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lunedì 27 gennaio 2014

Gesù a Santa Camilla Battista da Varano


Ricordati che vi è più me­rito nel tenersi davanti all'Eterno senza di­vozione e senza lacrime che se si avesse il cuor pieno d'amore e tali occhi molli di pianto. ­La preghiera arida, desolata, in cui tu per­severi, riscatta una parte delle tue colpe, dove che, se tu ti stemprassi in tenerezze; davanti al Signore, non soddisfaresti alla somma del tuo debito.
Fa' provvista d’umile pazienza per i giorni d'avversità e d'abbandono. Soprattutto non credere che la sospensione delle dolcezze spirituali possa venire dalla collera divina: essa, non è in realtà che un effetto certo del­l'amore che il Signore ti porta. Sai ch'egli non intende di darti il paradiso sopra la terra. Egli ti vuole sola, tutta sola, spoglia di tutto, sopra la croce, dove si consuma la santa e spirituale unione del Creatore colla creatura. Allora potrai dire come la sposa dei sacri Cantici: "Il mio Diletto è mio, ma io sono sua in mezzo ai rossi gigli della sua passione, quei gigli della sofferenza che sono il caro pascolo del suo Cuore".

venerdì 13 dicembre 2013

Adorazione Eucaristica con la Beata Camilla Battista da Varano

“Ai piedi di Gesù
con la Beata Camilla Battista da Varano”

Canto di esposizione

Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, 
quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, 
il Figlio del Dio vivo. 
O ammirabile altezza e stupenda degnazione! 
O umiltà sublime! 
O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, 
si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, 
sotto poca apparenza di pane!
Guida: Il grido solenne e appassionato di Francesco d’Assisi ci immerge nello stupore adorante e riconoscente che il dono dell’Eucarestia suscita nel cuore e ci introduce a questo momento di preghiera in cui desideriamo sostare di fronte alla presenza reale del Signore Gesù. 
Ci accompagna la Beata Camilla Battista da Varano: nel suo scrivere caldo e vibrante possiamo trovare una testimonianza preziosa di fede cristiana e di vita contemplativa. La nostra preghiera sarà guidata dalle sue parole, in un viaggio che ci condurrà al cuore della vita clariana: quel quotidiano e incessante stare ai piedi di Gesù Cristo povero e crocifisso, in una vita che profuma di vangelo e mostra al mondo che solo Dio basta e che solo Lui riempie la vita di senso e di gioia. 
“Con il capo chino sino a terra, domandai grazia alla divina Maestà che mi 
collocasse perpetuamente, finché fossi vissuta, e senza intervalli ai clementissimi 
piedi del suo Figlio crocifisso...
Vidi l’amore immenso come il mare e tanto sviscerato senza limite e misura 
che Dio porta alla creatura, che quando tornai in me, non mi potevo trattenere 
dal ripetere: “O pazzia! o pazzia!”. Nessun vocabolo mi pareva più vero e 
conveniente a tanto amore...
O piedi crocifissi, o sola unica speranza dell’anima mia, come è possibile vivere 
senza voi, che eravate la vita, il cuore, il tesoro dell’anima mia?
O piedi, per i quali tutti i piedi mi piaceva vedere, toccare, abbracciare e baciare! 
O piedi dolcissimi! O piedi pietosi! O piedi clementissimi!” 
Guida: In queste parole piene di passione e slancio risuona non solo l’esperienza mistica, ma anche la scelta di fondo di Camilla Battista da Varano e l’immagine più eloquente della vita contemplativa clariana: umile e amante esistenza vissuta ai piedi del Crocifisso, per contemplare l’amore immenso di Dio nel dono supremo di Colui che, origine di ogni bene, dona se stesso nel corpo spezzato e nel sangue versato. La Beata Camilla Battista non ha desiderato altro che conoscere, gustare e condividere questo dono immenso che le ha riempito il cuore di stupore e gratitudine. Alla medesima esperienza anela il nostro cuore: esprimiamo la sete inestinguibile che lo abita, il grido e il desiderio che salgono dalle sue profondità, ai quali solo l’amore e la Parola di Gesù Cristo possono rispondere. 
(Il salmo è proclamato da un solista; l’assemblea ripete il ritornello, tratto dagli scritti della Beata Camilla Battista)
Rit: Mostrati a me, Signore mio benigno! 
 Tu solo sei la mia vita, la mia speranza, 
 tutto l’amore del cuore e dell’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne,
in terra arida, assetata, senz’acqua. Rit.
Così nel santuario ti ho contemplato, 
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, 
le mie labbra canteranno la tua lode. Rit.
Così ti benedirò per tutta la vita,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, 
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. Rit.
Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A Te si stringe l’anima mia:
la tua destra mi sostiene. Rit.

Silenzio

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

Silenzio
Canto

Ai piedi di Gesù 
per ascoltare la sua Parola
Guida: Il brano evangelico ascoltato ci consegna la figura di Maria di Betania e il suo ascolto appassionato della Parola: il suo sostare fedele e tenace ai piedi di Gesù si è pienamente realizzato nella vita e nell’esperienza della Beata Camilla Battista. 
Ascoltiamo un passo dell’Autobiografia in cui emerge la caratteristica fondamentale del rapporto della beata con la Parola di Dio: il coinvolgersi totale della sua persona con il vangelo. Di fronte alla Parola di Dio, il desiderio di Camilla Battista è quello di una condivisione totale, di entrare nel vangelo, cioè di immedesimarsi nei personaggi del brano, chiedendo al Signore che le faccia sentire e vivere ciò che loro hanno vissuto. 
Nelle parole di Camilla Battista risuona l’eco della preghiera di Francesco a La Verna: 
O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti chiedo: la prima, che io senta, 
quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua 
acerbissima passione; la seconda sì è ch’io senta nel cuore mio, quanto è possibile, 
quello eccessivo amore del quale tu eri acceso a sostenere volentieri tanta passione 
per noi peccatori. 
Camilla Battista ci insegna a stare ai piedi di Gesù per ascoltare da Lui ogni giorno una Parola che plasma e trasforma il cuore; ci invita a sentire il Vangelo come realtà viva che ci tocca e ci raggiunge, come una storia sempre attuale in cui si è coinvolti appassionatamente. Ecco l’ascolto autentico: si tratta di sentire nel cuore, di partecipare con la totalità di se stessi, di condividere attraverso una vita conforme al Vangelo.
Dall’“Autobiografia” della Beata Camilla Battista da Varano
Questo pazientissimo e sapientissimo Dio, vedendo la durezza e l’ostinazione del mio cuore, deliberò di ammorbidirlo per altra via.
La vigilia dell’Annunciazione il predicatore, frate Francesco da Urbino, parlò dell’amore divino che aveva provato la Vergine Maria al momento 
dell’Annunciazione. Egli parlava con tanto fervore e affetto da sembrare un Serafino e affermò che vi era più dolcezza in una scintilla di quell’amore che 
la Vergine allora sentì, che in tutti gli amori del mondo messi insieme.
Appena terminata quella predica mi inginocchiai davanti all’altare e feci voto alla Vergine Maria di conservare immacolati tutti i sentimenti miei, finché Dio non avesse disposto di me altrimenti. Ma con questo patto: che Dio mi avesse fatto provare almeno una scintilla di quell’amore che Maria aveva sentito in quel giorno.
In tali suppliche perseveravo giorno e notte con molto fervore e desiderio.

Silenzio
Canto

Ai piedi di Gesù 
per condividere la sua passione
Guida: Camilla Battista da Varano vive il suo stare ai piedi di Gesù contemplando il mistero che è stato il centro della sua esistenza: la passione del Signore nostro Gesù Cristo. È ai piedi della croce che la beata ha vissuto tutta la vita, con la medesima forza e fedeltà di Maria e delle donne di cui parlano i vangeli, tra le quali predilige come riferimento e modello la figura di Maria Maddalena. A lei dedica il brano che ora ascolteremo: la beata ci offre in Maria Maddalena il modello dell’amore smisurato che condivide il dolore dell’Amato crocifisso e abbandonato, dell’Amato non amato. 
Camilla Battista ci indica la continua meditazione della Passione di Gesù come guida alla scoperta della pienezza dell’amore e si specchia in Maria Maddalena, la discepola che, più di ogni altro, insegna la comunione totale dell’amore e del dolore, il perdersi nel cuore di Colui che sulla croce ci ha 
amato senza misura e si è donato per la nostra salvezza. 
Da “I Dolori mentali” della Beata Camilla Battista da Varano
(Lettura intervallata dal ritornello: un canone di taizè o un canto)
“La mia perfezione, di me che sono il Maestro che ama, e l’affetto e la bontà di lei, discepola amata, non possono essere compresi se non da me. 
Qualche cosa ne potrebbe comprendere chi ha fatto esperienza dell’amore santo e spirituale, amando e sentendosi amato; mai però in quella misura, 
perché non esiste un tale Maestro e neppure una tale discepola, poiché di Maddalena non ne fu né sarà mai altra che ella sola. Rit.
Giustamente si dice che dopo la mia amatissima Madre non ci fu persona che più di lei si affliggesse per la mia passione e morte. Se un altro si fosse 
afflitto più di lei, dopo la mia risurrezione io sarei apparso a lui prima che a lei; ma poiché dopo la mia benedetta Madre fu lei più afflitta e non altri, così 
dopo la mia dolcissima Madre fu lei la prima ad essere consolata. Rit.
Sicché, per quanto il mio amato fratello Giovanni abbia provato dolore e sofferenza per la mia passione e morte più di tutti gli altri discepoli, non pensare che abbia superato l’innamorata Maddalena. Infatti quando mi vide spirare, parve a lei che le venissero a mancare il cielo e la terra, perché in me erano tutta la sua speranza, tutto il suo amore, pace e consolazione, giacché mi amava senza ordine e misura. Per questo anche il suo dolore fu senza ordine e misura. E potendolo conoscere solo io, lo portai volentieri nel mio cuore e provai per lei ogni tenerezza che per santo e spirituale amore si può provare e sentire, perché mi amava svisceratamente. Rit.
E osserva che gli altri discepoli dopo la mia morte ritornarono alle reti che avevano abbandonato, perché non erano ancora del tutto staccati dalle cose materiali come invece questa santa peccatrice. Lei invece non ritornò alla vita mondana e scorretta; anzi, tutta infuocata bruciante di santo desiderio, non potendo più sperare di vedermi vivo, mi cercava morto, convinta che nessun’altra cosa poteva ormai piacerle o soddisfarla se non io suo caro 
Maestro,vivo o morto che fossi. Così vuol essere ogni anima quando mi ama e desidera affettuosamente: non si dà pace né riposa se non in me solo, suo amato Dio. Rit.
Fu tanto il dolore di questa mia benedetta cara discepola che, se io somma potenza non l’avessi sostenuta, sarebbe morta. Questo suo dolore 
si ripercuoteva nel mio appassionato cuore, perciò fui molto afflitto ed angustiato per lei. Ma non permisi che lei venisse meno nel suo dolore, dato che di lei volevo fare ciò che poi feci, cioè apostola degli apostoli per annunziare loro la verità della mia trionfale risurrezione, come essi poi fecero 
a tutto il mondo. La volevo fare e la feci specchio, esempio, modello di tutta la beatissima vita contemplativa. Rit.

Silenzio 

Ai piedi di Gesù 
per spandere il suo profumo
Guida: Il corpo donato e il sangue versato di Gesù Cristo sono l’espressione suprema dell’amore di un Dio solidale con la condizione umana fino alla 
morte, ma sono anche il modello della risposta umana all’amore. La croce insegna a rispondere all’amore vivendo secondo la logica del dono, secondo la logica dell’amore che vince la morte. Lo stare ai piedi della croce, allora, non è gesto rassegnato e passivo, ma è partecipazione alla fecondità 
dell’amore, testimonianza della vita che scaturisce dalla morte. 
Vivere ai piedi di Gesù diventa il modo di diffondere l’annuncio evangelico, si identifica con il desiderio di rispondere all’amore di Dio attraverso un 
quotidiano spezzarsi e donarsi che trova in Cristo crocifisso il suo modello e la sua forza. 
Stare ai piedi di Gesù significa allora per Camilla Battista assumere lo slancio e la gratitudine generosa di Maria di Betania: l’evangelista Giovanni ci 
racconta che “prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, 
ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì 
dell’aroma di quel profumo”. 
La vita di Camilla Battista, come ogni vita contemplativa, ricolma la storia del profumo di un’esistenza versata ai piedi di Gesù, persa nella contemplazione del suo mistero e nel farsi voce di ogni creatura: ogni vita autenticamente cristiana spande nel mondo il profumo di un’esistenza conquistata dall’amore di Cristo e segnata dall’impeto della gratitudine. 
Esprimiamo con un gesto il nostro desiderio di essere con la nostra vita profumo dell’amore di Cristo: durante il canto, ciascuno di noi si recherà 
all’altare e offrirà un granellino di incenso, segno della nostra preghiera che sale a Dio, segno dell’offerta della totalità di noi stessi a Colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi. 
Il gesto è introdotto da un testo della Beata Camilla Battista e seguito da uno spazio di silenzio in cui ognuno può esprimere un’intenzione di preghiera. 
Allentai la briglia all’amore che il mio cuore con grande fatica per anni aveva 
trattenuto con forza per paura dell’onore mondano e col freno della discrezione. 
Lo lasciai andare impetuosamente e furiosamente e lo effusi tutto sul mio 
dolcissimo Sposo Cristo Gesù benedetto. Così lo chiamavo perché così nell’anima 
mi si mostrava e si concedeva; talvolta in forma di benignissimo padre, talvolta 
con tanta familiarità e dimestichezza che pareva un carissimo amico e compagno, 
ma il più delle volte in forma di dolcissimo Sposo. Quando Dio in forma di Sposo 
si comunica all’anima pellegrina, io credo - per quella poca esperienza che ho 
avuto - che questo sia il più dolce e soave gusto che Dio le possa comunicare o 
donare in questa vita mortale. 
Canto che accompagna il gesto dell’offerta dell’incenso
Preghiere spontanee...
Guida: Poniamo tutti i desideri e le invocazioni del cuore nelle mani del Padre delle misericordie, affidandoci a Lui attraverso la preghiera che il  Signore Gesù ci ha insegnato: Padre nostro...

Orazione (dagli scritti della Beata Camilla Battista) 
Dio benignissimo, sapientissimo e clementissimo, verità amabile, che non giudichi secondo l’aspetto esterno, ma secondo il cuore, guardando col tuo occhio santo ed amabile l’affetto interiore: noi ti glorifichiamo, umiliandoci col cuore pentito sotto i tuoi clementissimi piedi crocifissi, ai quali sia onore, 
lode, gloria da noi e da ogni altra tua vilissima creatura, ora e sempre nei secoli dei secoli. 
Tutti: Amen. 
Benedizione
Reposizione e canto finale

Via Crucis con la Beata Camilla Battista da Varano

La Beata Camilla Battista da Varano è senza dubbio una grande maestra di vita spirituale. In particolare ci insegna a diventare amici di Cristo sofferente attraverso la costante meditazione della Passione, via regia per allontanarsi dai vizi ed acquisire la virtù. A tale proposito così afferma nell’opera “La Purità del Cuore” scritta nella sua maturità:
La memoria della Passione di Cristo è come un’arca dei tesori celesti, una porta che permette di entrare a gustare il glorioso Gesù ed una perfetta maestra di tutte le arti spirituali: una fonte inesauribile di acqua viva, un pozzo profondissimo dei segreti di Dio. Beato chi ce l’ha, perché è un segno probabile di predestinazione, mediante la quale tutti sono scritti nel Libro della vita. O memoria dolce, che fai sgorgare le soavi lacrime d’amore con le quali fai comprendere per la tua dolcezza le viscere e le radici del cuore e che porti innumerevoli ornamenti all’anima. Chi non lo crede incominci a farne la prova e dopo questa esperienza troverà che tale memoria eccede tutte le opere che l’uomo può immaginare di compiere in questa vita. Chi dunque vuol essere libero da ogni impurità ed avere un segno della futura gloria e beatitudine, per quanto si può avere in questa vita, cerchi di avere questa dolce memoria della Passione di Cristo, come l’apostolo Paolo, che portava continuamente le stigmate della Passione nel suo corpo.
{La purità del cuore}

Introduzione
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Mossa dallo Spirito Santo mi venne un santo desiderio di addentrarmi “nell’interno del deserto”, cioè nelle segretissime pene del Cuore di Gesù (Autobiografia).
Passo dopo passo seguiremo il tuo cammino, Signore, verso la croce, accompagnati dalle parole della Beata Camilla Battista, che sta per essere proclamata santa. Il tuo dono, frutto dell’Amore, sia ancora una volta sostegno per chi soffre, viatico per chi cerca la propria strada, braccia spalancate per chi 
pensa di essere abbandonato al proprio destino. Sulla croce non c’è un uomo morto, ma un uomo che sta per risorgere. Da ciò nasce la nostra speranza: noi crediamo in te, uomo della croce, tu ci sostieni e ci indichi la strada. Amen.

Stazione I
Gesù è condannato a morte
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
I capi dei sacerdoti incitarono la folla, perché Pilato rimettesse in libertà, per loro, Barabba. Pilato disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Ma essi gridarono più 
forte: “Crocifiggilo!”. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso (Mc 15, 11-15).
Quando intesi che con tanto furore gridavano che fosse rilasciato Barabba e io fossi condannato a morte e crocifisso, mi parve che mi scoppiasse il cuore. Figliola mia, non lo può comprendere se non chi lo prova, che dolore sia ricevere ogni male da chi ha ricevuto ogni bene! Quanto è duro per chi è innocente sentirsi urlare da tutta la gente: “Muoia! Muoia!”, mentre a chi è prigioniero come lui - ma si sa che merita mille morti - viene gridato dal popolo: “Viva! Viva!” (I Dolori mentali, cap. VII).3
Mio Dio, come non si possono conoscere le cose innumerevoli che hai compiuto per queste tue ingrate creature in cielo, in terra, nell’acqua, nell’aria, così non riusciremo a comprendere la nostra ingratissima ingratitudine.
Confesso allora e credo che solo tu, Dio mio, puoi conoscere e sapere quanta e quale sia stata la nostra ingratitudine, che come freccia avvelenata ti ha trafitto il cuore tante volte quante sono le creature che furono, sono e saranno e ogni volta che ognuna di esse ha esercitato tale ingratitudine (I
Dolori mentali, cap. VIII).
Preghiamo
Onnipotente, altissimo, santissimo e sommo Dio, Padre santo e giusto, Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie, perchè come tu ci hai creati per mezzo del tuo Figlio, così per la croce, il sangue e la morte di Lui ci hai voluti liberare e redimere (FF 63-64).

Stazione II
Gesù è caricato della croce
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Poi, a tutti, Gesù diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso? (Lc 9, 23-25).
La scelta di soffrire, che io feci solo per carità e amore, piacque al Padre mio: così devi fare tu, se vuoi diventare simile a me per essere gradita al Padre mio. Io fui abbandonato da tutti: e tu quanto più sarai abbandonata, tanto più rallegratene e ringraziami. Io fui presentato a diversi capi con notevoli derisioni e tormenti proprio da quel popolo che prediligevo: e tu, se da diverse persone riceverai ingiurie, disprezzie riprensioni, rallegrati e ringraziami (I Ricordi di Gesù).
Signore mio, vita e dolcezza del mio cuore, io non potrò mai ringraziarti a sufficienza né per la grazia di operare il bene, né per l’occasione che mi doni di soffrire da sola: come potrò riparare tante mie colpe e iniquità commesse contro di Te? Fammi almeno questa grazia, o mio Gesù: che io scriva come 4

se avessi fatto ogni male, né operato mai alcun bene, perché veramente così sarebbe stato e così sarebbe senza di Te (I Ricordi di Gesù).
Preghiamo
Santissimo Padre nostro, creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro,
venga il tuo Regno, affinché Tu regni in noi per mezzo della grazia e Tu ci
faccia giungere al tuo Regno ove di Te è un amore perfetto e un godimento
senza fine (FF 266. 269).

Stazione III
Gesù cade la prima volta
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo... E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (1Cor 12, 12-14. 26).
Sai quanto fu grande il mio dolore? Quanto fu grande l’amore che portavo alla creatura... Sappi, figliola, che le pene che ho portato nel cuore furono innumerevoli ed infinite, perché innumerevoli ed infinite sono le anime, mie membra, che si separavano da me per il peccato mortale. Ciascuna anima infatti si separa e disgiunge tante volte da me, suo Capo, per quante volte pecca mortalmente. Questa fu una delle pene crudeli che io portai e sentii nel mio cuore: la lacerazione delle mie membra (I Dolori mentali, cap. I).
O Gesù, fammi grazia che questo poco tempo che mi resta da vivere lo spenda tutto secondo la tua santa volontà e dopo la mia morte mandami dove ne trarrai maggior onore, fosse anche all’inferno, ne sarò contentissima, perché voglio che la tua gloria sia la sola gloria mia (I Ricordi di Gesù).
Preghiamo
Santissimo Padre nostro, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a Te, e con tutta l’anima, sempre desiderando Te, e spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore (FF 270).

Stazione IV 
Gesù incontra Maria, sua Madre
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Simeone disse a Maria, madre di Gesù: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima - affinché siano svelati i pensieri di molti cuori... Maria custodiva tutte queste cose nel suo cuore (Lc 2, 34-35. 51).
Ascolta, figliola mia, devo ancora dirti cose amarissime e specialmente circa quell’acuto coltello che passò e trafisse la mia anima, cioè il dolore della mia pura ed innocente Madre, che per la mia passione e morte doveva essere tanto afflitta e accorata, che mai fu né sarà una persona più addolorata di lei... Sappi che tutto quello che soffrii e sopportai io, Dio umanato, soffrì e patì la mia povera e santissima Madre: salvo che io soffrii in grado più alto e perfetto, perché ero Dio e uomo, mentre lei era pura e semplice creatura, priva affatto di divinità (I Dolori mentali, cap. III).
O Madre di Dio, non ti voglio più appellare Madre di Dio quanto piuttosto Madre di dolore, Madre di pena, Madre di tutte le afflizioni che si possono contare e pensare. D’ora in poi ti chiamerò sempre Madre di dolore (I Dolori mentali, cap. III).
Preghiamo
Santa Maria vergine, non vi è alcuna simile a te, nata nel mondo, fra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Re, il Padre celeste, madre del santissimo
Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo; prega per noi con san Michele arcangelo e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi, presso il tuo santissimo Figlio diletto, nostro Signore e maestro (FF 281).

Stazione V 
Gesù è aiutato dal Cireneo
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Condussero fuori Gesù per crocifiggerlo. Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di 6Alessandro e di Rufo (Mc 15, 20-21).
L’altro dolore che mi trafisse il cuore fu per tutti gli eletti... Sentii e provai ogni loro pena e amarezza in vita e dopo la morte, cioè nella vita le sofferenze e i tormenti di tutti i martiri, le penitenze di tutti i penitenti, le tentazioni di tutti i tentati, le infermità di tutti i malati e poi persecuzioni, calunnie, esili...
Le mie membra, figliola mia, non furono migliaia né milioni, ma infinite...
Io provai anche e sentii, nella loro diversità e quantità, le pene che gli eletti avrebbero sofferto dopo la morte in purgatorio a causa dei loro peccati, perché non erano membra putride e staccate, come i dannati, ma erano membra vive che vivevano in me, Spirito di vita, prevenute con la mia grazia e benedizione (I Dolori Mentali, cap. II).
Oh, Dio mio, molte volte ti ho procurato grandi ed infinite pene, dannata o salva che io sia. O Signore, non ho mai saputo che il peccato ti offendesse tanto, credo allora che mai avrei peccato, neppur leggermente. Tuttavia, o Dio mio, non tener conto di ciò che dico, perché nonostante questo farei anche peggio, se la tua pietosa mano non mi sostenesse (I Dolori mentali, cap. II).
Preghiamo
Santissimo Padre nostro, donaci di amare il nostro prossimo come noi
stessi, trascinando tutti, con ogni nostro potere, al tuo amore, godendo dei
beni altrui come dei nostri, compatendoli nei mali e non recando offesa a
nessuno (FF 270).

Stazione VI 
Il volto di Gesù è asciugato dalla Veronica
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno dinanzi al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima (Is 53, 2-3).
Beata quella creatura che per nessuna tentazione tralascia il bene incominciato! Questo dico per esperienza, perché io l’ho provato. Dal leggere sempre la Passione ottenni tanta profonda partecipazione, che non volli più leggerla, ma meditarla; e non solo il venerdì, ma ogni giorno la volevo pensare per un certo spazio di tempo… Ed era tanto il dono delle devote lacrime che Dio mi dava, che molte volte desideravo poter recitare una corona senza piangere... Alla fine della mia lunga, devota, commossa preghiera, quando volevo smettere e allontanarmi da Dio, l’anima mia era rapita in una certa tranquillità e pace, che io stessa non so descrivere (Autobiografia, cap. IV).
O dolce Gesù mio, se sono tanto belle le opere delle tue mani, che sarà allora il tuo volto splendente? Mostrati a me, lasciati vedere, Signore mio benigno! Perché mi fai tanto spasimare? Tu solo sei la mia vita, la mia speranza, tutto l’amore del cuore e dell’anima mia. Perché mi celi, perché mi nascondi la tua santissima faccia? (Autobiografia, cap. X).
Preghiamo
Onnipotente e sommo Dio, che sei il bene, tutto il bene, ogni bene, che solo sei buono, fa’ che noi ti rendiamo ogni lode, ogni gloria, ogni grazia, ogni onore, ogni benedizione e tutti i beni (FF 265).

Stazione VII
Gesù cade la seconda volta
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada: il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti (Is 53, 4-6).
Ancora un altro sviscerato e intenso dolore mi affliggeva continuamente e mi feriva il cuore. Era come un coltello con tre punte acutissime e velenose che continuamente trapassava come una saetta e torturava il mio cuore amareggiato come la mirra: cioè la perfidia e ingratitudine del mio amato discepolo Giuda, iniquo traditore, la durezza e perversa ingratitudine del mio eletto e prediletto popolo giudaico, la cecità e maligna ingratitudine di tutte le creature che furono, sono e saranno (I Dolori mentali, cap. VI).
Signore mio benigno, come potrò ringraziarti per ciò che hai sofferto per me che ti ho trattato mille volte peggio di Giuda? A lui hai perdonato i peccati, a me pure per tua pietà e grazia hai perdonato tutti i peccati, come se non li avessi mai fatti... O Gesù mio, io ti ho venduto e tradito non una volta, come lui, ma mille e infinite volte. O mio Dio, sai bene che peggio di
Giuda io ti ho tradito col bacio quando, anche sotto parvenza di amicizia spirituale, ti ho abbandonato e mi sono accostata ai lacci della morte (I Dolori mentali, cap. VIII).
Preghiamo
Santissimo Padre nostro, rimetti a noi i nostri debiti, per la tua ineffabile misericordia, in virtù della passione del Figlio tuo e per l’intercessione e i meriti della beatissima vergine Maria e di tutti i santi (FF 266. 272).

Stazione VIII
Gesù incontra le donne di Gerusalemme
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli...Perché, se si tratta così il legno verde, cosa avverrà del legno secco?” (Lc 23, 27-28. 31).
Se mai tu non dovessi peccare più, se facessi tu sola più penitenza di quanta ne fecero tutti i santi insieme, se versassi tante lacrime da formare possibilmente un nuovo mare, se anche patissi tutte le pene che si possono patire, tutto ciò non sarebbe sufficiente a ringraziarmi del più piccolo dono che ti ho fatto (I Ricordi di Gesù).
Ti ringrazio, Redentore mio benignissimo, per tutte le vittorie che mi hai dato su tutti i miei nemici, i vizi capitali: tutte le volte che ho vinto, da te solo e per te è venuta la mia vittoria, mentre tutte le volte che ho perso e perdo, è stato ed è per la mia malizia e il poco amore che porto a te, mio desiderato
Dio. Tu, Signore, per grazia sei nato nell’anima mia e mi hai mostrato la via e donato la luce e il lume per giungere a Te, vero paradiso... Ma chi ti ha crocifisso? Io! Chi ti ha flagellato alla colonna? Io! Chi ti ha coronato di spine? Io! Chi ti ha abbeverato di aceto e fiele? Io! Ti dico queste cose perché alla tua luce ho visto la luce, cioè ho capito che molto più ti afflissero e procurarono dolori i peccati mortali che io ho commesso, di quanto allora non ti affliggessero e procurassero dolori le persone che ti inflissero tutti quegli strazi fisici (I Dolori mentali, cap. VIII).
Preghiamo
Santissimo Padre nostro, ciò che non sappiamo pienamente perdonare, fa’ che pienamente perdoniamo, sì che, per amor tuo, si possa veramente amare i nostri nemici e si possa per essi, presso te, devotamente intercedere, cercando di giovare a tutti in te (FF 272-273).

Stazione IX 
Gesù cade la terza volta
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 16-17).
Quanto sia più preziosa l’anima del corpo non lo puoi comprendere tu e nessun’altra persona vivente, perché solo io conosco la nobiltà e l’utilità dell’anima e la miseria del corpo, perché solo io ho creato sia l’una che l’altro. Di conseguenza, né tu né altri potete essere veramente capaci di comprendere le mie crudelissime e amare pene. E adesso parlo delle anime dannate... La pena crudele che mi straziava era vedere che le suddette infinite mie membra, cioè tutte le anime dannate, mai, mai e mai più si sarebbero
riunite a me, loro vero Capo... Considera quanto mi sia cara un’anima, se, per riunirne a me una sola, avrei voluto patire infinite volte tutte le pene e moltiplicarle (I Dolori mentali, cap I).10
O seminatore di ogni casto amore, ti dono questa povera anima tutta liquefatta, per tua grazia, dall’amore del suo prossimo, della cui salvezza tu avesti tanta sete sul legno della santa croce. Ora io conosco la tua bontà e comprendo che il più dolce affetto che possiamo darti è il desiderio della salvezza del prossimo. Degnati perciò di ricevere questa povera anima mia, la quale si strugge e si scioglie per lo zelo della salvezza del prossimo, come la cera posta nel fuoco (La Purità del Cuore, cap. XIII).
Preghiamo
Abbi pietà di noi, Signore, perchè confidiamo in te. Ci poniamo pieni di
speranza all’ombra delle tue ali. Sii esaltato, Signore, sopra i cieli e si stenda
la tua gloria su tutta la terra (FF 284).

Stazione X
Gesù è spogliato delle vesti
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23, 33-35).
Quando sei offesa, addolorati più per l’offesa fatta a Dio che per la tua pena. Di tutto cuore pregami per l’offensore, perché io lo perdoni e lo liberi dalla pena che merita, perché il tuo prossimo è un tuo membro. Riconosci che tu sei molto più obbligata a coloro che ti fanno del male che a chi ti fa del bene: quelli infatti purificano la tua anima, la fanno bella, graziosa, gradita al mio cospetto... Pensa che tutto è permesso da me per il tuo bene: allora, a chi ti fa soffrire, non imputare alcun peccato (I Ricordi di Gesù).
O Dio amabile, la cui dolcezza non intendono coloro che stanno sempre nel fango della loro negligenza, pensando di avere una vita spirituale, perché hanno abitudini spirituali! Ma non è così. Questo odio di sé è il fondamento della vera perfezione, da cui nell’anima dell’uomo giusto deriva la virtù della pazienza. Comprendo troppo bene, Signore mio, che da me stessa non posso 11avermi in odio, come tu avesti te stesso in quanto uomo: ma con la tua grazia attirami a questa mèta. O buon Gesù, non v’è dubbio che quanto più l’uomo ama te, tanto più ha in odio se stesso (La Purità del Cuore, cap. XIII).
Preghiamo
Il nostro grido sale a te, Signore. Possa la nostra preghiera entrare al tuo
cospetto, non toglierci il tuo aiuto, ma veglia su noi, Dio della nostra salvezza
(FF 285-287).

Stazione XI
Gesù è inchiodato alla croce
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
C’erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e lo servivano, quando era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme (Mc 15, 40-41).
Che dolore pensi tu che io abbia sostenuto per la pena e l’afflizione della mia diletta discepola e benedetta figliola Maria Maddalena?... Giustamente si dice che dopo la mia amatissima Madre non ci fu persona che più di lei si affliggesse per la mia passione e morte... perché in me erano tutta la sua speranza, tutto il suo amore, pace e consolazione, giacché mi amava senza ordine e misura. Per questo anche il suo dolore fu senza ordine e misura... e se io, somma potenza non l’avessi sostenuta, sarebbe morta… Io portai volentieri nel mio cuore il suo dolore e provai per lei ogni tenerezza... Così vuol essere ogni anima quando mi ama e desidera affettuosamente: non si dà pace né riposa se non in me solo, suo amato Dio (I Dolori mentali, cap. IV).
O buon Gesù, non c’è da meravigliarsi se mi venne il desiderio di entrare dentro il tuo Cuore, perché quando stavo ancora nel mondo, tu mi avevi mostrato che in esso era scritto il mio nome a lettere d’oro. Oh, quanto apparivano belle nel tuo Cuore vermiglio le lettere d’oro grandi e di stile antico: IO TI AMO CAMILLA. Mi mostravi tutto questo, o buon Gesù, perché io mi meravigliavo molto, che tu mi amassi tanto (Autobiografia, cap. XII).12
Preghiamo
Degno è l’Agnello che è stato ucciso, di ricevere la potenza e la divinità e la sapienza e la fortezza e l’onore e la gloria e la benedizione. Lodiamolo ed esaltiamolo in eterno. Amen (FF 264).

Stazione XII
Gesù muore in croce
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perchè il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò (Lc 23, 44-46).
Io stetti nudo sulla croce: voglio che tu pure stia nuda sulla croce dalla santa religione, spogliata di ogni amore umano. Io fui confitto con tre chiodi: voglio che tu pure sia inchiodata alla croce con i tre chiodi della povertà, obbedienza e castità... Ricordati la sincera offerta che facesti a Dio: lo volevi servire non per evitare l’inferno e meritare il paradiso, ma solo perché Lui è il Signore che merita di essere servito, amato, lodato da ogni creatura. E tu fa’ così: servilo con tutto l’ardore dell’anima tua fino alla morte (I Ricordi di Gesù).
O dolce Gesù, che dure parole volere che io prenda la croce! Tu, bontà ineffabile, mi vuoi dunque mettere in croce? Non sai quanto io sia debole nel patire? Povera me! Se tu, che sei candore d’eterna luce, vero Dio e vero uomo, il più bello tra i figli degli uomini, così delicato, sei stato posto in croce, io, che sono terra e cenere, resterò libera da questa croce? Tu che non hai commesso peccato sei stato crocifisso per me ed io ricuserò d’essere crocifissa per te? Dammi, o Signore, questa grandezza d’animo e gratitudine: che io desideri con tutto il cuore di patire per te, di essere crocifissa per te,poiché nessuna cosa è più gradita alla tua divinità quanto il giglio di tale desiderio (La Purità del Cuore, cap. V).
Preghiamo
Benedetto sia il Signore, Dio di Israele, che ha redento le anime dei suoi 13servi con il suo preziosissimo sangue; non verranno mai meno coloro che in Lui sperano. E lo sappiamo che viene, viene a giudicare la giustizia (FF 287).

Stazione XIII
Gesù è deposto dalla croce nelle braccia di sua Madre
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Venuta ormai la sera, poiché era la Parascéve cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato e chiese il corpo dì Gesù. Pilato concesse la salma a Giuseppe. Allora egli, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia (Mc 15, 42-46).
L’anima mia fu rapita nella contemplazione del mistero della deposizione di Gesù dalla croce nelle materne, desolate braccia della sua afflitta Madre. Ero resa presente e perciò sentivo il pianto dolce e dolente dell’addolorata Madre, sentivo l’innamorata discepola Maddalena gridare forte e accorata: “Maestro mio!”; sentivo il diletto discepolo Giovanni piangere amaramente, gemendo sommessamente: “Padre, fratello, maestro mio!”; e i lamenti delle pie donne,… Quando si facevano più forti i pianti della gloriosa Vergine, io non sentivo più niente di questo mondo; allora mi pareva che l’anima mia fosse quasi separata dal corpo, mentre i miei occhi gettavano qualche lacrima, quando sentivo quello che si diceva e faceva intorno a me (Autobiografia, cap. XII).
O sommo ed amabile mio bene, o vita perpetua, o pace che superi ogni sentimento, o inesplicabile dolcezza, o carità indicibile. O sposo, del quale sono indegna, o Padre non meritato da un’anima tanto misera, chi potrà darmi forza e potenza di morire per te? (La Purità del Cuore, cap. XI).
Preghiamo
Ti saluto, signora santa, regina santissima, Madre di Dio, Maria, che sempre sei vergine. Ti saluto, suo palazzo. Ti saluto, sua tenda. Ti saluto, sua casa. Ti saluto, sua veste. Ti saluto, sua ancella. Ti saluto, sua Madre (FF 259).

Stazione XIV
Gesù è deposto nel sepolcro
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Nel luogo dove era stato crocifisso Gesù, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù (Gv 19, 41-42).
Vidi l’amore sviscerato e immenso come il mare, senza limite e misura, che Dio porta alla creatura, che quando tornai in me, non mi potevo trattenere dal ripetere: “O pazzia! O pazzia!”. Nessun vocabolo mi pareva più vero e conveniente a tanto amore (Autobiografia, cap. XV).
O amore che non hai pari, o amore ebbro, quanto s’abbassa tanta maestà, come diventa insipiente tanta sapienza! O Padre eterno, chi sei tu e chi sono io? Non sei tu la fonte d’ogni perfezione, il sommo bene d’ogni creatura, ed io sono un niente? Non sei tu tutto amore e carità ed io tutta odio? Non sei tu un lume inestinguibile ed io un’oscurità? Non sei tu una somma pace benefica, più alta d’ogni dolcezza ed io guerra, inquietudine e disturbo?...
Perché hai tanto amato me? Che cosa hai trovato in me, da dedicare così teneramente quel tuo cuore benigno all’amore mio?... Chi sono io, se non una pecorella smarrita fra le spine dei peccati? E cos’è l’amore che ti porto, dolce Signore mio, se non un odio fastidioso? Che cosa sono le mie lodi, se non bestemmie? Che sono queste mie opere, che al cospetto degli uomini sembrano virtù, se non un panno imbrattato? O Dio, al cui cospetto non sono pure le stelle del mattino, che trovasti difetti anche negli angeli, al cospetto del quale nessun uomo vivente sarà giustificalo per propria virtù: scacciami, Signore, da te, perché è cosa troppo indegna che io stia con te! (La Purità del Cuore, cap. XII).
Preghiamo
Gridiamo a te, Signore, la nostra esultanza. Ti offriamo la gloria e l’onore insieme ai nostri corpi. Donaci di seguire fino alla fine i tuoi santi comandamenti, portando ogni giorno la tua santa croce (FF 288).

Stazione XV 
Gesù è risorto dalla morte
Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.
Se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi... Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8, 10-11. 18). 
Rimase nell’anima mia un fuoco tanto grande, che ardisco dire con somma verità che l’anima mia fu così realmente infiammata ed arsa da questo fuoco immateriale, come nel fuoco materiale avvampa e brucia ogni cosa. Tale fuoco era un desiderio di uscire dal carcere di questo corpo per essere con
Cristo. E questo desiderio era talmente senz’ordine e misura, che ti dirò una cosa che forse non mi crederai, ma Dio sa se dico il vero: era tanto cocente e infiammato, che restare nel corpo mi pareva provare pene d’inferno. Anzi mi parevano refrigerio le pene dell’inferno rispetto alla pena che io sentivo.
Mai più vorrei provarla, eccetto quando dovessi morire; perché morendo con quella bramosia, la morte non sarebbe più morte, ma un andare a nozze al suono dell’organo (Autobiografia, cap. XVI).
Signore mio, non merito che tu sia con me, né che tu mi doni questa dolcezza. Donala, Signore ai tuoi santi angeli. Essendo io così meschina, in questa miseria non devo avere per me il Re della gloria. Signore mio, basta che io ti abbia in cielo; non ti voglio, Signore, in questa valle di lacrime, in questa
infermità e miseria grande, ma nella gloria dei santi (La Purità del Cuore, cap. XII).
Preghiamo
Ti benediciamo, Signore Iddio vivo e vero, e ti rendiamo la lode, la gloria, l’onore e ogni bene per sempre. Amen. Amen. Fiat. Fiat (FF 282).
Preghiera finale
O Dio, Padre onnipotente, che ci hai dato il tuo unico Figlio come prezzo della nostra salvezza, fa’ che vivendo in comunione con le sue sofferenze, partecipiamo un giorno alla gloria della sua Risurrezione. Egli è Dio e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

I dolori mentali di Gesù nella Sua Passione

Quello che qui segue sono quei dolori interiori di Cristo benedetto, che come ho detto mi ha comandato di scrivere.
Ma notate: quando io tornai a Camerino [nel 1484], qualche volta dicevo qualcosa di questi dolori interiori con le mie suore, per loro e mia consolazione. E, perché esse non pensassero che fossero farina del mio sacco, dicevo che una suora di quelle del monastero di Urbino aveva confidato a me queste cose.
Suor Pacifica mi pregò molte volte di scrivere queste cose. Io rispondevo che non le avrei mai scritte finché non fosse morta quella suora.
Quando mi fu comandato [da Gesù] di scriver­le, era già più di due anni che lei non mi aveva più parlato né accennato all'argomento. Però dovendo io scriverli, li indirizzai a lei perché allora era mia reverenda Abbadessa e io sua indegna vicaria, e finsi – come avevo detto – che una suora di quelle di Urbino mi avesse confidato tali cose devote, perciò qualche volta scrivo: “Quella anima santa, quella anima beata mi disse così”, e questo per dare fede all'oste, affinché i lettori non pensassero che fossi io [l'autrice].

Gesù figlio di Maria
Queste sono alcune devotissime cose riguardanti i dolori interiori di Gesù Cristo benedetto, che Egli per sua pietà e grazia si degnò comunicare ad una devota religiosa del nostro Ordine di santa Chiara, la quale, volendolo Dio, li confidò a me. Ora io le riferisco qui di seguito per utilità delle anime innamorate della passione di Cristo.

Primo dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per tutti i dannati
Dopo una breve introduzione, viene presentato il primo dolore del Cuore di Cristo causato da coloro che prima di morire non si pentirono dei propri peccati. In queste pagine si trova eco della dottrina del “corpo mistico” di san Paolo sulla Chiesa che, come il corpo fisico, è formata da tante membra, i cristiani, e dal Capo che è Gesù stesso. Da qui la sofferenza che questo corpo mistico e in particolare il Capo prova se gli ven­gono strappate le membra. Ci deve far riflettere quanto Camilla Battista afferma circa la pena del Cuore di Cristo per ogni amputazione causata dal peccato mortale, impegnandoci ad evitarlo.
Vi fu un'anima molto desiderosa di cibarsi e saziarsi dei cibi, amarissimi come il veleno, della passione dell'amoroso e dolcissimo Gesù, la quale, dopo molti anni e per meravigliosa sua grazia, fu introdotta nei dolori mentali del mare amarissimo del suo Cuore appassionato.
Lei mi disse che per molto tempo aveva pregato Dio che la facesse annegare nel mare dei suoi dolori interiori e che il dolcissimo Gesù si degnò per sua pietà e grazia introdurla in quel mare amplissimo non una sola volta, ma molte volte e in modo così straordinario tanto che era costretta a dire: “Basta, Signore mio, perché non posso sostenere tanta pena!”.
E questo – credo – perché so che Egli è generoso e benigno verso chi domanda queste cose con umiltà e perseveranza.
Quell'anima benedetta mi disse che, quando si trovava in preghiera, diceva a Dio con grande fervore: “O Signore, io ti prego di introdurmi in quel sacratissimo talamo dei tuoi dolori mentali. Annegami in quel mare amarissimo perché lì io desidero morire se piace a Te, dolce vita e amore mio.
Dimmi, o Gesù mia speranza: quanto fu grande il dolore di questo tuo angustiato cuore?”.
E Gesù benedetto le diceva: “Sai quanto fu grande il mio dolore? Quanto fu grande l'amore che portavo alla creatura”.
Quell'anima benedetta mi disse che già altre volte Dio l'aveva resa capace, per quanto a Lui era piaciuto, di accogliere l'amore che Egli portava alla creatura.
E sopra l'argomento dell'amore che Cristo portava alla creatura mi disse cose devote e tanto belle che, se le volessi scrivere, sarebbe una cosa lunga. Ma poiché ora intendo narrare solo i dolori menta­li di Cristo benedetto che quella suora mi comu­nicò, tacerò il resto.
Torniamo dunque all'argomento.
Riferiva che quando Dio le diceva: “Tanto gran­de fu il dolore quanto grande era l'amore che por­tavo alla creatura”, le sembrava di venir meno a causa dell'infinita grandezza dell'amore che le veniva partecipato. Solo all'udire quella parola, bisognava che appoggiasse la testa da qualche parte per il grande affanno che le attanagliava il cuore e per la debolezza che percepiva in tutte le sue membra. E dopo che era stata alquanto così, riprendeva un po' di forze e diceva: “O Dio mio, avendomi detto quanto fu grande il dolore, dimmi quante furono le pene che hai por­tato nel tuo cuore”.
Ed Egli le rispondeva dolcemente:
“Sappi, figliola, che furono innumerevoli ed infi­nite, perché innumerevoli ed infinite sono le anime, mie membra, che si separavano da me per il peccato mortale. Ciascuna anima infatti si separa e disgiunge tante volte da me, suo Capo, per quante volte pecca mortalmente.
Questa fu una delle pene crudeli che io portai e sentii nel mio cuore: la lacerazione delle mie membra.
Pensa quanta sofferenza sente chi è martirizzato con la corda con cui vengono strappate le membra del suo corpo. Ora immagina che martirio fu il mio per tante membra da me separate quante saranno le anime dannate e ogni membro per tante volte quante peccava mortalmente. La disgiunzione di un membro spirituale rispetto a quella fisica è molto più dolorosa perché è più preziosa l'anima rispetto al corpo.
Quanto sia più preziosa l'anima del corpo non lo puoi comprendere tu e nessuna altra persona vivente, perché solo io conosco la nobiltà e l'utilità dell'anima e la miseria del corpo, perché solo io ho creato sia l'una che l'altro. Di conseguenza né tu né altri potete essere veramente capaci di comprendere le mie crudelissime e amare pene.
E adesso parlo solo di questo, cioè delle anime dannate.
Dato che nel modo di peccare si ha un caso più grave rispetto ad altro, così nel dismembramento da me provavo maggiore o minore pena da uno rispetto a un altro. Da ciò deriva la qualità e la quantità di pena.
Poiché vedevo che la loro perversa volontà sarebbe stata eterna, così la pena loro destinata è eterna; nell'inferno uno ha maggiore o minore pena rispetto all'altro per quanto più numerosi e maggiori peccati ha commesso l'uno rispetto all'altro.
Ma la pena crudele che mi straziava era vedere che le suddette infinite mie membra, cioè tutte le anime dannate, mai, mai e mai più si sarebbero riunite a me, loro vero Capo. Al di sopra di tutte le altre pene che hanno e che potranno avere eterna­mente quelle povere anime sventurate, è proprio questo “mai, mai” che in eterno le tormenta e tor­menterà.
Mi straziò tanto questa pena del “mai, mai”, che io avrei immediatamente scelto di patire non una volta sola ma infinite volte tutte le disgiunzio­ni che furono, sono e saranno, purché avessi potu­to vedere non tanto tutte, ma almeno un'anima sola riunirsi ai membri vivi o eletti che vivranno in eterno dello spirito di vita che procede da me, vera vita, che do vita ad ogni essere vivente.
Considera ora quanto mi sia cara un'anima se per riunirne a me una sola avrei voluto patire infi­nite volte tutte le pene e moltiplicate. Ma sappi anche che la pena di questo “mai, mai” tanto affligge e accora per mia divina giustizia quelle anime, che anche loro ugualmente preferirebbero mille e infinite pene pur di sperare qualche istante di riunirsi qualche volta a me, loro vero Capo.
Come fu diversa la qualità e la quantità della pena che dettero a me nel separarsi da me, così per mia giustizia la pena è corrispondente al tipo e alla quantità di ogni peccato. E dato che sopra ogni altra cosa mi afflisse quel “mai, mai”, così la mia giustizia esige che questo “mai, mai” addolori ed affligga loro più di ogni altra pena che hanno ed avranno in eterno.
Pensa dunque e rifletti quanta sofferenza per tutte le anime dannate io provai dentro di me e sentii nel mio cuore fino alla morte”.
Quell'anima benedetta mi diceva che a questo punto sorgeva nella sua anima un santo desiderio, che credeva fosse per divina ispirazione, di presentargli il seguente dubbio. Allora con gran timore e riverenza per non sembrare volesse indagare sulla Trinità e tuttavia con somma semplicità, purezza e confidenza diceva: “O dolce e addolorato Gesù mio, molte volte ho inteso dire che Tu hai portato e provato in Te, o appassionato Dio, le pene di tutti i dannati. Se ti piacesse, Signore mio, vorrei sapere se è vero che Tu hai sentito quella varietà di pene dell'inferno, quali freddo, caldo, fuoco, percosse e il dilaniare le tue membra da parte degli spiriti infernali. Dimmi, o mio Signore, sentisti tu questo, o mio Gesù?
Solo per riferire quanto sto scrivendo, mi pare che mi si liquefaccia il cuore ripensando alla tua benignità nel parlare tanto dolcemente e a lungo con chi veramente ti cerca e desidera”.
Allora Gesù benedetto rispondeva graziosa­mente e a lei pareva che tale domanda non gli fosse dispiaciuta, ma l'avesse gradita: “Io, figliola mia, non sentii questa diversità delle pene dei dannati nel modo che tu dici, perché erano membra morte e staccate da me, loro corpo e Capo.
Ti faccio questo esempio: se tu avessi una mano oppure un piede o qualsiasi altro membro, mentre viene tagliato o separato da te tu sentiresti grande e indicibile dolore e sofferenza; ma dopo che quel­la mano è stata tagliata, anche se fosse buttata nel fuoco, la straziassero o la dessero in pasto ai cani o ai lupi, tu non sentiresti né sofferenza né dolore, perché è ormai un membro putrido, morto e com­pletamente separato dal corpo. Ma sapendo che fu un tuo membro, soffriresti molto nel vederlo getta­to sul fuoco, straziato da qualcuno oppure divora­to da lupi e cani.
Proprio così avvenne per me riguardo alle innu­merevoli mie membra o anime dannate. Finché durò lo smembramento e quindi ci fu speranza di vita io sentii impensabili ed infinite pene e anche tutti gli affanni che esse patirono durante questa vita, perché fino alla loro morte vi era speranza di potersi riunire a me, se lo avessero voluto.
Ma dopo la morte non provai più alcuna pena perché erano ormai membra morte, putride, staccate da me, tagliate e del tutto escluse dal vivere in eterno in me, vera vita.
Considerando però che erano state mie vere e proprie membra, mi causava una pena impensabile e incomprensibile il vederli nel fuoco eterno, in bocca agli spiriti infernali e in preda ad altre innumerevoli sofferenze.
Questo dunque è il dolore interiore che provai per i dannati”.

Secondo dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per tutti i membri eletti
Sin dall'inizio di questo capitolo è Gesù che parla, dicendo che la sofferenza per lo strappo di un membro dal corpo fu provata dal suo cuore anche quando peccava un credente che poi si sarebbe pentito, salvandosi. Tale sofferenza è paragonabile ad un membro malato che provoca dolore a tutta la parte sana del corpo.
Vi troviamo anche pensieri riguardanti le pene sofferte da chi si trova nel purgatorio.
Alcune espressioni, attribuite alla suora che aveva raccontato le confidenze divine, confermano la gravità del peccato, anche veniale.
“L'altro dolore che mi trafisse il cuore fu per tutti gli eletti.
Sappi infatti che tutto ciò che mi afflisse e tormentò per i membri dannati, allo stesso modo mi afflisse e tormentò per la separazione e disgiunzione da me di tutti i membri eletti che avrebbero peccato mortalmente.
Quanto erano grandi l'amore che eternamente avevo per loro e la vita alla quale essi si univano operando il bene e da cui si separavano peccando mortalmente, altrettanto era grande il dolore che sentii per loro, vere mie membra.
Il dolore che provai per i dannati differiva da quello che sentii per gli eletti solo in questo: per i dannati, essendo membra morte, non provai più la loro pena dato che erano separati da me con la morte; per gli eletti invece sentii e provai ogni loro pena e amarezza in vita e dopo la morte, cioè nella vita le sofferenze e i tormenti di tutti i martiri, le penitenze di tutti i penitenti, le tentazioni di tutti i tentati, le infermità di tutti i malati e poi persecuzioni, calunnie, esili. In breve, provai e sentii così chiaramente e vivamente ogni sofferenza piccola o grande di tutti gli eletti ancora in vita, come tu vivamente proveresti e sentiresti se ti percuotessero l'occhio, la mano, il piede o qualche altro membro del tuo corpo.
Pensa allora quanti furono i martiri e quante specie di torture sostenne ciascuno di essi e poi quante furono le sofferenze di tutti gli altri mem­bri eletti e la varietà di quelle pene.
Considera questo: se tu avessi mille occhi, mille mani, mille piedi e mille altre membra e in ognu­no di essi provassi mille diverse pene che contem­poraneamente provocano un unico lancinante dolore, non ti sembrerebbe raffinato supplizio?
Ma le mie membra, figliola mia, non furono migliaia né milioni, ma infinite. E nemmeno la varietà di quelle pene furono migliaia, ma innume­revoli, perché tali furono le pene dei santi, martiri, vergini e confessori e di tutti gli altri eletti.
In conclusione, come non ti è possibile com­prendere quali e quante siano le forme di beatitu­dine, di gloria e di premi preparati in paradiso per i giusti o eletti, così non puoi comprendere o sape­re quante siano state le pene interiori che io sop­portai per i membri eletti. Per divina giustizia biso­gna che a queste sofferenze corrispondano le gioie, le glorie e i premi; ma io provai e sentii nella loro diversità e quantità le pene che gli eletti, avrebbero sofferto dopo la morte in purgatorio a causa dei loro peccati, chi più e chi meno secondo quanto avevano meritato. Questo perché non erano membra putride e staccate come i dannati, ma erano membra vive che vivevano in me Spirito di vita, prevenute con la mia grazia e benedizione.
Allora, tutte quelle pene che tu mi chiedevi se le avessi sentite per i membri dannati, non le sentii o provai per la ragione che ti ho detto; ma riguardo agli eletti sì, perché sentii e provai tutte le pene del purgatorio che loro avrebbero dovuto sostenere.
Ti faccio questo esempio: se la tua mano per qualche motivo si slogasse o rompesse e, dopo che un esperto l'abbia rimessa a posto, qualcuno la mettesse sul fuoco o la picchiasse oppure la portasse in bocca al cane, proveresti un dolore fortissimo perché è membro vivo che deve ritornare perfettamente unito al corpo; così io ho provato e sentito dentro di me tutte le pene del purgatorio che i miei membri eletti dovevano patire perché erano membra vive che attraverso quelle sofferenze dovevano riunirsi perfettamente a me, loro vero Capo.
Tra le pene dell'inferno e quelle del purgatorio non c'è alcuna diversità o differenza, salvo che quelle dell'inferno mai, mai, mai avranno fine, mentre quelle del purgatorio sì; e le anime che si trovano qui, volentieri e con gioia si purificano e, benché nel dolore, soffrono in pace rendendo grazie a me, somma giustizia.
Questo è ciò che riguarda il dolore interiore che ho sofferto per gli eletti”.
Volesse dunque Iddio che io mi potessi ricorda­re delle devote parole che lei a questo punto con un pianto dirotto riferiva, dicendo che, essendo stata resa capace di comprendere – per quanto era pia­ciuto al Signore – la gravità del peccato, conosce­va ora quanta pena e martirio aveva dato al suo amatissimo Gesù separandosi da Lui, sommo Bene, per unirsi a cose tanto vili di questo mondo che offrono occasioni di peccare.
Mi ricordo anche che lei, parlando tra molte lacrime, esclamava:
“Oh, Dio mio, molte volte ti ho procurato grandi ed infinite pene, o dannata o salva che io sia. O Signore, non ho mai saputo che il peccato ti offen­desse tanto, credo allora che mai avrei peccato neppure leggermente. Tuttavia, Dio mio, non tener conto di ciò che dico, perché nonostante questo farei anche peggio se la tua pietosa mano non mi sostenesse.
Però tu, dolce e benigno mio amante, non mi sembri più un Dio ma piuttosto un inferno perché queste tue pene che mi fai conoscere sono tante. E veramente mi sembri più che infernale”.
Così molte volte, per santa semplicità e compassione, lo chiamava inferno.

Terzo dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per la gloriosa Vergine Maria
L’ amoroso e benedetto Gesù continuava: “Ascolta, ascolta, figliola mia; non dire subito così, perché devo ancora dirti cose amarissime e specialmente circa quell'acuto coltello che passò e trafisse la mia anima, cioè il dolore della mia pura e innocente Madre, che per la mia passione e morte doveva essere tanto afflitta e accorata che mai fu né sarà una persona più addolorata di lei.
Perciò in paradiso l'abbiamo giustamente glori­ficata ed innalzata e premiata sopra tutte le schie­re angeliche ed umane.
Noi facciamo sempre così: quanto più la crea­tura in questo mondo è per amor mio afflitta, abbassata ed annientata in se stessa, tanto più nel regno dei beati per giustizia divina è innalzata, glorificata e premiata.
E dato che in questo mondo non ci fu una madre o alcuna persona più angustiata della mia dolcissima e accorata madre, così lassù non c'è, né vi sarà mai persona simile a lei.
E come in terra lei fu simile a me per pene e afflizioni, così in cielo è simile a me per potenza e gloria, però senza la mia divinità di cui siamo partecipi solo noi tre divine persone, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ma sappi che tutto quello che soffrii e sopportai io, Dio umanato, soffrì e patì la mia poveri e santissima Madre: salvo che io soffrii in grado pio alto e perfetto perché ero Dio e uomo, mentre lei era pura e semplice creatura priva affatto di divinità.
Mi afflisse talmente il suo dolore che, se fosse piaciuto al mio eterno Padre, sarebbe stato per me un sollievo se i suoi dolori fossero ricaduti sopra la mia anima e lei fosse rimasta libera da ogni sofferenza; è vero che le mie sofferenze e ferite sarebbero state come raddoppiate con una freccia acuminata e velenosa, ma ciò sarebbe stato per me grandissimo sollievo e lei sarebbe rimasta senza alcuna pena. Ma perché il mio indescrivibile martirio doveva essere senza alcuna consolazione, non mi fu concessa tale grazia benché più volte l'avessi domandata per tenerezza filiale e con molte lacrime”.Allora, racconta la suora, le sembrava che le venisse meno il cuore per il dolore della gloriosa Vergine Maria. Dice che provava una certa tensione interiore da non poter proferire altra parola che questa:
“O Madre di Dio, non ti voglio più appellare Madre di Dio quanto piuttosto Madre di dolore, Madre di pena, Madre di tutte le afflizioni che si possano contare e pensare. Ebbene, d'ora in poi ti chiamerò sempre Madre di dolore.
Egli mi pare un inferno e tu mi sembri altrettanto. Allora come ti posso appellare se non Madre di dolore? Anche tu sei proprio un secondo infer­no”.
E aggiungeva:
“Basta, Signore mio, non mi parlare più dei dolori della tua benedetta Madre, perché sento di non poterli più sopportare. Mi basta questo finché sarò in vita, anche se potessi vivere mille anni”.



Quarto dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per la Sua innamorata discepola Maria Maddalena
Allora Gesù, tacendo su tale argomento perché vedeva che lei non poteva più sopportarlo, inco­minciò a dirle:
“E che dolore pensi tu che io abbia sostenuto per la pena e l'afflizione della mia diletta discepola e benedetta figliola Maria Maddalena?
Mai potreste comprenderlo né tu né altra perso­na, perché da lei e da me hanno avuto fondamento e origine tutti i santi amori spirituali che mai furo­no e saranno. Infatti la mia perfezione, di me che sono il Maestro che ama, e l'affetto e la bontà di lei, discepola amata, non possono essere compresi se non da me. Qualche cosa ne potrebbe compren­dere chi ha fatto esperienza dell'amore santo e spi­rituale, amando e sentendosi amato; mai però in quella misura, perché non esiste un tale Maestro e neppure una tale discepola, poiché di Maddalena non ne fu ne sarà mai altra che ella sola.
Giustamente si dice che dopo la mia amatissi­ma Madre non ci fu persona che più di lei si afflig­gesse per la mia passione e morte. Se un altro si fosse afflitto più di lei, dopo la mia risurrezione io sarei apparso a lui prima che a lei; ma poiché dopo la mia benedetta Madre fu lei più afflitta e non altri, così dopo la mia dolcissima Madre fu lei la prima ad essere consolata.
Io resi capace il mio amatissimo discepolo Giovanni, nel gioioso abbandono sul mio sacratis­simo petto durante la desiderata e intima cena, di vedere chiaramente la mia risurrezione e l'immenso frutto che sarebbe scaturito agli uomini dalla mia passione e morte. Sicché, per quanto il mio amato fratello Giovanni abbia provato dolore e sofferenza per la mia passione e morte più di tutti gli altri discepoli pur sapendo quanto dicevo, non pensare che abbia superato l'innamorata Maddalena. Lei non aveva la capacità di comprendere cose alte e profonde come Giovanni, il quale non avrebbe mai impedito – se gli fosse stato possibile – la mia passione e morte per l'immenso bene che ne sarebbe provenuto.
Ma non era così per l'amata discepola Maddalena. Infatti quando mi vide spirare, parve a lei che le venissero a mancare il cielo e la terra, perché in me erano tutta la sua speranza, tutto il suo amore, pace e consolazione, giacché mi amava senza ordine e misura.
Per questo anche il suo dolore fu senza ordine e misura. E potendolo conoscere solo io, lo portai volentieri nel mio cuore e provai per lei ogni tenerezza che per santo e spirituale amore si può provare e sentire, perché mi amava svisceratamente.
E osserva, se vuoi saperlo, che gli altri discepoli dopo la mia morte ritornarono alle reti che avevano abbandonato, perché non erano ancora del tutto staccati dalle cose materiali come invece questa santa peccatrice. Lei invece non ritornò alla vita mondana e scorretta; anzi, tutta infuocata e bruciante di santo desiderio, non potendo più spe­rare di vedermi vivo, mi cercava morto, convinta che nessun'altra cosa poteva ormai piacerle o sod­disfarla se non io suo caro Maestro, vivo o morto che fossi.
Che ciò sia vero lo prova il fatto che lei, per tro­vare me morto, ritenne secondaria e pertanto lasciò la viva presenza e compagnia della mia dol­cissima Madre, che è la più desiderabile, amabile e piacevole che dopo di me si può avere.
E anche la visione e i dolci colloqui con gli angeli le sembrarono niente.
Così vuoi essere ogni anima quando mi ama e desidera affettuosamente: non si dà pace né riposa se non in me solo, suo amato Dio.
Insomma, fu tanto il dolore di questa mia bene­detta cara discepola che, se io somma potenza non l'avessi sostenuta, sarebbe morta.
Questo suo dolore si ripercuoteva nel mio appassionato cuore, perciò fui molto afflitto ed angustiato per lei. Ma non permisi che lei venisse meno nel suo dolore, dato che di lei volevo fare ciò che poi feci, cioè apostola degli apostoli per annunziare loro la verità della mia trionfale risurrezione, come essi poi fecero a tutto il mondo.
La volevo fare e la feci specchio, esempio, modello di tutta la beatissima vita contemplativa nella solitudine di trentatré anni rimanendo ignota al mondo, durante i quali lei poté gustare e provare gli ultimi effetti dell'amore per quanto è possibile gustare, provare, sentire in questa vita terrena.
Questo è tutto quello che riguarda il dolore che provai per la mia diletta discepola”.

Quinto dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per i Suoi amati e cari discepoli
“L'altro dolore che accoltellava l'anima mia era la continua memoria del santo collegio degli Apostoli, colonne del cielo e fondamento della mia Chiesa in terra, che io vedevo come sarebbe stato disperso quali pecorelle senza pastore e conoscevo tutte le pene e martirii che avrebbero dovuto patire per me.
Sappi dunque che mai un padre ha amato con tanto cuore i figli né un fratello i fratelli né un maestro i discepoli come io amavo gli Apostoli benedetti, dilettissimi miei figlioli, fratelli e discepoli.
Benché io abbia sempre amato tutte le creature con amore infinito, tuttavia ci fu un particolare amore per quelli che effettivamente vissero con me.
Di conseguenza provai un particolare dolore per loro nella mia afflitta anima. Per essi infatti, più che per me, pronunciai quell'amara parola: 'La mia anima è triste fino alla morte', data la grande tenerezza che provavo nel lasciarli senza di me, loro padre e fedele maestro. Ciò mi procurava tanta angustia che questa separazione fisica da loro mi sembrava una seconda morte.
Se si riflettesse attentamente sulle parole dell'ultimo discorso che rivolsi loro, non ci sarebbe un cuore tanto indurito da non commuoversi di fronte a tutte quelle affettuose parole che mi sgorgarono dal cuore, che sembrava scoppiarmi in petto per l'amore che portavo loro.
Aggiungi che vedevo chi sarebbe stato crocifis­so a causa del mio nome, chi decapitato, chi scor­ticato vivo e che comunque tutti avrebbero chiuso l'esistenza per amore mio con vari martirii.
Per poter comprendere quanto questa pena mi fosse pesante, fai questa ipotesi: se tu avessi una persona che ami santamente e alla quale per causa tua e proprio perché l'ami vengano indirizzate parole ingiuriose oppure fatto qualche cosa che le dispiace, oh, come ti farebbe veramente male che proprio tu sia la causa di tale sofferenza per lei che tu ami tanto! Vorresti invece e cercheresti che lei per causa tua potesse avere sempre pace e gioia.
Ora proprio io, figliola mia, diventavo per loro causa non di parole ingiuriose, ma della morte, e non per uno solo ma per tutti. E di questo dolore che provai per loro non ti posso dare altro esem­pio: ti basti quanto ho detto, se vuoi provare com­passione per me”.

Sesto dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per l'ingratitudine del Suo amato discepolo Giuda
“Ancora un altro sviscerato e intenso dolore mi affliggeva continuamente e mi feriva il cuore. Era come un coltello con tre punte acutissime e vele­nose che continuamente trapassava come una saet­ta e torturava il mio cuore amareggiato come la mirra: cioè la perfidia e ingratitudine del mio amato discepolo Giuda iniquo traditore, la durezza e perversa ingratitudine del mio eletto e prediletto popolo giudaico, la cecità e maligna ingratitudine di tutte le creature che furono, sono e saranno.
Considera prima di tutto quanto fu grande l'in­gratitudine di Giuda.
Io lo avevo eletto nel numero degli apostoli e, dopo avergli perdonato tutti i peccati, lo resi ope­ratore di miracoli e amministratore di quanto mi veniva donato e gli mostrai sempre continui segni di particolare amore perché tornasse indietro dall’iniquo suo proposito. Ma quanto più amore gli mostravo, tanto più progettava cattiverie contro di me.
Con quanta amarezza credi tu che io ruminassi nel mio cuore queste cose e tante altre?
Ma quando venni a quel gesto affettuoso e umile di lavargli i piedi insieme a tutti gli altri, allora il mio cuore si liquefece in un pianto svisce­rato. Uscivano veramente fontane di lacrime dai miei occhi sopra i suoi disonesti piedi, mentre nel mio cuore esclamavo:
‘O Giuda, che ti ho fatto perché tu così crudelmente mi tradisca? O sventurato discepolo, non è questo l'ultimo segno d'amore che ti voglio mostrare? O figliolo di perdizione, per quale motivo ti allontani così dal tuo padre e maestro? O Giuda, se desideri trenta denari, perché non vai dalla Madre tua e mia, pronta a vendere se stessa per scampare te e me da un pericolo così grande e mortale?
O discepolo ingrato, io ti bacio con tanto amore i piedi e tu con grande tradimento mi bacerai la bocca? Oh, che pessimo contraccambio mi darai! Io piango la tua perdizione, o caro e diletto figliolo, e non la mia passione e morte, perché non sono venuto per altro motivo'.
Queste ed altre parole simili gli dicevo con il cuore, rigandogli i piedi con le mie abbondantissime lacrime.
Però lui non se ne accorgeva perché io stavo inginocchiato davanti a lui con la testa inclinata come avviene nel gesto di lavare i piedi altrui, ma anche perché i miei folti lunghi capelli, stando così piegato, mi coprivano il volto bagnato di lacrime.
Ma il mio diletto discepolo Giovanni, poiché gli avevo rivelato in quella dolorosa cena ogni cosa della mia passione, vedeva e annotava ogni mio gesto; si accorse allora dell'amaro pianto che avevo fatto sopra i piedi di Giuda. Egli sapeva e capiva che ogni mia lacrima aveva origine dal tenero amore, come quello di un padre in prossi­mità della morte che sta servendo il proprio unico figlio e gli dice in cuor suo: 'Figliolo, stai tran­quillo, questo è l'ultimo affettuoso servizio che ti potrò fare'. E io feci proprio così a Giuda quando gli lavai e baciai i piedi accostandomeli e stringen­doli con tanta tenerezza alla mia sacratissima fac­cia.
Tutti questi miei gesti e modi non consueti stava notando il benedetto Giovanni evangelista, vera aquila dagli alti voli, che per grande meraviglia e stupore era più morto che vivo. Essendo egli anima umilissima, si sedette all'ultimo posto di modo che lui fu l'ultimo davanti al quale mi ingi­nocchiai per lavare i piedi. Fu a questo punto che non si poté più contenere ed essendo io a terra e lui seduto, mi buttò le braccia al collo e mi strinse a lungo come fa una persona angustiata, versando abbondantissime lacrime. Egli mi parlava col cuore, senza voce, e diceva:
‘O caro Maestro, fratello, padre, Dio e Signore mio, quale forza d'animo ti ha sorretto nel lavare e baciare con la tua sacratissima bocca quei male­detti piedi di quel cane traditore? O Gesù, mio caro Maestro, ci lasci un grande esempio. Ma noi poverelli che faremo senza di te che sei ogni nostro bene? Che farà la sventurata tua povera madre quando le racconterò questo tuo gesto di umiltà? E
ora, per farmi spezzare il cuore, vuoi lavare i miei piedi maleodoranti e sporchi di fango e polvere e baciarli con la tua bocca dolcissima come il miele?
O Dio mio, questi nuovi segni d'amore sono per me innegabile fonte di maggior dolore'.
Dette queste ed altre simili parole che avrebbero fatto intenerire un cuore di sasso, si lasciò lavare porgendo i piedi con molta vergogna e riverenza.
Ti ho detto tutto questo per darti qualche notizia del dolore che provai nel mio cuore per l'ingratitudine e per l'empietà di Giuda traditore, che per quanto da parte mia gli avevo dato amore e segni di affetto, tanto mi rattristò con la sua pessima ingratitudine”.


Settimo dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per l'ingratitudine del Suo prediletto popolo giudaico
“Pensa un poco (figliola mia) quanto grande fu il colpo come di freccia con cui mi trafisse e mi accorò il popolo giudaico, ingrato ed ostinato.
Io l'avevo reso popolo santo e sacerdotale e l'a­vevo eletto a mia parte di eredità, al di sopra di tutti gli altri popoli della terra.
L'avevo liberato dalla schiavitù d'Egitto, dalle mani del Faraone, lo avevo condotto a piedi asciut­ti attraverso il Mare Rosso, per lui ero stato colon­na ombrosa di giorno e luce nella notte.
Lo nutrii di manna per quaranta anni, gli detti con la mia propria bocca la Legge sul monte Sinai, gli concessi tante vittorie contro i suoi nemici.
Assunsi natura umana da lui e per tutto il tempo della mia vita dialogai con lui e gli mostrai la via del cielo. Durante quel tempo gli feci molti bene­fici, quali dare luce ai ciechi, l'udito ai sordi, il camminare ai paralitici, la vita ai loro morti.
Ora quando intesi che con tanto furore gridava­no che fosse rilasciato Barabba e io fossi condan­nato a morte e crocifisso, mi parve che mi scop­piasse il cuore.
Figliola mia, non lo può comprendere se non chi lo prova, che dolore sia ricevere ogni male da chi ha ricevuto ogni bene!
Quanto è duro per chi è innocente sentirsi urlare da tutta la gente: 'Muoia! muoia!', mentre a chi è prigioniero come lui ma si sa che merita mille morti viene gridato dal popolo: 'Viva! Viva!'.
Queste sono cose da meditare e non da raccontare”.

Ottavo dolore che Cristo benedetto portò nel Suo cuore per l'ingratitudine di tutte le creature
Illuminata da Cristo, sole di giustizia, quell'anima benedetta espone questa ingratitudine con parole pronunciate per sé e per ogni creatura con riferimento alle grazie e ai benefici ricevuti.
Dice infatti che si sentiva nel cuore tanta umiltà che veramente confessava a Dio e a tutta la corte celeste di aver ricevuto da Dio più doni e benefici di Giuda e addirittura di averne ricevuti più lei sola di tutto il popolo eletto messo insieme e che lei aveva tradito Gesù molto peggio e più ingratamente di Giuda e che molto peggio e più ostinatamente di quel popolo ingrato lei lo aveva condannato a morte e crocifisso.
E con questa santa riflessione lei collocava la sua anima sotto i piedi dell'anima del dannato e maledetto Giuda e da quell'abisso elevava voci, urla e pianti al suo amato Dio da lei offeso, quali: “Signore mio benigno, come potrò ringraziarti per ciò che hai sofferto per me che ti ho trattato mille volte peggio di Giuda?
Tu avevi reso lui tuo discepolo, mentre hai eletto me tua figlia e sposa.
A lui hai perdonato i peccati, a me pure per tua pietà e grazia hai perdonato tutti i peccati come se non li avessi mai fatti.
A lui desti l'incarico di dispensare le cose materiali, a me ingrata hai dispensato tanti doni e grazie del tuo tesoro spirituale.
A lui hai concesso la grazia di fare miracoli, a me hai fatto più che un miracolo conducendomi volontariamente in questo luogo e nella vita con­sacrata.
O Gesù mio, io ti ho venduto e tradito non una volta come lui, ma mille ed infinite volte. O mio Dio, sai bene che peggio di Giuda io ti ho tradito col bacio quando, anche sotto parvenza di amicizia spirituale, ti ho abbandonato e mi sono accostata ai lacci di morte.
E se tanto ti ha turbato l'ingratitudine di quel popolo eletto, cosa sarà stata ed è per te la mia ingratitudine? Io ti ho trattato peggio di loro, ben­ché abbia ricevuto da te, mio vero bene, molti più benefici di loro.
O Signore mio dolcissimo, io con tutto il cuore ti ringrazio che, come gli ebrei dalla schiavitù egiziana, mi hai strappato dalla schiavitù del mondo, dai peccati, dalle mani del crudele faraone qual è il demonio infernale che dominava a suo piacimento l'anima mia poverella.
O mio Dio, condotta a piedi asciutti attraverso l'acqua del mare delle vanità mondane, per tua grazia sono passata alla solitudine del deserto della santa religione claustrale dove molte volte mi hai nutrito con la tua dolcissima manna, ricolma di ogni sapore. Ho infatti sperimentato che tutti i piaceri del mondo sono nauseabondi di fronte alla pur minima tua consolazione spirituale.
Ti ringrazio, Signore e Padre mio benigno, che molte volte sul monte Sinai della santa orazione mi hai dato con la tua dolcissima santa Parola la legge scritta con il dito della tua pietà sulle tavole di pietra del mio durissimo cuore ribelle.
Ti ringrazio, Redentore mio benignissimo, per tutte le vittorie che mi hai dato su tutti i miei nemici, i vizi capitali: tutte le volte che ho vinto, da te solo e per te è venuta la mia vittoria, mentre tutte le volte che ho perso e perdo è stato ed è per la mia malizia e il poco amore che porto a te, mio desiderato Dio.
Tu, Signore, per grazia sei nato nell'anima mia e mi hai mostrato la via e donato la luce e il lume della verità per giungere a Te, vero paradiso. Nelle tenebre e oscurità del mondo tu mi hai fatta capace di vedere, udire, parlare, camminare, perché veramente io ero cieca, sorda e muta a tutte le cose spirituali; mi hai risuscitata in Te, vera vita che dai vita a ogni cosa vivente.

Ma chi ti ha crocifisso? lo.
Chi ti ha flagellato alla colonna? Io.
Chi ti ha coronato di spine? Io.
Chi ti ha abbeverato di aceto e fiele? Io”.

Rifletteva in tal modo su tutti questi dolorosi misteri piangendo con molte lacrime, secondo la grazia che Dio le dava.
E concludendo diceva:
“Signore mio, sai perché ti dico che io ti ho fatto tutte queste cose? Perché alla tua luce ho visto la luce, cioè [ho capito] che molto più ti afflissero e procurarono dolori i peccati mortali che io ho commesso, di quanto allora non ti affliggessero e procurassero dolori le persone che ti inflissero tutti quegli strazi fisici.
Allora, Dio mio, non è necessario che tu mi fac­cia conoscere il dolore che ti dette l'ingratitudine di tutte le creature, perché, dopo che mi hai fatto la grazia di conoscere almeno in parte la mia ingrati­tudine, posso ora - sempre per la grazia che mi infondi – riflettere quanto ti hanno fatto tutte le creature complessivamente.
In questa riflessione quasi vengo meno per lo stupore che suscitano, o Gesù mio, la tua immensa carità e la pazienza verso di noi, tue creature ingratissime, poiché mai, mai tu smetti di provvedere a tutti i nostri bisogni spirituali, materiali e temporali.
E come non si possono conoscere, Dio mio, le cose innumerevoli che hai compiuto per queste tue ingrate creature in cielo, in terra, nell'acqua, nell'aria, così non riusciremo a comprendere la nostra ingratissima ingratitudine.
Confesso allora e credo che solo tu, Dio mio, puoi conoscere e sapere quanta e quale sia stata la nostra ingratitudine che come freccia avvelenata ti ha trafitto il cuore tante volte quante sono le creature che furono, sono e saranno e ogni volta che ognuna di esse ha esercitato tale ingratitudine.
Riconosco dunque e dichiaro per me e per tutte le creature tale verità: come non passa un istante né ora né giorno né mese che non usiamo appieno i tuoi benefici, così non passa un istante né un'ora né un giorno né un mese senza molte e infinite ingratitudini.
E io credo e riconosco che questa nostra pessima ingratitudine sia stata uno dei più crudeli dolori della tua afflitta anima”.


Concludo queste poche parole sui dolori inte­riori di Gesù Cristo a sua lode, venerdì 12 settem­bre dell'anno del Signore 1488. Amen.
Potrei riferire molte altre cose che mi disse quella suora, ad utilità e consolazione dei lettori; ma Dio sa che per prudenza mi trattengo nono­stante l'impulso interiore e specialmente perché quell'anima benedetta si trova ancora nel carcere di questa misera vita.
Forse un'altra volta in futuro Dio mi ispirerà di riferire altre sue parole che ora per prudenza tac­cio.

{I dolori di Gesù nella Sua Passione - Beata Camilla Battista da Varano}