente, nettamente uomo. Il mistero di tale fede sta appunto in questo: nel fatto che questa integra e completa natura umana e unita personalmente con la divinità.
Il nucleo centrale della fede cristiana sta proprio in questo paradosso: «Un uomo completo e vero, e, nondimeno, Figlio di Dio! ».
Proprio per questo mancava agli evangelisti, agli apostoli e alla loro comunità di fedeli qualsiasi stimolo dogmatico per glorificare, per innalzare comunque fino alla divinità la figura umana di Gesù.
Il loro interesse dogmatico invece converge piuttosto verso la bassezza dell'umanità, verso il fatto che quest'uomo, Gesù, proprio come noi è nato e muore, proprio come noi soffre fame e sete, proprio come noi e afflitto e piange.
Nella storia delle religioni manca qualsiasi parallelo ad una fede siffatta che crede all'integra umanità del Figlio di Dio. In quelle religioni in cui frequentemente accadono delle divinizzazioni, troviamo che l'elemento umano viene dal divino e scompare in esso. Quando Antinoo, favorito dell'imperatore Adriano, morì affogato nel Nilo, fu subito adorato come trasfigurato in Osiride. Non altrimenti accadde nel culto di Simone, di Menandro e di Eichasai.
Il risultato della metamorfosi non era un uomo-dio, ma solo la divinità, la pienezza della divinità. I Kyrioi delle comunità unite per la celebrazione dei misteri pagani non stanno affatto, come il Verbo fattosi uomo, tra Dio e gli uomini, Essi non sono la via che conduce al Padre, i mediatori. Essi stessi sono l'apparizione della divinità. Per questo lo scopo fondamentale cui tendeva la mistica pagana della salvezza non consisteva nell’unione dell'essere col mediatore, al fine di raggiungere per mezzo suo la divinità, ma consisteva nella divinizzazione del mistero in senso assoluto. Il consacrato stesso diventa Iside o Mitra.
Per tale divinizzazione mancava al Cristianesimo qualsiasi fondamento, perché il suo Cristo e, e rimase, pienamente e completamente uomo, e, appunto per mezzo della sua umanità, opera la salvezza.
Altra divergenza fondamentale: il Dio che e unito con questa umanità, per i cristiani non e un Dio, uno tra i molti dei o dee, uno tra i mille possibili intermediari fra gli esseri: terrestri e il Dio supremo. Il Dio, che e Cristo, e nella sua unione col Padre e con lo Spirito Santo il solo Dio, l'unico Dio del cielo e della terra: Deus solus.
Il solo, l'unico Dio dell'Antico Testamento si continua: qui, in quest'uomo, che è Figlio di Dio sulla terra. In nessun luogo, in tutto l'ambito della storia delle religioni, si trova quest'unico Dio e quest'unico Cristo.
In questo concetto cristiano sta la seconda nota caratteristica che lo distingue da tutti i pretesti paralleli desunti dalla storia delle religioni.
Sempre e dovunque nelle antiche leggende entravano delle divinità sotto forma umana, si trattava di dei, non dell'unico Dio. Tutte queste figure di dèi nascevano da concezioni a fondo politeistico o panteistico. Erano tutte forze della natura proiettate nell'infinito, erano una Natura risultante dalla loro fusione, non erano il Signore, il Creatore della natura. Perciò erano alla mercé della loro essenza puramente naturale, erano soggette per necessita naturale al divenire, al Fato e ai suoi voleri come le altre creature.
Ben altrimenti il Verbo Eterno che, secondo la professione di fede cristiana, e apparso nel Cristo. Egli è Dio da Dio, Lume da Lume. Nelle eterne relazioni della vita divina Egli precede oggi, domani, in tutti i tempi dal seno del Padre, e ne esprime l'essenza nella sua propria Persona sussistente. Egli è il Figlio uguale per natura al Padre, è l'immagine riflessa, e lo splendore del Padre. Il mistero del Cristo per la fede cristiana sta in questo, che la sua natura umana riceve la sua individualità, la sua sussistenza, la sua personalità da questo Verbo divino eguale per natura al Padre e allo Spirito. Il Cristo rimane si un uomo in tutto completo, ma Egli ha la sua più profonda realtà nel Verbo divino. Per questo, quando i Cristiani chiamano «Dio» il Verbo Incarnato, questo «Dio» è infinitamente diverse da tutte le divinità pagane.
Potremmo dire ch'Egli è al-di-là, sostanziale di tutte le forze e di tutte le figure della natura, di tutti gli dèi e le dee, di tutti gli angeli e gli uomini, è l'Essere eternamente identico, che riposa assolutamente in Se stesso, che non ha nessuna specie di rapporti di dipendenza dal mondo e che quindi giammai potrà divenire una parte di questo mondo. Per questo appunto tale Dio dei Cristiani non può tramutarsi come gli dei e le dee dell'ellenismo, in altre figure divine. Egli è col Padre e collo Spirito il grande Unico, l'Esclusivo per essenza: Deus solus.
Qui non v'è nessun punto di contatto con la fede negli dèi del paganesimo. La pretesa di trattare alla stessa stregua lo theós ellenistico e lo theós cristiano dev'essere qualificata una grossolana confusione o falsificazione di sensi o di concetti. Il loro contenuto è talmente diverso, anzi opposto, quanto lo sono cristianesimo e paganesimo, teismo e panteismo.
Per tre secoli i Cristiani a motivo di questa stridente opposizione hanno sofferto i più sanguinosi martiri. E quando la concezione ellenistica voleva penetrare nel Cristianesimo come talvolta accadde, sotto forma velata, presso l'uno o l'altro apologeta, e poi, più tardi, gettando i veli coll’arianesimo allora l'antica fede, dall'intimo della sua volontà di vita, reagì energicamente.
Allora l'antica fede, in una lotta aspra e quasi disperata contro la forza dello Stato e degli spiriti sacrificò la vita, l'onore, la patria dei migliori eroi fino a raggiungere la vittoria, fin quando il dogma della divinità del Figlio di Dio, della sua essenziale eguaglianza col Padre, non ottenne il riconoscimento universale.
È uno scandalo che disonora la scienza quello di trascurare questi fatti, e, col pretesto della medesima espressione theós di avvicinare l'Incarnazione di Cristo alle incarnazioni pagane.
Ma tale fede nel Figlio di Dio, come non riceve luce dall'ellenismo, cosi non può affatto spiegarsi come una derivazione dal giudaismo. È noto che il popolo giudaico era seriamente e pienamente persuaso della sua fede nell’unico Dio. Esso conservava con zelo geloso, tra la molteplicità degli dèi pagani, il monoteismo rigoroso, come il più prezioso tesoro nazionale.
Per questo appunto la sua mentalità puramente umana doveva essere molto lontana dall'idea che quest'unico Dio viva una vita trinitaria come Padre, Figlio e Spirito.
venerdì 15 maggio 2015
Gesù a Gabrielle Bossis
Sorridi a tutti. Unirò una Grazia al tuo sorriso.
Occupati del mio amore... non c’è nessun orfano abbandonato come me.
Cerca di essere per tutti il mio sorriso. La mia voce amabile.
Nasconditi in me. Nutri il mondo con le tue sofferenze. È così che sarai la mia sposa.
Non giudicare. Forse tu conosci l'anima altrui?
Sii sempre serena e calma. Il fiume riflette il cielo solo quando è calmo.
Prendi il mio Vangelo. Tienilo sempre con te. Mi farai piacere.
Pensa con carità. I pensieri generano le parole.
Io non vi chiedo di essere degli angeli. Vi chiedo di essere santi secondo la vostra natura.
Considera ogni cosa in vista dell’Eternità.
Credi forse che Io non abbia bisogno di tenerezza, perché sono Dio?
Rispetta la devozione degli altri. Ognuno ha il suo modo di venire a me.
Offrimi la sofferenza. Non si può offrirmene in cielo. Offrimela!
Più ti darai agli altri, più Io mi darò a te.
Quando si ha nel proprio salotto qualcuno di molto amato, non ci si mette alla finestra a guardare i passanti.
Non parlare senza sorridere.
Dimmi “buon giorno” ad ogni risveglio, come se tu entrassi in cielo.
Nessun delitto supera l’amore. L’amore è più grande delle vostre colpe.
Guarda spesso al cielo. Ti aiuterà a desiderarlo.
Onora gli angeli della tua casa. Ah! se credeste, vivreste più con gli Invisibili che con i visibili.
Sin dal tuo risveglio, chiedimi delle anime. Richiedimi dei peccatori. Mi farai tanto piacere… non puoi immaginartelo. Io sono morto per loro. Sono morto senza essere stato malato, anzi pieno di vita. Sono morto a forza d’essere picchiato.
Se non mi aiuti oggi, non potrò salvare questa o quell’anima, e tu sai se le amo! Salvale come se tu salvassi me...
Vivi unicamente per me. Quando parli, si veda bene che in te ci sono solo io. Non temere di nominarmi nelle conversazioni. Tutti, senza saperlo, hanno bisogno di me. E il nome di Dio può svegliare il Bene nelle anime. Tu ne prenderai l’abitudine. Io ti aiuterò. Si verrà da te per sentire parlare di me.
Perché dovresti temere, dato che io farò la maggior parte del tuo lavoro? Aiutarvi è la mia felicità. Chiamatemi in vostro soccorso, mie amate anime. Voi avete la libertà di volermi o di non volermi; e io resto qui, aspettando la vostra decisione con il cuore che batte. Il mio cuore desideroso della vostra scelta...
Ama seminare il mio nome nelle parole che pronunci. Come una tenera riparazione per il dolore che mi procurano coloro che vogliono cancellarmi da tutto, persino dall’anima dei fanciulli.
Semina il mio nome, io lo farò crescere.
Credilo: le azioni più ordinarie, fatte con l’intenzione di salvare le anime, salvano le anime. Credilo per davvero. Bisogna crederlo, perché onora la mia potenza e la mia bontà.
Fa’ attenzione al santo del giorno. C’è festa per lui in cielo. Ha grazie da donare in quel giorno, se gli si chiedono. Unisciti alle feste del cielo… mentre aspetti.
Allora, offrimi già da ora il tuo consenso a morire, per obbedire alla legge divina, per la glorificazione di Dio, per la riduzione del male sulla terra, per l’esaltazione della Croce. Ricordati: quando la mia Croce è scesa nella sua buca, il rumore dell’urto fu udito nel Limbo dove tante anime che aspettavano la venuta del Salvatore
tremarono di gioia; quando l’amore della Croce entra in un’anima e vi si sprofonda, quest’anima vive in una gioia che il mondo non conoscerà: il mondo che ha soltanto piaceri, mentre la gioia appartiene a me e ai miei, amica mia.
Render l’anima, è una parola giusta. Io ve l’avevo data. Vi avevo messo tanto Amore…
Bisogna rendermela con tutto l’affetto, tutta la tenerezza di cui siete capaci, per onorare il mio amore, il Primo. Quando verrò a coglierla, questa cara anima, che essa mi si doni come un flacone di profumo che si spezza.
Non dire le tue preghiere come una corvée obbligatoria, ma come una storia affascinante e nuova raccontata all’orecchio del tuo Diletto. E come la dirai ancora meglio con un sorriso interiore! E come sarà ascoltata meglio!
Il lunedì: vivi nell’amore dello Spirito Santo chiedendogli l’amore. È Lui che fa la santità.
Il martedì: con la Regina degli angeli e gli angeli. Per riparare alle offese e alle tue offese.
Il mercoledì: con San Giuseppe. Prendi in prestito da Lui la sua vita interiore.
Il giovedì: sii piccola ostia con me. Sii un’ostia che canta. Cerca come un avaro le occasioni di piccoli
sacrifici che ti rinnoveranno nello stato di ostia.
Il venerdì: tutta per il mio Cuore. Il venerdì che fu per me una grande sofferenza, sia per te una grande
dolcezza.
Il sabato non sei sola: mia Madre ti accompagna. Risveglia in te l’amore per Lei.
La domenica: sali in seno alla Trinità santa, come un piccolo grano d’incenso in segno di pura lode. Fa’ così, piccola anima.
Hai notato? Perfino la sala in cui realizzavo il mio voto più caro, la mia Eucaristia, perfino quella sala non era mia. Mi fu prestata: “Il maestro ne ha bisogno”. Ho dato persino la mia tunica tessuta da mia madre. Renditi conto della mia povertà.
Il tuo giorno: una vita. Al risveglio è la tua nascita. La messa, la tua prima Comunione. La giornata, come la vita: dispiaceri e gioie. Tutto offerto a me, in me. E io ti porterò sul mio Cuore pieno d’amore. Preparati al sonno come alla morte: nell’amore, per la mia gloria; e domani avrai nuovamente la vita sul mio Cuore che è attento a ognuno dei tuoi passi, figliolina mia.
No, non c’è nessuna occupazione che impedisca di pregare.
Io, non recitavo forse i Salmi, coperto di colpi e di piaghe, trascinandomi sul cammino del Calvario, in mezzo alla folla urlante? E sulla Croce? La mia povera Croce…E tu, troveresti difficile pregare nelle tue piccole, comode occupazioni? Oh! unisciti a me.
Capisci? Tu lo sai, non hai spesso l’occasione di buttarti in acqua per salvare qualcuno. È nelle piccole circostanze che devi dedicarti al prossimo per l’amore mio. Un piccolo gesto. Dell’affetto. E del fascino. È l’intenzione che guardo in te. L’intenzione, capisci? Sarò
indulgente, se il risultato non è perfetto.
Io ti ho dato tutto ciò che possiedi. Non sono forse capace di raddoppiare ancora i miei doni? Sono diventato meno ricco? Oppure ho perso dell’amore? Posso santificarti in un istante. Ma amo il tuo lungo e paziente lavoro che ti mantiene nell’umiltà.
Acquisisci l’umiltà amorosa. Ti eleverà. Lo scoraggiamento non ha mai elevato un’anima. Cammina, cammina! Io camminavo sulla via del Calvario e, nonostante tanta sofferenza, sono arrivato. Guardami. Avrai un coraggio nuovo. E fammi l’onore di chiamarmi in tuo soccorso.
Dimmi spesso: “Mio Creatore, compi le tue volontà su di me. Desidero una sola cosa, che venga il tuo Regno in me come in cielo”. E m’impadronirò di te con più avidità di un uccello da preda. Sai cos’è una fiamma che divora? Lasciati prendere in corsa.
Invece di fuggire, gettati nelle mie braccia e perdi la direzione di te stessa. Io ti amerò cieca, che ti lasci guidare. Le mie spalle non sono ancora abbastanza cariche, reclamano altri pesi. Prendi il tuo posto: io sono il Buon Pastore. Dimmi il nome delle anime che vorresti portarmi… Per te, le chiamerò con insistenza. Non temere di portarmene troppe. Ne aspetto di più. Quanto a te, apri bene il tuo cuore.
Io entro e non me ne vado più. A meno che tu non ti stanchi dell’Amico che è morto per salvarti…Se tu mi scacciassi, resterei ancora davanti alla tua porta.
Chi è puro? Non vi sono che peccatori o purificati. Guai a coloro che s’inorgogliscono di non soccombere alle tentazioni che non subiscono.
Questa notte, quando sei andata alla finestra aperta per guardare lo splendido cielo stellato i cui riflessi cadevano sui ciliegi in fiore, ascoltavi l’usignolo dell’isola e sentivi la gioia di avere uno sposo così potente. Ah! che questo, e molti altri spettacoli della natura accrescano la tua fiducia in me… Scaccia la diffidenza. Essa non mi onora.
Riprendi fiducia e ricomincia il tuo umile cammino, sempre più vicina a me. Sai che non hai solidità e che i tuoi fondamenti non possono essere che in me. Quando crolli, io prendo le macerie e rifaccio un tempio nuovo più bello, perché ti sei umiliata.
Pensa a questo per riuscire ad amare l’umiliazione.
Non l’ho vissuta io stesso per tutta la mia vita terrena? Io, Dio! Quale compagna, figlia mia!…Vedi, ciò che affligge l’amore è l’indifferenza, è l’apatia, è l’inerzia: molte anime sono con me come se io fossi ancora morto. Ma sono vivo, figlia mia, e sono vicino a loro, dentro di loro, aspettando che mi parlino, che
mi sorridano e che il loro cuore batta un po’ per me. Esigo così poco! Sono contento così presto…Chiedo solo di essere invitato e m’incarico io della festa.
Oggi, contemplerai la mia bellezza.
Già stamani hai visto quella pennellata di rosa intenso all’orizzonte, verso oriente. Poi, passando sotto gli alberi, ti sei fermata davanti ai lunghi fili delle ragnatele di ottobre, tese da un ramo all’altro, con le gocce di rugiada infilate come fossero perle in tante collane aperte.
E il grillo, che aveva cantato tutta la notte sul tuo ciliegio, ad un tratto ha taciuto perché il sole era appena sorto. Allora, la Loira ha cominciato a cambiare colore con tanta varietà di tinte che nessun prodotto della terra avrebbe potuto fornirle tale ricchezza.
E gli aironi sono passati rigando il firmamento viola. Se sai guardare bene, tutte le ore del giorno hanno la loro magnificenza:
viene da me, viene da una parte del mio Essere, per voi naturalmente, per sviluppare in voi l’attrattiva
verso la lode, il gusto dell’adorazione, l’amore dell’Amore.
E ogni mattina io faccio nuovi i miei spettacoli per fare nuovi i vostri cuori. Hai un fornitore tanto abile, e che cerchi tanto di piacerti? Hai qualcuno per ritagliare le nuvole in quelle forme che ti piacciono? Hai un ingegnere capace di sollevare il fiume fino al muro della tua terrazza?
Chi è il mercante che ha disposto gli uccelli sui tuoi alberi? e tante farfalle fra i tuoi fiori? E stamani, è stata una fabbrica di tulle che ha steso, come fosse un velo, la striscia di nebbia che tagliava
l’isola in due piani? Di chi è la mano che stacca con tanta grazia le foglie ingiallite dei tuoi tigli, mentre le tue piante di fragola ti offrono i loro lunghi getti per i frutti degli anni venturi? Apri bene gli occhi e guarda l’Amore: è Lui che passa.
Chiedi la fame e la sete di Dio. Chiedi il mal di Dio.
Un santo è un uomo come gli altri. Ma si è svuotato di sé e ha invitato lo Spirito a prendere il suo posto. Ed è lo Spirito che è santo.
Non trovi che la Delicatezza sia il fascino dell’amore?
E tu non sai tutto. Non lo saprai che in Cielo. E con quale gioia…
Mi compiaccio a percorrere la via dei cuori con il nostro piccolo libro. Tanti leggono e sono trafitti da una delle mie frecce.
Alcuni non osano credere a tanto amore e rimangono sull’orlo della Verità. Altri chiudono il libro senza voler comprendere.
Ma credi che molti, profondamente stupiti, tentano di ricalcare il loro modo di amare sull’intimità che non abbandona, che non trascura, che si ingegna a piacere, a consolare, a rallegrare con una tenerezza nuova. Ti ho detto che, nell’amarmi, voi non esagererete mai. Anche fino alla follia: non ho fatto lo stesso io, per voi? Potrete mai rispondere allo stesso modo? Vicino ai vostri cuori, io sono così povero…Tante indifferenze, tante avversioni… Almeno quelli che comprendono, cerchino di farmi ricco ogni giorno, non foss’altro che con un sentimento di commiserazione. Anche poca pietà da parte vostra mi è già di sollievo. Un semplice desiderio di avvicinarsi a me, mi calma. Un atto d’amore, sia pur breve, in mezzo alle vostre occupazioni, mi accontenta. E se un cuore arriva a non vivere più che per me, io lo appago fin da questa vita,
poiché egli mi offre sulla terra un luogo in cui mi rifugio. Non credere che ce ne siano molti!
Leggete il Vangelo. Guardate il Modello. Attingetevi l’amore per gli altri, lo zelo nel servizio al Padre, l’unione con lo Spirito affinché Egli soffi quando vorrà, quanto vorrà.
E se Egli vi manda una prova, non dite: “Basta!”. Tendetegli il vostro essere, affinché Egli lo porti dove vuole… E sarà sulle cime.
Tu, che mi hai trovato, non desideri onorarmi del tuo delicato amore? Anche in mezzo alle visite, alle distrazioni, ai viaggi, apri l’interno del tuo cuore: io vi risiedo.
È alla sera della vita che comincerai a vivere: quando tu penserai che stai per morire.
Dunque, tienimi stretto a te, perché possiamo camminare meglio. Oh! la bella via che conduce all’Eternità. Non essere triste, ne soffrirei. Poiché morire è venire a me. Poiché perdendoti tu mi trovi… Vuoi che finalmente siamo uniti.
La mia Misericordia è felice di accettare le promesse e i desideri che, a poco a poco, divengono atti: promesse e desideri sono atti in germoglio. Non scoraggiarti mai. Pensa spesso che io sono presente. Posso essere presente e non aiutarti? La creatura non è infinitamente cara al Creatore? Se tu sapessi... Tendi spesso l’orecchio verso di me: intenderai. Giovanni, appoggiato al mio Cuore, ne intese i segreti. Se non avesse avuto questo gesto di tenerezza, avrebbe inteso? Io sono come il timido: mi ci vuole il vostro primo passo.
{da "Lui ed io"}
Occupati del mio amore... non c’è nessun orfano abbandonato come me.
Cerca di essere per tutti il mio sorriso. La mia voce amabile.
Nasconditi in me. Nutri il mondo con le tue sofferenze. È così che sarai la mia sposa.
Non giudicare. Forse tu conosci l'anima altrui?
Sii sempre serena e calma. Il fiume riflette il cielo solo quando è calmo.
Prendi il mio Vangelo. Tienilo sempre con te. Mi farai piacere.
Pensa con carità. I pensieri generano le parole.
Io non vi chiedo di essere degli angeli. Vi chiedo di essere santi secondo la vostra natura.
Considera ogni cosa in vista dell’Eternità.
Credi forse che Io non abbia bisogno di tenerezza, perché sono Dio?
Rispetta la devozione degli altri. Ognuno ha il suo modo di venire a me.
Offrimi la sofferenza. Non si può offrirmene in cielo. Offrimela!
Più ti darai agli altri, più Io mi darò a te.
Quando si ha nel proprio salotto qualcuno di molto amato, non ci si mette alla finestra a guardare i passanti.
Non parlare senza sorridere.
Dimmi “buon giorno” ad ogni risveglio, come se tu entrassi in cielo.
Nessun delitto supera l’amore. L’amore è più grande delle vostre colpe.
Guarda spesso al cielo. Ti aiuterà a desiderarlo.
Onora gli angeli della tua casa. Ah! se credeste, vivreste più con gli Invisibili che con i visibili.
Sin dal tuo risveglio, chiedimi delle anime. Richiedimi dei peccatori. Mi farai tanto piacere… non puoi immaginartelo. Io sono morto per loro. Sono morto senza essere stato malato, anzi pieno di vita. Sono morto a forza d’essere picchiato.
Se non mi aiuti oggi, non potrò salvare questa o quell’anima, e tu sai se le amo! Salvale come se tu salvassi me...
Vivi unicamente per me. Quando parli, si veda bene che in te ci sono solo io. Non temere di nominarmi nelle conversazioni. Tutti, senza saperlo, hanno bisogno di me. E il nome di Dio può svegliare il Bene nelle anime. Tu ne prenderai l’abitudine. Io ti aiuterò. Si verrà da te per sentire parlare di me.
Perché dovresti temere, dato che io farò la maggior parte del tuo lavoro? Aiutarvi è la mia felicità. Chiamatemi in vostro soccorso, mie amate anime. Voi avete la libertà di volermi o di non volermi; e io resto qui, aspettando la vostra decisione con il cuore che batte. Il mio cuore desideroso della vostra scelta...
Ama seminare il mio nome nelle parole che pronunci. Come una tenera riparazione per il dolore che mi procurano coloro che vogliono cancellarmi da tutto, persino dall’anima dei fanciulli.
Semina il mio nome, io lo farò crescere.
Credilo: le azioni più ordinarie, fatte con l’intenzione di salvare le anime, salvano le anime. Credilo per davvero. Bisogna crederlo, perché onora la mia potenza e la mia bontà.
Fa’ attenzione al santo del giorno. C’è festa per lui in cielo. Ha grazie da donare in quel giorno, se gli si chiedono. Unisciti alle feste del cielo… mentre aspetti.
Allora, offrimi già da ora il tuo consenso a morire, per obbedire alla legge divina, per la glorificazione di Dio, per la riduzione del male sulla terra, per l’esaltazione della Croce. Ricordati: quando la mia Croce è scesa nella sua buca, il rumore dell’urto fu udito nel Limbo dove tante anime che aspettavano la venuta del Salvatore
tremarono di gioia; quando l’amore della Croce entra in un’anima e vi si sprofonda, quest’anima vive in una gioia che il mondo non conoscerà: il mondo che ha soltanto piaceri, mentre la gioia appartiene a me e ai miei, amica mia.
Render l’anima, è una parola giusta. Io ve l’avevo data. Vi avevo messo tanto Amore…
Bisogna rendermela con tutto l’affetto, tutta la tenerezza di cui siete capaci, per onorare il mio amore, il Primo. Quando verrò a coglierla, questa cara anima, che essa mi si doni come un flacone di profumo che si spezza.
Non dire le tue preghiere come una corvée obbligatoria, ma come una storia affascinante e nuova raccontata all’orecchio del tuo Diletto. E come la dirai ancora meglio con un sorriso interiore! E come sarà ascoltata meglio!
Il lunedì: vivi nell’amore dello Spirito Santo chiedendogli l’amore. È Lui che fa la santità.
Il martedì: con la Regina degli angeli e gli angeli. Per riparare alle offese e alle tue offese.
Il mercoledì: con San Giuseppe. Prendi in prestito da Lui la sua vita interiore.
Il giovedì: sii piccola ostia con me. Sii un’ostia che canta. Cerca come un avaro le occasioni di piccoli
sacrifici che ti rinnoveranno nello stato di ostia.
Il venerdì: tutta per il mio Cuore. Il venerdì che fu per me una grande sofferenza, sia per te una grande
dolcezza.
Il sabato non sei sola: mia Madre ti accompagna. Risveglia in te l’amore per Lei.
La domenica: sali in seno alla Trinità santa, come un piccolo grano d’incenso in segno di pura lode. Fa’ così, piccola anima.
Hai notato? Perfino la sala in cui realizzavo il mio voto più caro, la mia Eucaristia, perfino quella sala non era mia. Mi fu prestata: “Il maestro ne ha bisogno”. Ho dato persino la mia tunica tessuta da mia madre. Renditi conto della mia povertà.
Il tuo giorno: una vita. Al risveglio è la tua nascita. La messa, la tua prima Comunione. La giornata, come la vita: dispiaceri e gioie. Tutto offerto a me, in me. E io ti porterò sul mio Cuore pieno d’amore. Preparati al sonno come alla morte: nell’amore, per la mia gloria; e domani avrai nuovamente la vita sul mio Cuore che è attento a ognuno dei tuoi passi, figliolina mia.
No, non c’è nessuna occupazione che impedisca di pregare.
Io, non recitavo forse i Salmi, coperto di colpi e di piaghe, trascinandomi sul cammino del Calvario, in mezzo alla folla urlante? E sulla Croce? La mia povera Croce…E tu, troveresti difficile pregare nelle tue piccole, comode occupazioni? Oh! unisciti a me.
Capisci? Tu lo sai, non hai spesso l’occasione di buttarti in acqua per salvare qualcuno. È nelle piccole circostanze che devi dedicarti al prossimo per l’amore mio. Un piccolo gesto. Dell’affetto. E del fascino. È l’intenzione che guardo in te. L’intenzione, capisci? Sarò
indulgente, se il risultato non è perfetto.
Io ti ho dato tutto ciò che possiedi. Non sono forse capace di raddoppiare ancora i miei doni? Sono diventato meno ricco? Oppure ho perso dell’amore? Posso santificarti in un istante. Ma amo il tuo lungo e paziente lavoro che ti mantiene nell’umiltà.
Acquisisci l’umiltà amorosa. Ti eleverà. Lo scoraggiamento non ha mai elevato un’anima. Cammina, cammina! Io camminavo sulla via del Calvario e, nonostante tanta sofferenza, sono arrivato. Guardami. Avrai un coraggio nuovo. E fammi l’onore di chiamarmi in tuo soccorso.
Dimmi spesso: “Mio Creatore, compi le tue volontà su di me. Desidero una sola cosa, che venga il tuo Regno in me come in cielo”. E m’impadronirò di te con più avidità di un uccello da preda. Sai cos’è una fiamma che divora? Lasciati prendere in corsa.
Invece di fuggire, gettati nelle mie braccia e perdi la direzione di te stessa. Io ti amerò cieca, che ti lasci guidare. Le mie spalle non sono ancora abbastanza cariche, reclamano altri pesi. Prendi il tuo posto: io sono il Buon Pastore. Dimmi il nome delle anime che vorresti portarmi… Per te, le chiamerò con insistenza. Non temere di portarmene troppe. Ne aspetto di più. Quanto a te, apri bene il tuo cuore.
Io entro e non me ne vado più. A meno che tu non ti stanchi dell’Amico che è morto per salvarti…Se tu mi scacciassi, resterei ancora davanti alla tua porta.
Chi è puro? Non vi sono che peccatori o purificati. Guai a coloro che s’inorgogliscono di non soccombere alle tentazioni che non subiscono.
Questa notte, quando sei andata alla finestra aperta per guardare lo splendido cielo stellato i cui riflessi cadevano sui ciliegi in fiore, ascoltavi l’usignolo dell’isola e sentivi la gioia di avere uno sposo così potente. Ah! che questo, e molti altri spettacoli della natura accrescano la tua fiducia in me… Scaccia la diffidenza. Essa non mi onora.
Riprendi fiducia e ricomincia il tuo umile cammino, sempre più vicina a me. Sai che non hai solidità e che i tuoi fondamenti non possono essere che in me. Quando crolli, io prendo le macerie e rifaccio un tempio nuovo più bello, perché ti sei umiliata.
Pensa a questo per riuscire ad amare l’umiliazione.
Non l’ho vissuta io stesso per tutta la mia vita terrena? Io, Dio! Quale compagna, figlia mia!…Vedi, ciò che affligge l’amore è l’indifferenza, è l’apatia, è l’inerzia: molte anime sono con me come se io fossi ancora morto. Ma sono vivo, figlia mia, e sono vicino a loro, dentro di loro, aspettando che mi parlino, che
mi sorridano e che il loro cuore batta un po’ per me. Esigo così poco! Sono contento così presto…Chiedo solo di essere invitato e m’incarico io della festa.
Oggi, contemplerai la mia bellezza.
Già stamani hai visto quella pennellata di rosa intenso all’orizzonte, verso oriente. Poi, passando sotto gli alberi, ti sei fermata davanti ai lunghi fili delle ragnatele di ottobre, tese da un ramo all’altro, con le gocce di rugiada infilate come fossero perle in tante collane aperte.
E il grillo, che aveva cantato tutta la notte sul tuo ciliegio, ad un tratto ha taciuto perché il sole era appena sorto. Allora, la Loira ha cominciato a cambiare colore con tanta varietà di tinte che nessun prodotto della terra avrebbe potuto fornirle tale ricchezza.
E gli aironi sono passati rigando il firmamento viola. Se sai guardare bene, tutte le ore del giorno hanno la loro magnificenza:
viene da me, viene da una parte del mio Essere, per voi naturalmente, per sviluppare in voi l’attrattiva
verso la lode, il gusto dell’adorazione, l’amore dell’Amore.
E ogni mattina io faccio nuovi i miei spettacoli per fare nuovi i vostri cuori. Hai un fornitore tanto abile, e che cerchi tanto di piacerti? Hai qualcuno per ritagliare le nuvole in quelle forme che ti piacciono? Hai un ingegnere capace di sollevare il fiume fino al muro della tua terrazza?
Chi è il mercante che ha disposto gli uccelli sui tuoi alberi? e tante farfalle fra i tuoi fiori? E stamani, è stata una fabbrica di tulle che ha steso, come fosse un velo, la striscia di nebbia che tagliava
l’isola in due piani? Di chi è la mano che stacca con tanta grazia le foglie ingiallite dei tuoi tigli, mentre le tue piante di fragola ti offrono i loro lunghi getti per i frutti degli anni venturi? Apri bene gli occhi e guarda l’Amore: è Lui che passa.
Chiedi la fame e la sete di Dio. Chiedi il mal di Dio.
Un santo è un uomo come gli altri. Ma si è svuotato di sé e ha invitato lo Spirito a prendere il suo posto. Ed è lo Spirito che è santo.
Non trovi che la Delicatezza sia il fascino dell’amore?
E tu non sai tutto. Non lo saprai che in Cielo. E con quale gioia…
Mi compiaccio a percorrere la via dei cuori con il nostro piccolo libro. Tanti leggono e sono trafitti da una delle mie frecce.
Alcuni non osano credere a tanto amore e rimangono sull’orlo della Verità. Altri chiudono il libro senza voler comprendere.
Ma credi che molti, profondamente stupiti, tentano di ricalcare il loro modo di amare sull’intimità che non abbandona, che non trascura, che si ingegna a piacere, a consolare, a rallegrare con una tenerezza nuova. Ti ho detto che, nell’amarmi, voi non esagererete mai. Anche fino alla follia: non ho fatto lo stesso io, per voi? Potrete mai rispondere allo stesso modo? Vicino ai vostri cuori, io sono così povero…Tante indifferenze, tante avversioni… Almeno quelli che comprendono, cerchino di farmi ricco ogni giorno, non foss’altro che con un sentimento di commiserazione. Anche poca pietà da parte vostra mi è già di sollievo. Un semplice desiderio di avvicinarsi a me, mi calma. Un atto d’amore, sia pur breve, in mezzo alle vostre occupazioni, mi accontenta. E se un cuore arriva a non vivere più che per me, io lo appago fin da questa vita,
poiché egli mi offre sulla terra un luogo in cui mi rifugio. Non credere che ce ne siano molti!
Leggete il Vangelo. Guardate il Modello. Attingetevi l’amore per gli altri, lo zelo nel servizio al Padre, l’unione con lo Spirito affinché Egli soffi quando vorrà, quanto vorrà.
E se Egli vi manda una prova, non dite: “Basta!”. Tendetegli il vostro essere, affinché Egli lo porti dove vuole… E sarà sulle cime.
Tu, che mi hai trovato, non desideri onorarmi del tuo delicato amore? Anche in mezzo alle visite, alle distrazioni, ai viaggi, apri l’interno del tuo cuore: io vi risiedo.
È alla sera della vita che comincerai a vivere: quando tu penserai che stai per morire.
Dunque, tienimi stretto a te, perché possiamo camminare meglio. Oh! la bella via che conduce all’Eternità. Non essere triste, ne soffrirei. Poiché morire è venire a me. Poiché perdendoti tu mi trovi… Vuoi che finalmente siamo uniti.
La mia Misericordia è felice di accettare le promesse e i desideri che, a poco a poco, divengono atti: promesse e desideri sono atti in germoglio. Non scoraggiarti mai. Pensa spesso che io sono presente. Posso essere presente e non aiutarti? La creatura non è infinitamente cara al Creatore? Se tu sapessi... Tendi spesso l’orecchio verso di me: intenderai. Giovanni, appoggiato al mio Cuore, ne intese i segreti. Se non avesse avuto questo gesto di tenerezza, avrebbe inteso? Io sono come il timido: mi ci vuole il vostro primo passo.
{da "Lui ed io"}
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lunedì 5 gennaio 2015
Da "Gesù Cristo Dio-Uomo" di Mons. Geremia Bonomelli
Come poteva Egli lanciare innanzi a sé un vaticinio come questo? Poteva essere il frutto di considerazioni umane? Ciò ripugna. Per averne la massima certezza bastava ch'Egli avesse posto mente a sè, alla propria debolezza, alla nessuna importanza della propria persona come uomo; bastava ch'Egli avesse posto mente alla debolezza degli Apostoli e alla loro dottrina e condotta perché comprendesse la impossibilità che dopo qualche tempo gli uomini si occupassero di Lui, e dei suoi discepoli, sia per amarli sia per odiarli. Quanti personaggi celebri, famosi aveva dato Israele! I profeti, i Maccabei, i condottieri del popolo da Mosè a Zorobabele! Chi li odiava? Nessuno. Perché avrebbero odiato Lui, che non faceva male a persona, che tutti amava e beneficava, che compiva l'opera di Mosè, che portava nel mondo una dottrina sì alta e sì sublime? Perché avrebbero odiato i suoi discepoli, innocui, buoni, deboli? Umanamente doveva prevedere non l'odio, ma l'amore, o, anche peggio, la dimenticanza e la noncuranza. Che un povero artigiano, dolce e pacifico, scrive Emilio Bougaud, un giorno scenda sulla pubblica piazza e dica: Io sarò odiato sino alla fine del mondo: che Egli raccolga intorno a sé una dozzina di artigiani, dolci e pacifici come lui e che dica loro: Voi pure sarete odiati fino alla morte; ch'Egli abbia sulle labbra una dottrina sublime, nobile, pura e che dica: Sino alla fine del mondo questa dottrina susciterà grida di rabbia; finalmente, morendo d'una morte, che avrebbe dovuto destare pietà in tutte le anime, Egli annunci che la sua croce sarà oggetto di odio e vi saranno uomini, che non potranno contemplarla senza fremere di rabbia: ciò è, a mio giudizio, inesplicabile. Se è difficile farsi amare, non è poi tanto facile farsi odiare...Nominatemi un uomo, un grande uomo, un filosofo, un fondatore di religioni che abbia lasciato l'odio sulla sua tomba. Che se alcuni per qualche tempo hanno visto la loro memoria fatta segno alla pubblica esecrazione, il tempo ha fatto un passo, sopraggiunse la dimenticanza e l'odio sparve. Solamente Gesù Cristo ha l'onore di un odio inestinguibile (il Cristianesimo, ecc. Gesù, p. 3, cap. VII).
Ed è verissimo. Pochi degli uomini grandi nelle scienze, nelle armi, in qualsiasi cosa, furono oggetto di odio ancora viventi: se lo furono (e alcuni lo furono), dopo la morte, l'odio cessò subito, o venne lentamente cessando. Ora chi odia Annibale, Zoroastro, Maometto, Budda, Attila, Tamerlano? Chi odia i grandi eresiarchi e i loro fautori? Chi odia i grandi colpevoli, i grandi scellerati, che al tempo della Rivoluzione Francese inondarono di sangue innocente la loro patria? Viventi furono odiati e perseguitati da molti: scesi nella tomba l'odio si dileguò. Noi leggiamo la loro vita, rammentiamo le loro gesta, le detestiamo, se volete, e poi tutto finisce lì: non sentiamo odio per le loro persone, per i loro seguaci o partigiani. La cosa non corre così con Cristo e coi discepoli e con la sua Chiesa. Esso è sempre vivo, sempre ardente, sempre operoso sotto tutte le forme. Ma che cosa ha fatto Cristo per essere odiato? Cosa han fatto gli Apostoli? Che cosa ha fatto e fa la Chiesa perché sia odiata? Cristo, gli Apostoli, la Chiesa non han fatto male, non lo fanno a chicchessia: han fatto e fan bene a tutti: Cristo è la fisionomia più amabile che sia stata sulla terra: gli Apostoli buoni, semplici, pieni di carità; la Chiesa passò e passa beneficando. La dottrina loro si raccoglie nel Vangelo, si riduce all'amore di Dio e del prossimo. Si può concepire dottrina più degna di essere amata. Donde dunque quest'odio? Questa guerra contro la Chiesa e il suo fondatore? E' un mistero: esso urta contro la ragione che dice, non essere possibile odiare, perseguitare chi insegna una dottrina teorica e pratica, che risponde sì perfettamente ai bisogni della natura umana e ne procura la felicità: non essere possibile che società, le quali proclamano e praticano la tolleranza massima, per tutte le religioni e per tutte le opinioni (come la pagana e come la moderna), nutrano odio e perseguitino Cristo e la sua Chiesa e la sua dottrina. Sì, considerata la cosa con l'occhio della ragione, tranquillo e scevro di passione, tutto questo sembra impossibile. Eppure Cristo predisse questa cosa, che pareva impossibile e che avvenne ed avviene tuttodì: Cristo dunque non vide il futuro con l'occhio umano ma con occhio divino e fu profeta. Dunque dobbiamo credere alla sua parola. Perché non è parola di un semplice uomo ma Egli ha detto, che è mandato dal Padre, che è suo Figlio, che è Dio: dunque crediamo che Egli è Figlio di Dio e Dio come il Padre.
giovedì 1 gennaio 2015
Da "Il portico del mistero della seconda virtù" - Charles Péguy
E rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto.
Essere arditi. Una volta. Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente bella.
Perché è anche infinitamente buona.
A colei che intercede.
La sola che possa parlare con l'autorità di una madre.
Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente pura.
Perché è anche infinitamente dolce.
A colei che è infinitamente nobile.
Perché è anche infinitamente cortese.
Infinitamente accogliente.
Accogliente come il prete che sulla soglia della chiesa va incontro al neonato fin sulla soglia.
Il giorno del suo battesimo.
Per introdurlo nella casa di Dio.
A colei che è infinitamente ricca.
Perché è anche infinitamente povera.
A colei che è infinitamente alta.
Perché è anche infinitamente discendente.
A colei che è infinitamente grande.
Perché è anche infinitamente piccola.
Infinitamente umile.
Una giovane madre.
A colei che è infinitamente giovane.
Perché è infinitamente madre.
A colei che è infinitamente diritta.
Perché è anche infinitamente inclinata.
A colei che è infinitamente gioiosa.
Perché è anche infinitamente dolorosa.
Settanta e sette volte settanta volte dolorosa.
A colei che è infinitamente commovente.
Perché è anche infinitamente commossa.
A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede.
Perché è anche tutta Carità.
A colei che è tutta Fede e tutta Carità.
Perché è anche tutta Speranza...
giovedì 4 dicembre 2014
Da "Gesù Cristo Dio-Uomo" di Mons. Geremia Bonomelli
Così nel corso di 18 secoli vediamo passare dinanzi a Cristo gli uni dopo gli altri e talvolta insieme gli Ebrei della Sinagoga, gli Gnostici, figli della miscela filosofica persiana e greca, gli Ariani, i sdeguaci fanatici dell'Islam, i Sociniani, i filosofi e materialisti del secolo scorso, ripetendo nelle varie lingue e in varie forme il grido: Cristo non è Dio.
E' la storia di Cristo fino al nostro secolo. Ed ora alcune osservazioni non prive, a mio giudizio, di qualche interesse.
Primieramente da questo rapido cenno storico, che vi ho tracciato della guerra implacabile e incessante mossa alla divinità di Cristo, risulta chiaramente che in questo Personaggio, unico in tutta la storia, nato povero, vissuto povero, morto poverissimo, confitto in croce, sfornito di ogni cultura e scienza umana, forte non d'altro che della forza morale, si nasconde una potenza, una energia, una vita che confonde e distrugge tutti i calcoli della sapienza umana. Sempre assalito e combattuto ferocemente con tutte le armi, Egli è sempre là, ritto in piedi, mentre i cadaveri dei suoi nemici sono seminati lungo la via dei secoli.
Crescono, infuriano intorno a lui tutte le tempeste: tutte le armi più acute e avvelenate si appuntano in lui: le armi materiali e quelle della scienza. Le tempeste si dissipano l'una dopo l'altra; le armi cadono innocue ai suoi piedi, più fulgida scintilla sul suo capo la corona della divinità. Crescono, si moltiplicano i suoi adoratori e da un capo all'altro della terra risuona il grido della fede e dell'amore:
- Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo.-
La scienza moderna spieghi, se può, questo fatto. E badi bene che tutto questo avviene alla luce del sole e nei paesi che, per civiltà, progresso e scienza tengono il primato.
Secondariamente è da considerare che questa lotta sì vasta, sì fiera e sì lunga contro la divinità di Cristo si è mutata più e più volte: mutati i punti di attacco, mutata la tattica, mutate le armi, mutato l'ordine, mutato tutto, tantochè oggi, per pensare che io faccia, non saprei se sia possibile battere altra via, proseguire la guerra con altri metodi. Per contrario, la fede dei suoi seguaci, la risposta dei suoi difensori fu ed è sempre la stessa: - Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. - Non hanno mutato una sillaba sola, nulla aggiunto, nulla tolto alla loro professione di fede pubblica, né mai un solo istante esitato sul trionfo finale della loro causa. Quale differenza tra Cristo e i negatori della sua divinità! Tra l'immenso esercito, che segue Cristo e che unanime lo acclama Dio, pronto a versare per lui il sangue (e quanti milioni lo versarono di fatto) e l'esercito di coloro che lo combatterono! In quello tutto è giovane, tutto è vita, tutto è forza, armonia e affermazione: in questo tutto è vecchio, logoro, debolezza, discordia, negazione. Impotenti ad edificare, non sanno far altro che demolire, come se il demolire non fosse un morire!
Finalmente vi piaccia rilevare in questa gran lotta una osservazione, a cui pochi pongono mente. Là dove la fede nella divinità di Cristo si affievolisce o viene meno, e con essa si affievolisce e viene meno la fede in Dio. Si direbbe, come altri felicemente si espresse, che Dio tiene la sua rocca inespugnabile nella umanità di Cristo, e che di là raggia intorno la sua luce e spande la sua vita e che, cacciato di là, cessa la sua azione vivificatrice e sembra sparire. Noi uomini, soggetti ai sensi e che solo per mezzo dei sensi apprendiamo, abbiamo bisogno di un Dio che si veda, che si tocchi, che si oda, che sia come noi, che viva in mezzo a noi.
Un Dio, puro spirito, che sfugge ai nostri sensi, che riempie il cielo e la terra, ma non si vede, né si tocca, è come lontano da noi e, a poco a poco, non accessibile ai sensi, si eclissa anche nella mente. In Cristo e per Cristo Dio è con noi, tien viva l'idea della sua esistenza e presenza. Ecco una delle ragioni, per le quali dietro alla negazione della divinità di Cristo, sta la negazione di Dio e chi non è cristiano, almeno nei paesi cristiani, diventa scettico e anche ateo. A quel modo che noi sentiamo presente l'anima altrui e comunichiamo con essa mediante il corpo, così sentiamo presente Iddio e la sua azione per l'umanità di Cristo. Fate che sia allontanato da voi il corpo dell'amico, del padre e della madre, e con esso scemerà la memoria delle loro persone: fate che li vediate ed udiate e sentiate viva la loro presenza, si mantiene e cresce il vostro affetto per essi. Sì: finché nell'umanità di Cristo crediamo vivente Dio stesso, Dio resta in mezzo a noi e l'umanità vive di Lui. Se si spegne questa fede, non tarderà a spegnersi con essa la fede in Dio e la società sarà simile a un corpo, da cui è partita l'anima: un cadavere.
martedì 4 novembre 2014
Da "Il Rosario teologia in ginocchio" - Florian Kolfhaus
Maria non è morta. [...] Il suo ritorno a casa era così come Dio lo volle per Adamo ed Eva, se non avessero peccato. [...] Almeno una persona su questa terra doveva vivere senza peccato e dipartirne senza morire. Almeno una volta, vi doveva essere un amore così forte e puro che non innalza soltanto l'anima a Dio, ma con impeto estatico strappa anche il corpo dalla strettezza di questo mondo. [...]
Chi lo recita (il Rosario) studia la teologia in ginocchio. Il Rosario, infatti, è nato dal desiderio di contemplare Gesù, con e attraverso Maria, per imparare a conoscerlo meglio ed amarlo di più. [...]
La Chiesa utilizza i titoli cristologici anche per la Madre di Gesù, in forma femminile: Re e Regina, Mediatore e Mediatrice, Salvatore e Salvatrice, il nuovo Adamo e la nuova Eva. Santa Caterina da Siena chiama Maria Redemptrix, "Redentrice". Maria è così coinvolta nell'opera di Redenzione di Cristo da poter letteralmente affermare che non esiste altra via oltre a Lei, che conduca a Gesù. [...]
(Il Rosario) è una preghiera che può essere recitata da chiunque: dai bambini agli anziani, dai malati a chi gode ottima salute, in macchina o a casa davanti ad un'immagine di Maria.
mercoledì 15 ottobre 2014
Dalla presentazione di "Tra le tempestose onde della sfiducia" di Don Dolindo Ruotolo
L'Onnipotente non ha cessato di essere Onnipotente,
il Sapiente non ha cessato di essere Sapienza,
l'Amore non ha cessato di essere Amore.
Perché turbarsi e agitarsi,
se le nostre sorti stanno in mano a Dio?
martedì 29 luglio 2014
Una volta, per consolarmi, mi disse con molto amore di non affliggermi, perché in questa vita non si può essere sempre allo stesso modo: alcune volte avrei avuto molto ardore, altre sarei stata del tutto priva di esso, alcune volte mi sarei sentita calma,
altre inquieta e fra tentazioni, ma dovevo sperare in lui e non temere.
{Santa Teresa d'Avila - Libro della mia vita}
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L'umiltà di Gesù
Oh, Re della gloria e Signore di tutti i re, il vostro regno non è difeso da fragili barriere, perché è eterno, e per voi non c’è bisogno di intermediari! Basta guardarvi per vedere, dalla maestà che mostrate, che voi solo meritate il nome di Signore; non avete bisogno di scorta né di guardie perché vi riconoscano Re. Difficilmente quaggiù si può riconoscere un re quando è solo. Per quanto egli si sforzi d’essere riconosciuto come tale, nessuno gli crede, non avendo nulla che lo distingua dagli altri. Per essere creduto re, gli occorre qualche insegna esteriore, e pertanto è giusto che usi di uno sfoggio fittizio di autorità perché, se non lo facesse, non godrebbe di alcuna considerazione. Dalla sua persona, infatti, non appare alcuna potenza, e l’autorità deve venirgli da altre cose. Oh, Signor mio, oh, mio Re! Se qui si potesse descrivere la Vostra Maestà! È impossibile riconoscere che siete la stessa Maestà, la cui contemplazione fa restare sbigottiti, ma più ancora stupisce, Signor mio, insieme con essa, vedere la vostra umiltà e l’amore che dimostrate a una creatura come me. Passato quel primo senso di timore e di sbigottimento che nasce dalla vista della Maestà Vostra, si può trattare con voi e parlarvi liberamente di ogni cosa, pur restando un più grande timore, quello di offendervi, ma non per paura del castigo, mio Signore, perché questo non ha alcuna importanza in confronto al timore di perdervi.
{Santa Teresa d'Avila - Libro della mia vita}
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Il dono della veste
Anche se non potei distinguere nessuna delle sue fattezze in particolare, ma solo vederne nel complesso la forma del viso, la bellezza di nostra Signora era straordinaria, così vestita di bianco, con grandissimo splendore, non abbagliante, ma soave. Non vidi, invece, altrettanto chiaramente il glorioso san Giuseppe, anche se vidi bene che stava lì, come avviene delle visioni di cui ho parlato nelle quali non si vede alcuna figura. Nostra Signora mi sembrava molto giovane. Dopo che stettero un po’ con me, procurandomi grandissima gioia e felicità come mai mi pareva d’aver provato, tanto che non avrei voluto mai staccarmene, mi sembrò di vederli salire al cielo fra una moltitudine di angeli. Rimasi molto sola, ma così confortata, elevata e raccolta in orazione e così piena di dolcezza da non potere per un po’ di tempo né muovermi né parlare, come fuori di me. Provavo un ardente desiderio di consumarmi per Dio e tutto avvenne in modo tale e con tali effetti che non potei mai dubitare, per quanto lo procurassi, che non era cosa di Dio. Mi lasciò molto confortata e in una gran pace.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
domenica 27 luglio 2014
L'anima che Dio permette sia esposta agli occhi del mondo,
deve prepararsi ad essere martire del mondo perché,
anche se essa non vuol morire al mondo,
il mondo stesso la ucciderà.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
I grandi slanci d'amore
Questo comportano i grandi slanci d’amore di cui ho parlato, per chi li riceve da Dio avviene come in certe piccole sorgenti, che io ho visto sgorgare da terra, dove lo zampillo della rena verso l’alto è continuo. Mi sembra che questo esempio o paragone ritragga in modo autentico lo stato delle anime arrivate fin qui: vibrando sempre d’amore, pensano di continuo a nuove imprese e non sono capaci di stare in sé, come quell’acqua sembra non riesca a star dentro la terra, ma ne sgorga fuori di getto. Questo è lo stato abituale di tali anime, che non hanno riposo né sanno contenersi, per l’amore che da esse trabocca. Ormai sono tutte impregnate di quest’acqua e vorrebbero che ne bevessero anche gli altri, visto che esse ne hanno d’avanzo, affinché le aiutassero a lodare Dio. Oh, quante volte mi sono ricordata dell’acqua viva di cui parlò il Signore alla samaritana! Quel brano del Vangelo mi è molto caro. E per certo ne ero devota fin da bambina quando, senza ancora capire questo bene come adesso, supplicavo spesso il Signore di darmi quell’acqua, e nella mia stanzetta avevo un quadro che rappresentava il Signore vicino al pozzo con sotto la scritta: Domine, da mihi aquam.
Si può anche paragonare questo amore a un gran fuoco che ha bisogno di aver sempre di che ardere per non spegnersi. Così è per le anime di cui parlo, le quali, anche a costo di grandi loro sacrifici, vorrebbero gettare continuamente legna su questo fuoco perché non si spegnesse. Da parte mia, mi accontenterei di poterci gettare anche qualche fuscello, come talora mi accade di fare, e anche spesso; a volte ne rido, altre me ne affliggo molto. L’impulso interiore mi incita a servire Dio in qualche modo e io, non essendo capace di altro, lo faccio mettendo mazzolini di fiori davanti alle immagini sacre, spazzando, riordinando un oratorio, attendendo a certi lavoracci così meschini che mi fanno vergognare. Se faccio un po’ di penitenza, si tratta di ben poca cosa, e di tal specie che, se non fosse perché il Signore guarda alla mia buona volontà, so che non avrebbe alcun valore, e io stessa mi burlo di me. Non è certo poco il tormento delle anime a cui Dio dà per sua bontà in esuberanza questo fuoco del suo amore, nel sentirsi forze fisiche inadeguate per far qualcosa in suo onore. È una pena assai grande perché, mancando loro le forze di gettare un po’ di legna su questo fuoco e morendo dalla paura che si spenga, mi pare che si consumino in se stesse e brucino fino a ridursi in cenere e si struggono in lacrime: un tormento indicibile, anche se gioioso.
Renda grandi lodi a Dio l’anima che è giunta fin qui, ricevendo da lui le forze fisiche necessarie per far penitenza, o dottrina, talento e libertà per predicare, confessare e avvicinare i peccatori a Dio. Non può capire il bene che possiede se non ha provato che cosa voglia dire non riuscire a far nulla al servizio del Signore e ricevere da lui sempre molto. Sia benedetto di tutto e gli angeli tutti gli rendano gloria! Amen.
{Da "Libro della vita" di Santa Teresa d'Avila}
Si può anche paragonare questo amore a un gran fuoco che ha bisogno di aver sempre di che ardere per non spegnersi. Così è per le anime di cui parlo, le quali, anche a costo di grandi loro sacrifici, vorrebbero gettare continuamente legna su questo fuoco perché non si spegnesse. Da parte mia, mi accontenterei di poterci gettare anche qualche fuscello, come talora mi accade di fare, e anche spesso; a volte ne rido, altre me ne affliggo molto. L’impulso interiore mi incita a servire Dio in qualche modo e io, non essendo capace di altro, lo faccio mettendo mazzolini di fiori davanti alle immagini sacre, spazzando, riordinando un oratorio, attendendo a certi lavoracci così meschini che mi fanno vergognare. Se faccio un po’ di penitenza, si tratta di ben poca cosa, e di tal specie che, se non fosse perché il Signore guarda alla mia buona volontà, so che non avrebbe alcun valore, e io stessa mi burlo di me. Non è certo poco il tormento delle anime a cui Dio dà per sua bontà in esuberanza questo fuoco del suo amore, nel sentirsi forze fisiche inadeguate per far qualcosa in suo onore. È una pena assai grande perché, mancando loro le forze di gettare un po’ di legna su questo fuoco e morendo dalla paura che si spenga, mi pare che si consumino in se stesse e brucino fino a ridursi in cenere e si struggono in lacrime: un tormento indicibile, anche se gioioso.
Renda grandi lodi a Dio l’anima che è giunta fin qui, ricevendo da lui le forze fisiche necessarie per far penitenza, o dottrina, talento e libertà per predicare, confessare e avvicinare i peccatori a Dio. Non può capire il bene che possiede se non ha provato che cosa voglia dire non riuscire a far nulla al servizio del Signore e ricevere da lui sempre molto. Sia benedetto di tutto e gli angeli tutti gli rendano gloria! Amen.
{Da "Libro della vita" di Santa Teresa d'Avila}
giovedì 24 luglio 2014
La visione di Gesù
Sembrerà alla signoria vostra che non ci volesse un grande sforzo per guardare mani e volto di tanta bellezza, ma i corpi glorificati sono talmente belli che la vista di una gloria di così trascendente splendore in essi rifulgente sconvolge la ragione. E io ne provavo tanto sbigottimento da restarne tutta turbata e alterata, anche se poi finivo con l’avere così chiara e sicura conoscenza e tali effetti, che presto ogni timore svaniva.
Un giorno che era la festa di san Paolo, mentre stavo a Messa, mi apparve tutta la sacratissima umanità di Cristo, in quell’aspetto sotto il quale lo si suole rappresentare risorto, con quella gran bellezza e maestà di cui ho scritto particolarmente alla signoria vostra quando me ne diede espresso ordine, e mi costò molta pena, perché non è cosa da dirsi senza sentirsi annientare; ma, l’ho detto nel miglior modo che mi fosse possibile, pertanto non c’è motivo di ripeterlo ora qui. Dirò soltanto che, quand’anche in cielo non vi fosse altra gioia per la vista, se non la grande bellezza dei corpi glorificati, se ne avrebbe già una immensa beatitudine, specialmente nel contemplare l’umanità di Gesù Cristo nostro Signore. Se infatti è così sulla terra dove Sua Maestà si mostra in conformità di quanto può sopportare la nostra miseria, che sarà dove si godrà pienamente di un tale bene?
La visione di cui parlo è immaginaria e non ho mai visto né questa né alcun’altra con gli occhi del corpo, ma con quelli dell’anima. Chi ne sa più di me dice che la visione precedente è più perfetta di questa, la quale, a sua volta, lo è molto più di quelle che si vedono con gli occhi corporali. Dicono che queste ultime sono di ordine inferiore ed è in esse dove il demonio può operare illusioni, anche se io allora, non potendo intendere ciò, desideravo, invece, giacché mi era concessa questa grazia, di poter vedere con gli occhi del corpo, affinché il confessore non mi dicesse che era un’illusione. E anche a me, passata la visione, accadeva – subito, subito dopo – di pensare d’essere vittima di un’illusione, tanto che mi affliggevo di averlo detto al confessore, temendo di averlo ingannato. E così scoppiavo in pianto e poi andavo a dirglielo. Egli mi chiedeva se mi era parso che fosse proprio così o se avessi voluto ingannarlo. Io gli rispondevo che era la verità, che a me non sembrava di mentire, né avevo avuto tale intenzione, né per nulla al mondo avrei detto una cosa per un’altra. Egli, che lo sapeva bene, faceva di tutto per calmarmi e io soffrivo tanto di andargli a dire queste cose, che non so come il demonio mi mettesse in testa che potessi fingere se non perché mi tormentassi da me stessa. Ma il Signore si diede tanta premura nel farmi questa grazia e chiarirmi questa verità, che ben presto scomparve da me il dubbio che si trattasse di un inganno. E dopo vidi ben chiaramente la mia balordaggine, perché neppure se fossi stata molti anni a sforzarmi d’immaginare uno spettacolo così bello avrei potuto né saputo figurarmelo, trattandosi di qualcosa che trascende ogni umana immaginazione, anche solo per il candore e lo splendore.
Non è uno splendore che abbaglia, ma una bianchezza soave e un infuso splendore, che dà molto godimento alla vista senza stancarla, come non la stanca la chiarezza che aiuta a vedere tale divina bellezza. È una luce così diversa dalla nostra che la luce del sole sembra offuscata, in confronto a quella chiarezza e a quello splendore che ci si presenta alla vista, tanto che dopo non si vorrebbe più aprire gli occhi. È come vedere un’acqua molto limpida scorrere sopra un cristallo che riverbera i raggi del sole, di fronte a un’acqua assai torbida che scorre alla superficie della terra sotto un cielo nuvoloso. Non già che si veda sole o luce paragonabili a quella del sole; sembra, insomma, una luce naturale, mentre la luce del sole appare una cosa artificiale. È una luce che non ha notte, ed essendo sempre luce, nulla può turbarla. Infine, è tale che, per quanto grande possa essere l’ingegno di una persona, nessuno riuscirebbe a immaginarsela, pur sforzandovisi tutta la vita. E Dio ce la mette innanzi così all’improvviso che non si avrebbe il tempo di aprire gli occhi se fosse necessario farlo, ma non importa che siano aperti o chiusi: quando il Signore vuole, si vede anche senza volerlo. Non vi è distrazione che valga, né possibilità di resistere, né diligenze né attenzioni sufficienti per opporvisi. Io l’ho ben sperimentato, come dirò. [...]
Quasi sempre il Signore mi si presentava come risorto, anche quando mi apparve nell’ostia, tranne alcune volte in cui, per incoraggiarmi, se mi trovavo in tribolazioni, mi mostrava le sue piaghe; talvolta mi appariva in croce, talvolta nell’orto, raramente con la corona di spine, e anche sotto il peso della croce, qualche volta, secondo le mie necessità – ripeto – o di altre persone, ma sempre la sua carne appariva glorificata. [...]
Una volta, mentre tenevo in mano la croce che era attaccata al rosario, me la prese con la sua mano e, quando me la restituì, era fatta di quattro grandi pietre assai più preziose dei diamanti, senza paragone, non essendovi quasi possibilità di confronto tra le cose della terra e quelle viste spiritualmente, di fronte alle quali i diamanti sembrano falsi e difettosi. Vi erano le cinque piaghe di bellissima fattura; mi disse che da allora in poi l’avrei sempre vista così; infatti non vedevo più il legno di cui era fatta, ma solo queste pietre; tuttavia non le vedeva nessuno, tranne me.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
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San Pietro d'Alcántara descritto da Santa Teresa d'Avila
Arriviamo al punto di pensare che si serve maggiormente Dio se si è stimati saggi e prudenti. E si dice che si deve agire così perché così vuole la discrezione; ci sembra subito che sia poco edificante non comportarsi col decoro e l’autorità che il nostro stato richiede; perfino al frate, al prete e alla monaca sembra una cosa strana e un motivo di scandalo per i deboli il portare un abito vecchio e rammendato, come anche stare in grande raccoglimento e praticare l’orazione, tale è l’andazzo del mondo e tanto si sono dimenticati i grandi impeti di perfezione che avevano i santi. E penso che ciò sia il peggiore danno nel quadro delle sventure che si verificano ai nostri giorni, mentre non vi sarebbe scandalo per nessuno se i religiosi dimostrassero con le opere, come dicon a parole, il poco conto che si deve fare del mondo. Sono scandali, questi, da cui il Signore sa cavare grandi beni. E se alcuni si scandalizzano, altri si sentono pungere la coscienza. Se almeno vi fosse qualcuno che rendesse immagine della vita di Cristo e dei suoi apostoli, perché ora ve n’è più che mai bisogno!
Che bell’esempio di un tal genere di vita ci è offerto dal benedetto fra Pietro d’Alcántara che ora Dio ci ha tolto! Sembra che il mondo non sia più capace di sopportare tanta perfezione: si dice che le costituzioni fisiche sono più deboli e che i tempi sono cambiati. Eppure questo santo era un uomo del nostro tempo, ma il suo spirito era forte come nei tempi passati, perciò teneva il mondo sotto i piedi. Ed anche senz’andare scalzi né far così aspra penitenza come lui, vi sono molti modi – come ho detto altre volte – per calpestare il mondo, che il Signore ci insegna quando ci vede con coraggio. E quanto ne diede a questo santo di cui parlo, se per quarantasette anni poté fare quella così aspra penitenza che tutti sanno! Voglio dirne qualcosa che so rispondente del tutto a verità.
Ne parlò con me e con un’altra persona: con questa, perché per lei non aveva segreti, e con me, per l’affetto che mi portava, ispiratogli dal Signore, affinché potesse difendermi e incoraggiarmi in un momento in cui ne avevo tanto bisogno, come ho già detto e ancora dirò. Mi sembra che mi dicesse che da quarant’anni dormiva solo un’ora e mezzo tra notte e giorno, e che vincere il sonno era stata in principio la sua più faticosa penitenza; proprio a questo scopo stava sempre in ginocchio o in piedi. Per dormire si metteva a sedere, con la testa appoggiata a una piccola trave conficcata nella parete. Coricarsi non avrebbe potuto, anche volendolo, perché la sua cella, com’è noto, non era più lunga di quattro piedi e mezzo. In tutti questi anni non si mise mai il cappuccio, per quanto il sole ardesse o per quanta pioggia si rovesciasse, né calzatura ai piedi, né alcun indumento fuorché un abito di bigello, senz’altro che gli ricoprisse le carni, e questo di strettissima misura; sopra di esso portava un mantello della stessa stoffa. Mi diceva che nei grandi freddi se lo toglieva e lasciava aperta la porta e la finestrina della cella affinché, ponendosi poi di nuovo il mantello e chiudendo la porta, il corpo si riavesse un po’ e potesse riposare più riparato. Mangiare ogni tre giorni era per lui cosa ordinaria e, poiché io me ne stupivo, mi disse che era molto facile per chi ne avesse preso l’abitudine. Da un suo confratello seppi che gli accadeva di stare otto giorni senza mangiare, perché era soggetto a grandi rapimenti e impeti di amore di Dio, dei quali io, una volta, fui testimone.
La sua povertà era estrema e grande la sua mortificazione fin dalla giovinezza, in cui mi disse che gli era accaduto di stare tre anni in una casa del suo Ordine senza conoscere alcun frate se non dalla voce, perché non alzava mai gli occhi. Pertanto, ignorando i luoghi dove doveva necessariamente recarsi, lo faceva seguendo gli altri. E così faceva anche nelle strade. Da molti anni non guardava le donne; mi diceva che per lui vedere o non vedere era lo stesso. Ed essendo molto vecchio quando io lo conobbi, era di così estrema magrezza che sembrava fatto di radici d’albero. Nonostante questa sua assoluta santità, era molto affabile, anche se di poche parole, tranne quando veniva interrogato; e allora diceva cose molto acute, perché era dotato di un ingegno assai perspicace. Vorrei dire ancora di più, senonché ho paura che la signoria vostra mi chieda che c’entra tutto ciò, e con tale timore ne ho scritto. Pertanto, vi pongo fine dicendo che egli morì come era vissuto, istruendo e ammonendo i suoi frati. Quando vide di essere agli estremi, disse il salmo: Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto e, inginocchiatosi, morì.
In seguito, è piaciuto al Signore che io avessi da lui più aiuto di quando era in vita, ricevendone consiglio in molte circostanze. L’ho visto più volte circonfuso di eccelso splendore. La prima volta che mi apparve mi disse che era stata la sua una felice penitenza, avendogli meritato tale premio. Mi era anche apparso un anno prima di morire, quando era lontano alcune leghe da qui; avevo saputo che sarebbe morto e lo avvertii di ciò. Appena spirato, mi apparve e mi disse che andava a riposare. Io non gli credetti e ne parlai con alcune persone; dopo otto giorni giunse la notizia che era morto o, per meglio dire, che aveva cominciato a vivere per sempre.
Ecco, dunque, finite le aspre penitenze della sua vita in così grande gioia! Mi sembra che egli ora mi consoli molto di più di quando stava qui. Una volta il Signore mi disse che avrebbe sempre esaudito chi gli avesse chiesto qualcosa in suo nome. Infatti, ho visto sempre soddisfatte le richieste che gli ho raccomandato di porgere al Signore. Sia per sempre benedetto! Amen.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
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Il linguaggio dei mistici
Dopo due anni di continue preghiere mie e di altre persone per quanto si è detto, cioè perché il Signore mi conducesse per altra strada e mi mostrasse la verità, continuando egli a parlarmi assai spesso, mi accadde questo: mentre un giorno ero in orazione, per la festa del glorioso san Pietro, vidi o, per meglio dire, sentii, perché né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima vidi nulla, vicino a me Gesù Cristo. Mi sembrava molto vicino e capivo – così almeno mi parve – che era proprio lui a parlarmi; ignorando in modo assoluto che si potessero avere simili visioni, in principio fui presa da grande spavento e non facevo che piangere, anche se poi una sola sua rassicurante parola bastava a lasciarmi tranquilla e lieta come al solito, senza alcun timore. Mi sembrava che Gesù Cristo mi camminasse sempre a fianco e, poiché non era una visione immaginaria, non vedevo in che forma, ma sentivo ben chiaramente che stava sempre al mio lato destro e che era testimone di tutto quanto facevo; e mai, se mi raccoglievo un poco o non fossi molto distratta, potevo ignorare che mi era vicino. Andai subito, molto turbata, a dirlo al mio confessore. Mi chiese in che forma lo vedessi; io gli risposi che non lo vedevo. Mi chiese allora come potessi sapere che era Cristo. Gli dissi che non sapevo come, ma che mi era impossibile non accorgermi che mi era vicino, che lo vedevo e lo sentivo chiaramente: il raccoglimento dell’anima era molto maggiore e più continuo che nell’orazione di quiete, gli effetti erano ben diversi dai soliti e la cosa era molto evidente. Non facevo che portare paragoni per farmi capire, ma certamente, per questo genere di visioni, a mio parere, non ce n’è alcuno che vada bene. Pertanto, essendo delle più sublimi (come mi disse poi un santo uomo, di spirito assai elevato, chiamato fra Pietro d’Alcántara, di cui in seguito parlerò più a lungo e anche altri grandi teologi), poiché fra tutte, è quella ove meno si può intromettere il demonio, non c’è modo per noi, qui, che sappiamo poco, di spiegarla, ma i dotti la sapranno spiegare meglio. Se dico, infatti, di non vederlo né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, perché non è visione immaginaria, come posso capire e affermare che sta presso di me più chiaramente che se lo vedessi? Dire che è come se una persona sta al buio e non può vederne un’altra presso di sé, o che è cieca, non è esatto. Vi è qualche somiglianza, ma non molta, perché questa tale persona percepisce con i sensi e ode parlare o sente muovere l’altra, se la tocca. Qui non avviene nulla di tutto questo e neppure si è al buio, perché Dio si manifesta all’anima con una luce più chiara del sole; non dico che si vede il sole né alcun chiarore, ma una luce che, senza mostrarsi, illumina l’intelletto, affinché l’anima goda di un bene così grande e porta con sé molti altri vantaggi.
Non è come la presenza di Dio che si avverte molto spesso specialmente da chi attende all’orazione di unione o di quiete, allorché sembra, disponendosi a cominciare tale orazione, di trovare subito con chi parlare e di capire d’essere ascoltati per gli effetti spirituali e i sentimenti che proviamo di ardente amore, di fede e di altre risoluzioni piene di tenerezza. Questo è un grande dono di Dio, e lo stimi molto chi l’abbia ricevuto, perché si tratta di un’orazione assai elevata, ma non di una visione. In essa, infatti, si comprende che Dio è lì per gli effetti che – come dico – produce nell’anima, mediante i quali Sua Maestà vuol farsi sentire. Ma, qui si vede chiaramente che è presente Gesù Cristo, figlio della Vergine. Là sono evidenti soltanto alcuni effetti della divinità; qui, insieme con essi, si vede anche che ci accompagna e vuol farci grazie la sacratissima umanità di Cristo.
Mi domandò, dunque, il confessore: «Chi le ha detto che era Gesù Cristo?». «Egli stesso me l’ha detto, molte volte», risposi io, ma prima che me lo dicesse, avevo ben capito che era lui, anzi, me l’aveva detto prima ancora, quando io non lo vedevo. Se una persona che non avessi mai visto, ma di cui solo avessi avuto notizia, venisse a parlarmi mentre sono cieca o al buio, e mi dicesse chi è, io potrei crederlo, ma non potrei affermare con certezza che si tratti di quella persona, come se l’avessi vista, mentre qui sì, perché il Signore, pur senza che lo si veda, ci si imprime nell’anima con una conoscenza così chiara che sembra impossibile dubitarne. Egli, infatti, vuole restare scolpito nell’intelletto in modo che se ne abbia la certezza, come e più che se si vedesse con gli occhi, perché in questo caso, a volte, ci rimane il sospetto di aver visto con la fantasia, mentre qua, anche se lì per lì possa sorgere tale sospetto, la certezza è così soverchiante che il dubbio non ha forza.
Qui Dio istruisce l’anima anche in altro modo e le parla senza parlare, come ho detto. È un linguaggio così celestiale, che quaggiù non si può spiegare, per molto che vogliamo dire, se il Signore non ce lo insegna mediante l’esperienza. Egli pone nella parte più intima dell’anima ciò che vuole che essa intenda, presentandoglielo senza immagini né forme di parole, ma nel modo della visione di cui ho detto. Si noti bene questo modo con cui il Signore fa capire all’anima, insieme con ciò che egli vuole, grandi verità e misteri, perché molte volte è proprio così che io intendo, quando il Signore mi spiega qualche visione avuta, e mi sembra che qui il demonio possa intromettersi meno, per le ragioni che seguono; se esse non sono buone, vuol dire che m’inganno.
Questa specie di visione e di linguaggio è cosa tanto spirituale che nelle potenze e nei sensi non c’è nessun movimento, a mio parere, da cui il demonio possa spiare nulla. questo avviene, però, solo qualche volta e per breve tempo, mentre altre volte mi sembra che né le potenze siano sospese né i sensi sopiti, ma perfettamente in sé, il che nella contemplazione non avviene spesso, anzi assai di rado; ma quelle volte che avviene, noi non operiamo né facciamo nulla: sembra che tutto sia opera del Signore. È come se nello stomaco si trovasse un cibo che non abbiamo mangiato né sappiamo noi stessi come vi sia entrato, eppure siamo certi che c’è; ma mentre, per quanto riguarda il cibo, non si sa che cibo sia né chi ve l’abbia posto, qui invece lo sappiamo. Solo si ignora in che modo vi sia stato posto, perché non si vede né s’intende ciò che l’anima non si era mai indotta a desiderare, non sapendo neppure che una tale grazia fosse possibile.
Nelle parole che abbiamo detto prima, Dio fa in modo che l’intelletto stia attento, anche contro sua voglia, a intendere ciò che egli dice, perché in quello stato sembra che l’anima abbia nuove orecchie per udire e che Dio la costringa ad ascoltare e a non distrarsi. È come se a una persona di buon udito non si permettesse di tapparsi le orecchie e le si parlasse da vicino e a gran voce: anche se non volesse, deve udire e, infine, qualcosa fa, stando attenta a capire ciò che le viene detto. Qui l’anima non fa nulla, perché le viene tolto anche il poco che faceva in passato, ch’era solo l’ascoltare. Trova tutto bell’e pronto, come già cucinato e mangiato, né ha da fare altro che goderne, come uno che, senza aver appreso e nemmeno aver studiato mai nulla, né essersi mai affaticato per imparare a leggere, si scopra ormai dotto in ogni scienza, ignorando in che modo né da chi gli sia venuta, poiché non aveva fatto alcuno sforzo nemmeno per imparare l’abbiccì.
Quest’ultimo paragone mi sembra che spieghi qualcosa di tal dono celestiale, perché l’anima si ritrova in un attimo sapiente e vede con tanta chiarezza il mistero della santissima Trinità e altri misteri molto elevati, che non c’è teologo con il quale non ardirebbe discutere la verità di queste altissime rivelazioni. La riempie di meraviglia il fatto che basti una sola di queste grazie per mutare totalmente un’anima e non farle amare più nulla, se non colui il quale, senza alcuna fatica, vede che la rende capace di accogliere così grandi beni, le rivela i suoi segreti e la tratta con tali ineffabili prove d’amicizia e d’amore. Alcune di queste grazie generano perfino sospetto, per essere causa di così grande meraviglia e per essere fatte a chi le ha così poco meritate, che senza una fede assai viva non si potrebbe credere. Pertanto, mi propongo di parlare di poche fra quelle che il Signore ha concesso a me – se non mi verrà ordinato altrimenti – limitandomi ad alcune visioni che possono essere di vantaggio in qualche cosa, o perché non si spaventi chi ne sarà favorito dal Signore, sembrandogli cosa impossibile, come facevo io, o per indicargli il modo e il cammino attraverso cui mi ha condotto il Signore, che è appunto ciò che mi hanno comandato di scrivere.
Tornando, dunque, a questa maniera d’intendere, a me sembra che il Signore voglia in tutti i modi che l’anima abbia una qualche idea di ciò che avviene in cielo, e mi sembra anche che allo stesso modo in cui lassù si ha la facoltà d’intendere senza bisogno di parole (cosa che io non ho mai saputo con certezza fino a quando il Signore per sua bontà volle che ne avessi conoscenza e me la mostrò in un rapimento), così avviene qui, dove Dio e l’anima si comprendono, non appena Sua Maestà lo vuole, senza bisogno di alcun artifizio che serva alla manifestazione dell’amore vicendevole fra questi due amici. Come quaggiù, se due persone si amano molto e sono d’intelligenza sveglia, anche senza alcun segno sembra che si comprendano, solo col guardarsi, così dev’essere in tale circostanza in cui, senza che noi possiamo capire come, questi due amanti si guardano fissamente; al modo stesso in cui lo sposo parla alla sposa nel Cantico dei Cantici, a quanto mi sembra d’aver udito, è ciò che avviene qui.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
Non è come la presenza di Dio che si avverte molto spesso specialmente da chi attende all’orazione di unione o di quiete, allorché sembra, disponendosi a cominciare tale orazione, di trovare subito con chi parlare e di capire d’essere ascoltati per gli effetti spirituali e i sentimenti che proviamo di ardente amore, di fede e di altre risoluzioni piene di tenerezza. Questo è un grande dono di Dio, e lo stimi molto chi l’abbia ricevuto, perché si tratta di un’orazione assai elevata, ma non di una visione. In essa, infatti, si comprende che Dio è lì per gli effetti che – come dico – produce nell’anima, mediante i quali Sua Maestà vuol farsi sentire. Ma, qui si vede chiaramente che è presente Gesù Cristo, figlio della Vergine. Là sono evidenti soltanto alcuni effetti della divinità; qui, insieme con essi, si vede anche che ci accompagna e vuol farci grazie la sacratissima umanità di Cristo.
Mi domandò, dunque, il confessore: «Chi le ha detto che era Gesù Cristo?». «Egli stesso me l’ha detto, molte volte», risposi io, ma prima che me lo dicesse, avevo ben capito che era lui, anzi, me l’aveva detto prima ancora, quando io non lo vedevo. Se una persona che non avessi mai visto, ma di cui solo avessi avuto notizia, venisse a parlarmi mentre sono cieca o al buio, e mi dicesse chi è, io potrei crederlo, ma non potrei affermare con certezza che si tratti di quella persona, come se l’avessi vista, mentre qui sì, perché il Signore, pur senza che lo si veda, ci si imprime nell’anima con una conoscenza così chiara che sembra impossibile dubitarne. Egli, infatti, vuole restare scolpito nell’intelletto in modo che se ne abbia la certezza, come e più che se si vedesse con gli occhi, perché in questo caso, a volte, ci rimane il sospetto di aver visto con la fantasia, mentre qua, anche se lì per lì possa sorgere tale sospetto, la certezza è così soverchiante che il dubbio non ha forza.
Qui Dio istruisce l’anima anche in altro modo e le parla senza parlare, come ho detto. È un linguaggio così celestiale, che quaggiù non si può spiegare, per molto che vogliamo dire, se il Signore non ce lo insegna mediante l’esperienza. Egli pone nella parte più intima dell’anima ciò che vuole che essa intenda, presentandoglielo senza immagini né forme di parole, ma nel modo della visione di cui ho detto. Si noti bene questo modo con cui il Signore fa capire all’anima, insieme con ciò che egli vuole, grandi verità e misteri, perché molte volte è proprio così che io intendo, quando il Signore mi spiega qualche visione avuta, e mi sembra che qui il demonio possa intromettersi meno, per le ragioni che seguono; se esse non sono buone, vuol dire che m’inganno.
Questa specie di visione e di linguaggio è cosa tanto spirituale che nelle potenze e nei sensi non c’è nessun movimento, a mio parere, da cui il demonio possa spiare nulla. questo avviene, però, solo qualche volta e per breve tempo, mentre altre volte mi sembra che né le potenze siano sospese né i sensi sopiti, ma perfettamente in sé, il che nella contemplazione non avviene spesso, anzi assai di rado; ma quelle volte che avviene, noi non operiamo né facciamo nulla: sembra che tutto sia opera del Signore. È come se nello stomaco si trovasse un cibo che non abbiamo mangiato né sappiamo noi stessi come vi sia entrato, eppure siamo certi che c’è; ma mentre, per quanto riguarda il cibo, non si sa che cibo sia né chi ve l’abbia posto, qui invece lo sappiamo. Solo si ignora in che modo vi sia stato posto, perché non si vede né s’intende ciò che l’anima non si era mai indotta a desiderare, non sapendo neppure che una tale grazia fosse possibile.
Nelle parole che abbiamo detto prima, Dio fa in modo che l’intelletto stia attento, anche contro sua voglia, a intendere ciò che egli dice, perché in quello stato sembra che l’anima abbia nuove orecchie per udire e che Dio la costringa ad ascoltare e a non distrarsi. È come se a una persona di buon udito non si permettesse di tapparsi le orecchie e le si parlasse da vicino e a gran voce: anche se non volesse, deve udire e, infine, qualcosa fa, stando attenta a capire ciò che le viene detto. Qui l’anima non fa nulla, perché le viene tolto anche il poco che faceva in passato, ch’era solo l’ascoltare. Trova tutto bell’e pronto, come già cucinato e mangiato, né ha da fare altro che goderne, come uno che, senza aver appreso e nemmeno aver studiato mai nulla, né essersi mai affaticato per imparare a leggere, si scopra ormai dotto in ogni scienza, ignorando in che modo né da chi gli sia venuta, poiché non aveva fatto alcuno sforzo nemmeno per imparare l’abbiccì.
Quest’ultimo paragone mi sembra che spieghi qualcosa di tal dono celestiale, perché l’anima si ritrova in un attimo sapiente e vede con tanta chiarezza il mistero della santissima Trinità e altri misteri molto elevati, che non c’è teologo con il quale non ardirebbe discutere la verità di queste altissime rivelazioni. La riempie di meraviglia il fatto che basti una sola di queste grazie per mutare totalmente un’anima e non farle amare più nulla, se non colui il quale, senza alcuna fatica, vede che la rende capace di accogliere così grandi beni, le rivela i suoi segreti e la tratta con tali ineffabili prove d’amicizia e d’amore. Alcune di queste grazie generano perfino sospetto, per essere causa di così grande meraviglia e per essere fatte a chi le ha così poco meritate, che senza una fede assai viva non si potrebbe credere. Pertanto, mi propongo di parlare di poche fra quelle che il Signore ha concesso a me – se non mi verrà ordinato altrimenti – limitandomi ad alcune visioni che possono essere di vantaggio in qualche cosa, o perché non si spaventi chi ne sarà favorito dal Signore, sembrandogli cosa impossibile, come facevo io, o per indicargli il modo e il cammino attraverso cui mi ha condotto il Signore, che è appunto ciò che mi hanno comandato di scrivere.
Tornando, dunque, a questa maniera d’intendere, a me sembra che il Signore voglia in tutti i modi che l’anima abbia una qualche idea di ciò che avviene in cielo, e mi sembra anche che allo stesso modo in cui lassù si ha la facoltà d’intendere senza bisogno di parole (cosa che io non ho mai saputo con certezza fino a quando il Signore per sua bontà volle che ne avessi conoscenza e me la mostrò in un rapimento), così avviene qui, dove Dio e l’anima si comprendono, non appena Sua Maestà lo vuole, senza bisogno di alcun artifizio che serva alla manifestazione dell’amore vicendevole fra questi due amici. Come quaggiù, se due persone si amano molto e sono d’intelligenza sveglia, anche senza alcun segno sembra che si comprendano, solo col guardarsi, così dev’essere in tale circostanza in cui, senza che noi possiamo capire come, questi due amanti si guardano fissamente; al modo stesso in cui lo sposo parla alla sposa nel Cantico dei Cantici, a quanto mi sembra d’aver udito, è ciò che avviene qui.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
lunedì 21 luglio 2014
L'aridità spirituale dalle lettere di Padre Pio
Con ripetuti colpi di salutare scalpello e con diligente ripulitura vuole il Divin Artista preparare le pietre, che dovranno essere in composizione dell'eterno Edificio.
Così canta la nostra tenerissima Madre la Santa Chiesa nell'inno dell'Ufficio per la Dedicazione delle Chiese e così è veramente.
Ogni anima destinata all'eterna gloria, può benissimo dirsi essere una pietra destinata ad innalzare l'eterno Edificio. Un muratore per innalzare una casa ha bisogno di preparare la ripulitura, così il Celeste Padre si comporta con l'anima eletta, la quale fu destinata ab aeterno alla composizione dell'eterno Edificio. Innanzi che quest'anima entri ad innalzare l'eterno Edificio deve essere ripulita a colpi di martello e di scalpello, di cui si serve il Padre Celeste per preparare le pietre, cioè le anime elette. Sorella mia, questi colpi di scalpello sono le ombre, i timori, le tentazioni, le afflizioni dello spirito, i tremori spirituali con qualche aroma di desolazione e anche malessere fisico. Ringraziate dunque l'infinità pietà del Padre Celeste, che così va trattando l'anima vostra. Perché non gloriarsi, sorella mia, di questi tratti amorosi del più buono di tutti i padri? Aprite il cuore all'abbandono totale fra le braccia di questo Santissimo Padre, Egli vi tratta da eletta a seguire Gesù da vicino per l'erta del Calvario. [...]
L'amore non fugge se non per fortificare l'amore! Gesù non chiede l'impossibile. Ditegli: Vuoi che ti ami di più? In verità non posso! Dammi più amore e ti offrirò più amore. Credetemi, figlia mia, Gesù sarà contento! Ora che cosa può esserci di più importante, se non piacere a Lui solo? Contento Lui, contenti tutti! [...]
E' così, e molto meglio ancora che Iddio tratta l'anima. Da principio l'attira colmandola di dolcezze e consolazioni. Ma c'è da temere che la poveretta si attacchi più ai doni che al Donatore! A questo pericolo Iddio rimedia divezzandola, ossia immergendola nelle tenebre e desolazioni. Eccola dunque sconvolta, assalita da timori mortali, e si domanda con angoscia se questo suo stato d'animo dipende da qualche peccato che l'ha messa fuori della grazia di Dio. Moltiplica i suoi esami di coscienza, scruta i suoi pensieri e le sue azioni e, non trovando niente, finisce per convincersi che Iddio l'ha abbandonata a causa dei peccati della sua vita passata. Come si sbaglia! Ciò che le sembra abbandono non è che una prova della più tenera sollecitudine, da principio sterile ed arida, ma che, a poco a poco, se ella resta fedele, diverrà dolce e gustosa. [...]
Quando il Signore si compiacerà di mettervi in questo stato, l'anima vostra proverà una pena talmente acuta, che sorpassa tutto quel che si può immaginare. Vi sentirete avvolta da spesse tenebre, il vostro spirito sarà immerso nelle più crudeli ripugnanze. E' allora che voi servirete ed amerete Iddio con un amore più puro, nella dimenticanza di voi stessa e per Lui solo. Più il Signore vi invita alla sua divina intimità e più Egli investe l'anima vostra della sua purissima luce, che, a tutta prima, l'acceca. Le pene che l'anima prova sono allora così atroci e così crudeli che non sapremmo paragonarle se non a ciò che soffrono le anime del Purgatorio o meglio ancora i dannati. Finchè l'anima non è interamente purificata la luce di Dio è per lei notte e tenebra, ma allorché sarà pronta a ricevere il bacio della perfetta unione d'amore, questa luce, che le fu pena e tortura, l'illuminerà. [...]
{Fonte: "Il vero volto di Padre Pio" di Maria Winowska}
Così canta la nostra tenerissima Madre la Santa Chiesa nell'inno dell'Ufficio per la Dedicazione delle Chiese e così è veramente.
Ogni anima destinata all'eterna gloria, può benissimo dirsi essere una pietra destinata ad innalzare l'eterno Edificio. Un muratore per innalzare una casa ha bisogno di preparare la ripulitura, così il Celeste Padre si comporta con l'anima eletta, la quale fu destinata ab aeterno alla composizione dell'eterno Edificio. Innanzi che quest'anima entri ad innalzare l'eterno Edificio deve essere ripulita a colpi di martello e di scalpello, di cui si serve il Padre Celeste per preparare le pietre, cioè le anime elette. Sorella mia, questi colpi di scalpello sono le ombre, i timori, le tentazioni, le afflizioni dello spirito, i tremori spirituali con qualche aroma di desolazione e anche malessere fisico. Ringraziate dunque l'infinità pietà del Padre Celeste, che così va trattando l'anima vostra. Perché non gloriarsi, sorella mia, di questi tratti amorosi del più buono di tutti i padri? Aprite il cuore all'abbandono totale fra le braccia di questo Santissimo Padre, Egli vi tratta da eletta a seguire Gesù da vicino per l'erta del Calvario. [...]
L'amore non fugge se non per fortificare l'amore! Gesù non chiede l'impossibile. Ditegli: Vuoi che ti ami di più? In verità non posso! Dammi più amore e ti offrirò più amore. Credetemi, figlia mia, Gesù sarà contento! Ora che cosa può esserci di più importante, se non piacere a Lui solo? Contento Lui, contenti tutti! [...]
E' così, e molto meglio ancora che Iddio tratta l'anima. Da principio l'attira colmandola di dolcezze e consolazioni. Ma c'è da temere che la poveretta si attacchi più ai doni che al Donatore! A questo pericolo Iddio rimedia divezzandola, ossia immergendola nelle tenebre e desolazioni. Eccola dunque sconvolta, assalita da timori mortali, e si domanda con angoscia se questo suo stato d'animo dipende da qualche peccato che l'ha messa fuori della grazia di Dio. Moltiplica i suoi esami di coscienza, scruta i suoi pensieri e le sue azioni e, non trovando niente, finisce per convincersi che Iddio l'ha abbandonata a causa dei peccati della sua vita passata. Come si sbaglia! Ciò che le sembra abbandono non è che una prova della più tenera sollecitudine, da principio sterile ed arida, ma che, a poco a poco, se ella resta fedele, diverrà dolce e gustosa. [...]
Quando il Signore si compiacerà di mettervi in questo stato, l'anima vostra proverà una pena talmente acuta, che sorpassa tutto quel che si può immaginare. Vi sentirete avvolta da spesse tenebre, il vostro spirito sarà immerso nelle più crudeli ripugnanze. E' allora che voi servirete ed amerete Iddio con un amore più puro, nella dimenticanza di voi stessa e per Lui solo. Più il Signore vi invita alla sua divina intimità e più Egli investe l'anima vostra della sua purissima luce, che, a tutta prima, l'acceca. Le pene che l'anima prova sono allora così atroci e così crudeli che non sapremmo paragonarle se non a ciò che soffrono le anime del Purgatorio o meglio ancora i dannati. Finchè l'anima non è interamente purificata la luce di Dio è per lei notte e tenebra, ma allorché sarà pronta a ricevere il bacio della perfetta unione d'amore, questa luce, che le fu pena e tortura, l'illuminerà. [...]
{Fonte: "Il vero volto di Padre Pio" di Maria Winowska}
giovedì 17 luglio 2014
Le locuzioni
Mi sembra opportuno spiegare che cosa sia questo parlare di Dio all’anima, e ciò che questa sente, affinché la signoria vostra se ne renda conto, accadendomi molto frequentemente dal giorno in cui ho detto che il Signore mi fece tale grazia come si vedrà da quanto sto per dire. Sono parole ben distinte, che non si odono con il senso dell’udito, ma si intendono ben più chiaramente che se si udissero, e fare a meno di sentirle, per molto che si resista, è inutile. Se tra noi, infatti, quando non vogliamo udire una cosa, possiamo tapparci le orecchie o attendere ad altro in modo che, pur udendo, non s’intende ciò che si ode, qui è impossibile. Bisogna ascoltarlo anche se non si vuole e l’intelletto è obbligato a essere ben desto, per intendere ciò che Dio gli vuol far capire. Non c’è volere o non volere che tenga, perché colui che può tutto, vuole che ci rendiamo conto di dover fare la sua volontà, mostrandosi così veramente padrone di noi. Ho fatto di questo lunga esperienza, perché la mia resistenza durò quasi due anni, a causa del gran timore che avevo, e anche ora qualche volta ci provo, ma poco mi giova.
Vorrei spiegare gli inganni che qui possono esserci, anche se mi sembra che, per chi ha molta esperienza, si tratterà di poco o niente (ma dev’essere grande l’esperienza), e la differenza che c’è quando parla lo spirito buono e quando invece lo spirito cattivo, e avvertire che può anche trattarsi di parole prodotte dallo stesso intelletto – cosa assai probabile – o di frasi che il nostro spirito rivolge a se stesso. Non so se questo sia possibile, ma fino ad oggi mi è sembrato di sì. Quando è spirito di Dio, sono parole veritiere, come ho visto e comprovato in molte cose che mi furono dette due o tre anni fa, e che si sono tutte avverate in pieno, né alcuna, finora, è risultata falsa; ma c’è altro da cui si vede chiaramente che opera lo spirito di Dio, come poi si dirà.
A me sembra che, quando una persona sta raccomandando una cosa a Dio vivamente, potrebbe credere molto facilmente di sentire una qualche risposta circa l’esaudimento o no della sua richiesta, ma chi ha sentito le parole di Dio nel modo anzidetto, vedrà chiaramente di che cosa si tratta, perché la differenza è grande. Se, poi, è un discorso fabbricato dall’intelletto, per quanto ingegnoso sia il suo intervento, si capisce che è lui a comporlo e a parlare, non diversamente da quando si va svolgendo un discorso per altri o si ascolta ciò che altri dice. L’intelletto vedrà subito che in quel momento non ascolta, poiché opera, e le parole che egli fabbrica sono come cosa sorda, frutto della fantasia, prive della chiarezza che hanno le altre; qui, inoltre, è in nostro potere distrarci come tacere, se parliamo; là, invece, è impossibile farlo. Altro segno, poi, ancor più caratteristico, è che le parole dell’intelletto non operano, mentre quelle del Signore sono parole ed opere, e anche se non sono parole di devozione, ma di rimprovero, subito dispongono l’anima come conviene; le infondono capacità, tenerezza; le danno luce, gioia e quiete, e se era in uno stato di aridità, d’inquietudine o di turbamento, ciò le viene portato via come può farlo materialmente una mano, e anche meglio, poiché sembra che il Signore voglia far capire ch’egli è potente e che le sue parole sono opere.
Mi sembra che ci sia la stessa differenza che c’è tra parlare e ascoltare, né più né meno. Quando parlo, come ho detto, vado indirizzando il mio discorso con l’intelletto, ma se mi parlano, non faccio altro che ascoltare, senza alcuna fatica. Nel primo caso, è un qualcosa che non sappiamo ben precisare, essendo come mezzo addormentati; nell’altro, invece, è una voce così chiara che non si perde una sillaba di ciò che dice. E ciò accade, talvolta, quando l’intelletto e l’anima sono così sconvolti e distratti, che non riuscirebbero a mettere insieme un discorso sensato. Ecco, invece, che trovano bell’e pronte e ascoltano così sublimi sentenze quali, pur stando in gran raccoglimento, non riuscirebbero mai a concepire, e fin dalla prima parola – come ho detto – l’anima è tutta trasformata. Specialmente durante il rapimento, in cui le potenze sono sospese, come si potrebbero intendere cose che prima non erano mai venute in mente? In che modo verranno in mente allora, mentre l’intelletto è quasi inattivo e l’immaginazione è come trasognata?
Si tenga presente che, quando si hanno visioni o si sentono queste parole, ciò non è mai, a mio parere, nel momento in cui l’anima è proprio unita a Dio nel rapimento, perché allora – come ho già spiegato, credo parlando della seconda acqua – si perdono completamente tutte le potenze e, a mio parere, in tale stato non si può né vedere, né intendere, né udire. L’anima è tutta in potere altrui e, in questo tempo che è assai breve, non mi pare che il Signore le lasci alcuna libertà. Passato questo breve tempo, quando l’anima si trova ancora nel rapimento, avviene ciò che dico, perché le potenze sono ridotte a tali che, benché non si perdano del tutto, sono quasi inoperanti, come assorte e incapaci di metter insieme un ragionamento. Sono, quindi, tanti i segni per capire la differenza di cui si parla, che ci si può ingannare una volta, non molte.
Aggiungo inoltre che, se un’anima è dotata d’esperienza e sta attenta, lo costaterà molto chiaramente perché, prescindendo dagli altri segni dai quali si vede ciò che ho detto, se le parole provengono da noi, non producono alcun effetto, né l’anima le accetta, mentre se vengono da Dio (anche se non vuole e sulle prime non vi dà credito), ritenendole vaneggiamenti dell’intelletto, quasi al modo stesso in cui non si farebbe caso di una persona di cui si sa che delira, è come se udisse una persona di gran santità e dottrina, di cui si sa che non ci può mentire. Ma il mio è un paragone grossolano perché queste parole, a volte, hanno in sé tale maestà che, pur non tenendo presente chi le dice, se sono di rimprovero, ci fanno tremare, e se sono di amore, ci fanno struggere di tenerezza. Per di più, come ho detto, sono cose che erano ben lontane dalla nostra mente, rivelatrici, in un solo istante, di così profonde verità che sarebbe stato necessario molto tempo per poterle concepire, e in nessun modo mi sembra che si possa pertanto ignorare che sono cose non provenienti da noi. Non c’è, quindi, motivo di dilungarmi di più, poiché mi sembrerebbe strano che una persona di esperienza possa ingannarsi, se essa stessa non si vuole deliberatamente ingannare.
Mi è accaduto molte volte, avendo qualche dubbio, di non credere a ciò che mi veniva detto e di pensare di essere vittima di qualche illusione (questo, dopo che tutto era finito, perché nel momento della grazia il dubbio è impossibile), e di veder poi adempiuta ogni cosa, passato molto tempo, in quanto le parole del Signore s’imprimono nella mente in modo tale che non si possono dimenticare, mentre quelle dell’intelletto sono come un lampo del pensiero, che passa e si dimentica. Avviene delle parole divine come di un fatto reale di cui, anche se col passare del tempo si dimentica qualcosa, non si perde del tutto la memoria: si ricorderà almeno che ci sono state dette, tranne che non sia passato molto tempo o siano parole di favore e di dottrina, ma le profezie mi pare non si possano dimenticare; almeno è così per me, benché abbia poca memoria.
Torno a dire che mi sembra impossibile, tranne che un’anima sia tanto priva di coscienza da voler fingere (il che sarebbe un gran male), affermando di udire rivolgersi parole, mentre non è così, che non veda chiaramente d’esser lei a mettere insieme e a pronunziare discorsi dentro di sé, se ha compreso lo spirito di Dio, altrimenti potrebbe rimanere tutta la vita in questo inganno, credendo di udire parlare, cosa del tutto inconcepibile. O quest’anima vuole intendere o no: se è così disfatta per quanto intende che, ad evitare mille timori e molte altre ragioni di turbamento, vorrebbe assolutamente non intendere nulla, desiderando starsene quieta nella sua orazione senza queste grazie, come potrebbe dar tanto agio all’intelletto di mettere insieme discorsi? Per far questo ci vuole tempo; qui, invece, senza alcun indugio, ci troviamo di colpo istruiti e intendiamo cose per concepire le quali credo sarebbe stato necessario un mese. Lo stesso intelletto e la stessa anima restano meravigliati nell’intendere alcune verità.
Così stanno le cose, e chi ne ha esperienza vedrà che tutto quanto ho detto risponde esattamente al vero. Ringrazio Dio di averlo saputo esporre in questo modo e termino col dire che, a mio giudizio, se queste parole sono dell’intelletto, quando lo vogliamo, possiamo udirle: ad esempio, ogni volta che stiamo in orazione potremmo immaginarci di udirle; invece non è così se sono parole di Dio, anzi si possono passare molti giorni in cui, benché si voglia sentire qualcosa, riesce impossibile, mentre altre volte, pur non volendolo, come ho detto, si è obbligati a udirle. Mi sembra che a chi volesse ingannare gli altri, dicendo di udire da Dio ciò che proviene da sé, costerebbe poco aggiungere che ha udito la voce di Dio con le orecchie del corpo. Proprio così, perché io non avevo mai pensato che ci fosse un altro modo di udire e d’intendere fino a che non l’ho costatato per esperienza, e l’esperienza, come ho detto, mi è costata molto cara.
Quando opera il demonio, non solo non lasciano buoni effetti, ma ne lasciano di cattivi. Questo mi è accaduto non più di due o tre volte e subito sono stata avvisata dal Signore che si trattava del demonio. Tralasciando la grande aridità che resta, l’anima prova un’inquietudine al modo stesso di quella che io ho provato molte altre volte in cui il Signore ha permesso che subissi grandi tentazioni e sofferenze di diversa natura, e benché mi tormenti ancora spesso, come più avanti dirò, è un’inquietudine che non si riesce a capire da dove venga. Sembra che l’anima resista, si agiti e si affligga, senza sapere di che, non essendo cattivo ciò che il demonio dice, ma buono. Forse dipende dal fatto che uno spirito sente la presenza dell’altro. Il piacere e la gioia che il demonio produce sono, a mio parere, molto diversi; egli potrebbe ingannare chi non ne abbia o non ne abbia mai avuti da Dio.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
Vorrei spiegare gli inganni che qui possono esserci, anche se mi sembra che, per chi ha molta esperienza, si tratterà di poco o niente (ma dev’essere grande l’esperienza), e la differenza che c’è quando parla lo spirito buono e quando invece lo spirito cattivo, e avvertire che può anche trattarsi di parole prodotte dallo stesso intelletto – cosa assai probabile – o di frasi che il nostro spirito rivolge a se stesso. Non so se questo sia possibile, ma fino ad oggi mi è sembrato di sì. Quando è spirito di Dio, sono parole veritiere, come ho visto e comprovato in molte cose che mi furono dette due o tre anni fa, e che si sono tutte avverate in pieno, né alcuna, finora, è risultata falsa; ma c’è altro da cui si vede chiaramente che opera lo spirito di Dio, come poi si dirà.
A me sembra che, quando una persona sta raccomandando una cosa a Dio vivamente, potrebbe credere molto facilmente di sentire una qualche risposta circa l’esaudimento o no della sua richiesta, ma chi ha sentito le parole di Dio nel modo anzidetto, vedrà chiaramente di che cosa si tratta, perché la differenza è grande. Se, poi, è un discorso fabbricato dall’intelletto, per quanto ingegnoso sia il suo intervento, si capisce che è lui a comporlo e a parlare, non diversamente da quando si va svolgendo un discorso per altri o si ascolta ciò che altri dice. L’intelletto vedrà subito che in quel momento non ascolta, poiché opera, e le parole che egli fabbrica sono come cosa sorda, frutto della fantasia, prive della chiarezza che hanno le altre; qui, inoltre, è in nostro potere distrarci come tacere, se parliamo; là, invece, è impossibile farlo. Altro segno, poi, ancor più caratteristico, è che le parole dell’intelletto non operano, mentre quelle del Signore sono parole ed opere, e anche se non sono parole di devozione, ma di rimprovero, subito dispongono l’anima come conviene; le infondono capacità, tenerezza; le danno luce, gioia e quiete, e se era in uno stato di aridità, d’inquietudine o di turbamento, ciò le viene portato via come può farlo materialmente una mano, e anche meglio, poiché sembra che il Signore voglia far capire ch’egli è potente e che le sue parole sono opere.
Mi sembra che ci sia la stessa differenza che c’è tra parlare e ascoltare, né più né meno. Quando parlo, come ho detto, vado indirizzando il mio discorso con l’intelletto, ma se mi parlano, non faccio altro che ascoltare, senza alcuna fatica. Nel primo caso, è un qualcosa che non sappiamo ben precisare, essendo come mezzo addormentati; nell’altro, invece, è una voce così chiara che non si perde una sillaba di ciò che dice. E ciò accade, talvolta, quando l’intelletto e l’anima sono così sconvolti e distratti, che non riuscirebbero a mettere insieme un discorso sensato. Ecco, invece, che trovano bell’e pronte e ascoltano così sublimi sentenze quali, pur stando in gran raccoglimento, non riuscirebbero mai a concepire, e fin dalla prima parola – come ho detto – l’anima è tutta trasformata. Specialmente durante il rapimento, in cui le potenze sono sospese, come si potrebbero intendere cose che prima non erano mai venute in mente? In che modo verranno in mente allora, mentre l’intelletto è quasi inattivo e l’immaginazione è come trasognata?
Si tenga presente che, quando si hanno visioni o si sentono queste parole, ciò non è mai, a mio parere, nel momento in cui l’anima è proprio unita a Dio nel rapimento, perché allora – come ho già spiegato, credo parlando della seconda acqua – si perdono completamente tutte le potenze e, a mio parere, in tale stato non si può né vedere, né intendere, né udire. L’anima è tutta in potere altrui e, in questo tempo che è assai breve, non mi pare che il Signore le lasci alcuna libertà. Passato questo breve tempo, quando l’anima si trova ancora nel rapimento, avviene ciò che dico, perché le potenze sono ridotte a tali che, benché non si perdano del tutto, sono quasi inoperanti, come assorte e incapaci di metter insieme un ragionamento. Sono, quindi, tanti i segni per capire la differenza di cui si parla, che ci si può ingannare una volta, non molte.
Aggiungo inoltre che, se un’anima è dotata d’esperienza e sta attenta, lo costaterà molto chiaramente perché, prescindendo dagli altri segni dai quali si vede ciò che ho detto, se le parole provengono da noi, non producono alcun effetto, né l’anima le accetta, mentre se vengono da Dio (anche se non vuole e sulle prime non vi dà credito), ritenendole vaneggiamenti dell’intelletto, quasi al modo stesso in cui non si farebbe caso di una persona di cui si sa che delira, è come se udisse una persona di gran santità e dottrina, di cui si sa che non ci può mentire. Ma il mio è un paragone grossolano perché queste parole, a volte, hanno in sé tale maestà che, pur non tenendo presente chi le dice, se sono di rimprovero, ci fanno tremare, e se sono di amore, ci fanno struggere di tenerezza. Per di più, come ho detto, sono cose che erano ben lontane dalla nostra mente, rivelatrici, in un solo istante, di così profonde verità che sarebbe stato necessario molto tempo per poterle concepire, e in nessun modo mi sembra che si possa pertanto ignorare che sono cose non provenienti da noi. Non c’è, quindi, motivo di dilungarmi di più, poiché mi sembrerebbe strano che una persona di esperienza possa ingannarsi, se essa stessa non si vuole deliberatamente ingannare.
Mi è accaduto molte volte, avendo qualche dubbio, di non credere a ciò che mi veniva detto e di pensare di essere vittima di qualche illusione (questo, dopo che tutto era finito, perché nel momento della grazia il dubbio è impossibile), e di veder poi adempiuta ogni cosa, passato molto tempo, in quanto le parole del Signore s’imprimono nella mente in modo tale che non si possono dimenticare, mentre quelle dell’intelletto sono come un lampo del pensiero, che passa e si dimentica. Avviene delle parole divine come di un fatto reale di cui, anche se col passare del tempo si dimentica qualcosa, non si perde del tutto la memoria: si ricorderà almeno che ci sono state dette, tranne che non sia passato molto tempo o siano parole di favore e di dottrina, ma le profezie mi pare non si possano dimenticare; almeno è così per me, benché abbia poca memoria.
Torno a dire che mi sembra impossibile, tranne che un’anima sia tanto priva di coscienza da voler fingere (il che sarebbe un gran male), affermando di udire rivolgersi parole, mentre non è così, che non veda chiaramente d’esser lei a mettere insieme e a pronunziare discorsi dentro di sé, se ha compreso lo spirito di Dio, altrimenti potrebbe rimanere tutta la vita in questo inganno, credendo di udire parlare, cosa del tutto inconcepibile. O quest’anima vuole intendere o no: se è così disfatta per quanto intende che, ad evitare mille timori e molte altre ragioni di turbamento, vorrebbe assolutamente non intendere nulla, desiderando starsene quieta nella sua orazione senza queste grazie, come potrebbe dar tanto agio all’intelletto di mettere insieme discorsi? Per far questo ci vuole tempo; qui, invece, senza alcun indugio, ci troviamo di colpo istruiti e intendiamo cose per concepire le quali credo sarebbe stato necessario un mese. Lo stesso intelletto e la stessa anima restano meravigliati nell’intendere alcune verità.
Così stanno le cose, e chi ne ha esperienza vedrà che tutto quanto ho detto risponde esattamente al vero. Ringrazio Dio di averlo saputo esporre in questo modo e termino col dire che, a mio giudizio, se queste parole sono dell’intelletto, quando lo vogliamo, possiamo udirle: ad esempio, ogni volta che stiamo in orazione potremmo immaginarci di udirle; invece non è così se sono parole di Dio, anzi si possono passare molti giorni in cui, benché si voglia sentire qualcosa, riesce impossibile, mentre altre volte, pur non volendolo, come ho detto, si è obbligati a udirle. Mi sembra che a chi volesse ingannare gli altri, dicendo di udire da Dio ciò che proviene da sé, costerebbe poco aggiungere che ha udito la voce di Dio con le orecchie del corpo. Proprio così, perché io non avevo mai pensato che ci fosse un altro modo di udire e d’intendere fino a che non l’ho costatato per esperienza, e l’esperienza, come ho detto, mi è costata molto cara.
Quando opera il demonio, non solo non lasciano buoni effetti, ma ne lasciano di cattivi. Questo mi è accaduto non più di due o tre volte e subito sono stata avvisata dal Signore che si trattava del demonio. Tralasciando la grande aridità che resta, l’anima prova un’inquietudine al modo stesso di quella che io ho provato molte altre volte in cui il Signore ha permesso che subissi grandi tentazioni e sofferenze di diversa natura, e benché mi tormenti ancora spesso, come più avanti dirò, è un’inquietudine che non si riesce a capire da dove venga. Sembra che l’anima resista, si agiti e si affligga, senza sapere di che, non essendo cattivo ciò che il demonio dice, ma buono. Forse dipende dal fatto che uno spirito sente la presenza dell’altro. Il piacere e la gioia che il demonio produce sono, a mio parere, molto diversi; egli potrebbe ingannare chi non ne abbia o non ne abbia mai avuti da Dio.
{Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila}
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