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giovedì 4 dicembre 2014

Preghiera alla S. Sindone



Signore, che nella S. Sindone entro la quale il vostro corpo adorabile deposto dalla croce venne ravvolto, lasciaste tracce della vostra presenza quaggiù, e pegni non dubbi del vostro amore; deh! per lo merito della vostra santa passione, ed in riguardo di questo venerabile Lino, che servì alla vostra sepoltura, fateci grazia che nel giorno della risurrezione siamo anche noi fatti consorti di quella gloria, nella quale voi regnerete eternamente. Così sia.

E' accordata indulgenza plenaria due volte all'anno a tutti coloro che confessati e comunicati, e veramente pentiti, reciteranno nella Chiesa Metropolitana dove si conserva il S. Sudario, o davanti la sua immagine, la sopradetta preghiera. Inoltre, è accordata un'indulgenza di 100 giorni a tutti coloro che la reciteranno come sopra. Tutte applicabili alle anime dei defunti.

{Breve di S. S. Pio IX del 16 settembre 1859}


mercoledì 30 aprile 2014

Da "La S. Sindone e la scienza medica" del dott. Giuseppe Toscano

L'agonia in croce

Data l'imminenza del sabato, durante il quale i condannati non potevano restare sulla croce, i car­nefici ne abbreviarono l'agonia inchiodando il Con­dannato direttamente alla croce, senza sostenerLo con funi.

Le braccia fissate in alto portavano ad una rela­tiva immobilità del torace e quindi ad una grande fatica nella respirazione. Infatti, era facile compiere l'inspirazione per l'allargamento delle braccia, ma non si poteva compiere l'espirazione. Ciò portava ad un accumulo di acido carbonico nel sangue, e ad un aumento dell'acidità. L'acidità abbassa la soglia di eccitazione delle fibre muscolari per cui più facilmente i muscoli vanno in "fatica" e si ha la tetania e i conseguenti crampi.

L'acidità (e di conseguenza la "fatica" e la tetania) veniva aumentata anche per un altro fattore: la dimi­nuita funzionalità respiratoria comportava un sovrac­carico di lavoro al cuore; il cuore rispondeva aumentando il numero dei battiti che si affievolivano sempre più; ne seguiva un ristagno di sangue in tutto il corpo e l'acido carbonico si accumulava maggiormente. Il povero condannato non aveva che una risorsa: puntare sui piedi, sollevare alquanto il corpo afflosciato e portare le braccia, o almeno un braccio, in posizione orizzontale. Alleggerita così la trazione delle braccia, il torace riprendeva a respira­re, l'asfissia diminuiva e il condannato sopravviveva.

Per permettere tale sollevamento del corpo i carnefici usavano inchiodare i piedi in modo che le gambe fossero in grande flessione: in tal modo il condannato poteva sollevarsi un po' anche se con atroci dolori e respirare. Ma a sua volta, lo sforzo di puntare sul chiodo che fissava i piedi, per sollevarsi, e il dolore atroce che ne seguiva, portava alla "fatica", e quindi alla tetania, anche gli arti inferiori e il povero condannato si afflosciava di nuovo e l'asfissia generale riprendeva.

Dalla Santa Sindone apprendiamo che anche il Signore dovette essere crocifisso con le ginocchia in flessione perché se ciò non fosse stato Egli non avrebbe potuto fare i movimenti che la S. Sindone ci ha documentato. I due rivoli di sangue che, dalla piaga del polso sinistro, subito scendono verso il margine ulnare rappresentano la posizione orizzontale iniziale. Le colate che scendono lungo gli avambracci verso i gomiti testimoniano sia i successivi accasciamenti di Gesù, sia i vari movi­menti fatti per buttarsi ora tutto da una parte, ora tutto dall'altra.

I brevi rivoletti che lungo gli avambracci si distac­cano dalla colata principale per andare verso i mar­gini ulnari, rappresentano i momenti in cui il Signore, con uno sforzo supremo, si sollevava e porta­va le braccia verso una posizione orizzontale onde poter respirare, ed anche i movimenti fatti per porta­re verso l'orizzontale ora un braccio ora l'altro.

La stessa cosa si dica delle brevi colate che abbia­mo trovato sulla fronte e sulla nuca. I loro vari zig-zag testimoniano i vari movimenti fatti da Gesù per buttarsi ora tutto a destra, ora tutto a sinistra.

Questa preziosa documentazione fa escludere che si sia usato un sostegno al perineo, sostegno di cui la Sindone non ci rivela l'esistenza, e che avrebbe prolungata l'agonia.

Come abbiamo accennato, il povero condanna­to poteva aiutarsi anche gettando il corpo ora tutto a destra ora tutto a sinistra: gettandosi a destra, il braccio destro andava più verso la verticale, però il braccio sinistro si poneva orizzontale e il con­dannato poteva espirare un po' con la parte sini­stra del torace: viceversa, buttandosi a sinistra poteva espirare con la parte destra del torace.

È forse, perché vedevano Gesù compiere questi movimenti e questi sforzi per respirare, che i Farisei gridavano "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso? Scenda ora dalla croce" (Mt. 2 7, 42).

L'agonia trascorreva, così, in una alternativa di accasciamenti e di sollevamenti: di asfissia e di respirazione.

La tetania però si faceva sempre più grave i crampi dapprima si sviluppavano nei muscoli del­l'avambraccio, poi a poco a poco si estendevano ai muscoli del braccio degli arti inferiori, del tron­co. Il condannato diveniva sempre più cianotico, la temperatura aumentava, la sudorazione si faceva esageratamente abbondante, accompagnata da bri­vidi e capogiri, e quando venivano colpiti dalla tetania i muscoli della respirazione sia del torace che del ventre, la morte sorprendeva il crocifisso in uno spasimo di inspirazione.

Che il Signore abbia sofferto in croce per l'asfissia e la conseguente tetania, la Sindone ce ne dà una prova incontestabile: il torace è rigonfio al massimo; i due grandi pettorali, che sono i più potenti muscoli respiratori, sono in contrazione forzata, allargati e risaliti verso le clavicole e le braccia; tutta la gabbia toracica è pure risalita e ipertesa, in massima inspira­zione; l'infossamento epigastrico appare approfondi­to, depresso, come conseguenza di questa elevazio­ne, distensione in avanti ed in fuori, del torace; per questa elevazione forzata delle coste, la massa addo­minale è spinta in basso per cui, si vede, al di sopra delle mani incrociate, far rilievo il basso ventre. Nell'impronta posteriore si vedono i quadricipiti femorali e i glutei tesi nell'ultimo sforzo fatto da Gesù per sostenersi e poter respirare e parlare. Il Signore, però, pur avendo sofferto per l'asfissia e la conseguente tetania, non morì per questa causa. Infatti egli parlò proprio nell'ultimo istante di sua vita, anzi gettò anche un grande urlo, il che l'asfitti­co non può fare perché non può espirare e cioè non può mandar fuori l'aria dai polmoni.


Ho sete

Si legge nel S. Vangelo: "Gesù disse: Ho sete. E i soldati, inzuppata una spugna nell'aceto, la posero in cima ad una canna di issopo e gliel'accostarono alla bocca" . (Gv. 19, 29).

Il Prof. Tamburelli, autore delle più belle fotogra­fie tridimensionali della Sindone, ha scoperto entro un grumo di sangue posto sulla guancia sinistra a lato del naso, una incisione, da lui così descritta "Questa incisione ha una parte superiore rettilinea, che può corrispondere alla parte piana della punta del ramo di issopo, prodotta dal taglio con un falcet­to, ed una parte inferiore curva, che può corrispon­dere alla parte cilindrica della punta stessa. Si noti inoltre la traccia che partendo dal lato destro dei ca­pelli, prosegue leggermente sulla guancia destra e sul naso e termina su tale grumo, e che sta ad indi­care come la punta del ramo di issopo sia stata ini­zialmente appoggiata sul lato destro dei capelli e fatta scorrere fino a portare la spugna sulla bocca dell'Uomo della Sindone e quindi a produrre la sud­detta incisione nel grumo di sangue". (Da IlTempo, 18 Marzo 1985).

Tutto ciò potè accadere o per un movimento repentino del volto di Gesù, o per una errata mira del soldato.



La morte di Gesù in croce

Quando Giuseppe d'Arimatea si presentò a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù, Pilato si meravigliò che Gesù fosse già morto (Mc. 15, 44). Molte dovettero essere le cause della precocità della morte del Signore: la perdita di sangue verifi­catasi durante l'agonia nell'orto e la flagellazione; il dolore delle ferite dei chiodi; l'ispissatio sangui­nis per l'imponente sudorazione, la spossatezza fisica di una intera giornata di terribili sofferenze; l'abbattimento morale causatogli dalla presenza della Madre desolata, dall'abbandono degli amici e dalle pene interiori.

Da quando, all'inizio di questo secolo, fiorirono gli studi sulla S. Sindone, si fecero varie ipotesi sulla causa vera della morte di Gesù. Molta fortuna fece l'ipotesi della morte per asfissia in seguito a tetania (crampi) instauratasi dapprima alle braccia, poi alle gambe, ai muscoli del ventre e da ultimo ai muscoli del torace: anche la morte per idroperi­cardio traumatico fu invocata, come pure la morte per collasso ortostatico da insufficiente pressione arteriosa.



La rottura del cuore

 Oggi gli Studiosi propendono per la tesi che Gesù sia morto per rottura del cuore. Solo così si spiega l'uscita di sangue e acqua dal costato di Cristo. Infatti il liquido sieroso esistente nel peri­cardio è di scarsa entità ed affondando un coltello nel lato destro di un cadavere e raggiungendo il pericardio e il cuore, non esce mai sangue ed acqua ma soltanto sangue e in quantità esigua.

Coloro che muoiono per rottura del cuore quasi sempre emettono un alto grido subito prima di morire: il loro pericardio è sempre molto teso e gon­fio tanto che comprime in alto i polmoni; il sangue nella quantità di più di un litro, vi si trova sedimen­tato ma non coagulato: in basso v'è la parte corpu­scolare, cioè i globuli rossi e bianchi, in alto galleg­gia il plasma o siero.

Ora, osservando la ferita del costato di Cristo, si ha netta l'impressione di una fuoriuscita violenta di liquido: questo infatti non è sceso secondo le linee della gravità ma violentemente, tumultuosa­mente, come spinto da una grande pressione. Forando il pericardio all'altezza dataci dalla Sindo­ne e cioè fra la sesta e la settima costa, prima do­vette uscire il sangue sedimentato al fondo del pericardio e poi il plasma.

Si tratta ora di spiegare la rottura del cuore.

In seguito ad un infarto, nelle condizioni di riposo, la zona infartuata va verso l'organizzazione e la cicatrizzazione; ma in condizioni sfavorevoli, i tessuti della zona di infarto vanno verso una morti­ficazione sempre maggiore (miomalacia) per cui sotto la pressione endocardica il miocardio può fissurarsi con conseguente emopericardio acuto e morte immediata del soggetto per tamponamento del cuore.

Ora, dalla descrizione evangelica dell'amarissi­ma agonia di Gesù nell'orto, si può pensare che Gesù vi abbia subìto un infarto per spasmi delle coronarie. Marco (14, 33) ci dice che Gesù comin­ciò ad atterrirsi e ad angosciarsi. Colui che è colto da infarto prova un violento dolore anginoide e angoscia, diviene pallido, va in preda a profusa sudorazione ed ha la sensazione di una morte immediata per la caduta della pressione.

Luca ci avverte che anche Gesù ebbe profuso sudore: "In preda all'angoscia... il suo sudore divenne come goccie di sangue che cadevano a terra" (Lc. 22, 44). Marco ci riporta le parole di Gesù "L'anima mia è tristissima fino alla morte" (Mc. 14, 34). "Gesù poi si prostrò a terra e pregava" (Mc. 14, 35).

Il riposo che l'infartuato automaticamente si prende subito dopo l'infarto, specialmente se si sdraia e permette la ripresa della circolazione cere­brale, gli dà la sensazione di aver superato la crisi. È quanto probabilmente accadde a Gesù quando si prostrò a terra e forse vi restò per quattro, cin­que ore in intensa preghiera. Superata la crisi, alzatosi calmo e pienamente cosciente, disse: "Basta, è giunta l'ora. Il Figlio dell'Uomo sta per essere consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, il traditore è vicino" (Mc. 14,41-42).

Gesù non ebbe più tregua, finché sulla croce, dopo tante resistenze, in seguito ad un ennesimo sforzo di sollevamento per poter respirare, il suo miocardio si ruppe ed Egli "lanciato un grande grido, chinato il capo, rese lo spirito" (Le, 23, 46; Gv. 19, 30).

Se Gesù fosse morto per asfissia sarebbe svenu­to e morto senza riprendere coscienza. Invece la posizione alquanto elevata delle braccia e la fles­sione delle ginocchia, gli permisero di combattere l'asfissia e, nei periodi di sollevamento, anche di parlare. Subito prima di morire, parlò (non avreb­be potuto parlare nei periodi di accasciamento per la forzata inspirazione e tanto meno gridare) e alla rottura del cuore gettò il grande grido e spirò.

Morì quindi cosciente e certamente in quell'i­stante - il più prezioso della sua vita - si offri al Padre, gridò la sua offerta al Padre. Noi non avremmo mai saputo ciò se la lancia del soldato romano non ce l'avesse rivelato.

Il profeta Davide, nel salmo 108, che è il salmo dell'innocenza di Gesù e della perfidia dei suoi persecutori, mette in bocca al Giusto, al Santo, alla Vittima innocente, queste misteriose parole: 'Dentro di me, il mio cuore è ferito"(vers. 22).

Nel Salmo 69 poi, che nella sua seconda parte è il grido di angoscia del Fedele vittima del suo zelo, lo stesso Davide dice: "Salvami dai miei nemici... L'insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione ma invano... Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto". Questo salmo è messia­nico e viene citato più volte nei libri del Nuovo Testamento; per esempio da S. Matteo 27, 34 e 48; da S. Giovanni 2, 17; 15, 25; dagli Atti degli Apostoli 1, 20; dalla Lettera ai Romani 11, 9 e 10; 15, 3; dall'Apocalisse 3,15.

Non meno misteriose sono le parole scritte da santa Brigida nella sua seconda Orazione: "I dolori acutissimi delle tue ferite penetravano orribilmente nella tua anima beata e infierivano crudelmente sul tuo Cuore sacratissimo, finché, rottosi il cuore, esalasti felicemente lo spirito ". "donec, crepante corde, spiritum feliciter emisisti".



Il capo inclinato

Giovanni ci dice che Gesù "chinato il capo, spirò" (Gv 19, 30). Nella S. Sindone, posteriormen­te, il collo è ben visibile mentre anteriormente non lo è. La distanza lineare fra la bocca e le articola­zioni sterno-clavicolari è diminuita rispetto alla norma: è infatti cm. 8 invece di cm. 18 il che dimostra che il Signore ha il capo notevolmente flesso.

La rigidità cadaverica intervenuta subito dopo la morte (come avviene quando la morte è stata pre­ceduta da grandi sforzi) ha fissato quella posizio­ne, rivelata ora dal lenzuolo funebre. Probabilmen­te, per rispetto, la testa non fu forzata a riassumere la sua posizione naturale quando Gesù fu posto nel sepolcro. Ciò fu provvidenziale perché ci dà modo di sapere che Gesù morì dopo aver piegato la testa e quindi morì cosciente.

Se nell'istante della morte Gesù fosse stato accasciato, il capo non avrebbe potuto piegarsi in avanti perché infossato tra le braccia tendenti alla verticale e bloccato dai muscoli sternocleidoma­stoidei in tetania e cioè spasmodicamente contratti. Gesù era, dunque, in un momento di sollevamen­to, e quindi era cosciente, morì cosciente. Le foto­grafie tridimensionali ci documentano il reclina­mento del capo in avanti. In tali fotografie sono ben evidenziate due grosse gocce molto appuntite e che dovettero formarsi dopo che Gesù, morto, reclinò il capo: una si trova sulla parte destra dei baffi, l'altra si è formata con il sangue colato dalla narice destra. Il fatto che esse sono rimaste appun­tite ed esili, prova che non vennero più alimentate da nuovo sangue e il loro peso non fu sufficiente per farle cadere, e ciò è prova che la morte di Gesù avvenne sulla croce.

La morte sulla croce è anche confermata dal fatto che tutti i rivoli di sangue del volto, colano all'in giù, diretti verso terra; nessuno di essi è diretto verso la parte posteriore, come sarebbe avvenuto se il Signore avesse perduto sangue dopo la deposizione; come invece avvenne per il sangue uscito dalla ferita del costato, dopo che Gesù fu deposto dalla croce.



La rigidità cadaverica

È stato osservato che uomini colpiti dalla morte durante o subito dopo sforzi molto penosi, presen­tano, quasi subito dopo la morte, rigidità cadaveri­ca.

Questo fenomeno è conosciuto dai cacciatori che quando raccolgono una lepre che è stata a lungo rincorsa dai cani, la trovano rigida, stecchita.

Anche al Signore dové succedere questo feno­meno perché la Sindone ce lo rivela con una accentuata rigidità cadaverica: le braccia tese, i muscoli pettorali tesi, i glutei tondeggianti, cioè rigidi e non afflosciati, il ventre rientrante nella parte alta, i quadricipiti femorali tesi.

È anche possibile che la rigidità mostrataci dalla S. Sindone sia dovuta al dolore acuto provato dal Signore nel momento della rottura del cuore: il Signore ebbe allora una contrazione spasmodica fissata subito dopo dalla morte.




La ferita del costato

Il colpo di lancia 

Quando si voleva por fine alle sofferenze del crocifisso, oppure si voleva per qualche  motivo farlo morire subito, gli Ebrei usavano spezzargli le gambe. Spezzate le gambe, veniva meno il punto di appoggio dei piedi, quindi il corpo restava pen­zoloni, le braccia andavano verso la verticale, l'a­sfissia diveniva completa, il crocifisso perdeva subito la conoscenza e nel giro di pochi minuti spirava.

Sappiamo dal Vangelo che questa fu la fine dei due ladroni crocifissi ai lati di Gesù e il motivo di questo atto fu l'imminenza del sabato (cioè dei primi vespri del sabato) nel qual tempo un con­dannato non poteva restare sul patibolo. "Furono i Giudei stessi - dice il Vangelo - affinché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato,... a chiedere a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono loro le gambe... A Gesù, però, vedendo che era già morto, non spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, e subito uscì sangue ed acqua (Gv. 19, 31-34).

Sembrerebbe che fosse stato inutile trafiggere il fianco di Gesù, dacché egli era già morto, ma v'era un'altra legge che bisognava rispettare. La legisla­zione ebraica proibiva la consegna del corpo di un giustiziato ai familiari, ma i Romani l'avevano ab­rogata ed avevano imposto la legislazione romana per cui il corpo di un giustiziato poteva essere legalmente restituito al familiari purché muniti di autorizzazione del giudice o del tribunale che aveva emesso la condanna a morte; il carnefice però non poteva consegnarlo se non dopo essersi assicurato della morte avvenuta, con un colpo che gli aprisse il cuore.

Fu solo così che il carnefice poté consegnare il corpo di Gesù a Giuseppe d'Arimatea (Mt. 27, 58; Mc. 15, 45; Lc. 23, 52).

Il colpo di lancia inferto sul petto di Gesù ebbe un effetto strano: dalla ferita uscì sangue ed acqua e probabilmente con tanta forza da non colare lungo il corpo del Signore, ma da formare addirit­tura un getto che andò a cadere discosto dal piede della croce. Bisogna dire che ciò non fosse mai stato visto e che tutti se ne meravigliassero alta­mente, se san Giovanni nel raccontarcelo sente il bisogno di chiamare come testimone Dio stesso. Dice infatti nel suo Vangelo che "lui che ha visto, ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; ed Egli (Dio) sa che lui dice il vero perché anche voi crediate". Fu dunque un fatto mai visto questa fuoriuscita di sangue ed acqua, un fatto fuori dall'ordinario, grazie a Dio documentato dalla S. Sindone e che ci ha dato modo di sapere esatta­mente di che cosa è morto il Signore in croce: in seguito alla rottura del muscolo cardiaco il sangue era passato nel pericardio, provocando la morte per tamponamento del cuore. Il pericardio dilatato enormemente per la presenza di più di un litro di sangue quando, circa due ore o più dopo, fu trafit­to dalla lancia di Longino, spinse fuori violente­mente il sangue che già si era depositato e il siero che l'Evangelista Giovanni chiama "acqua".

Il cuore occupa una posizione mediana e ante­riore, dietro il piastrone sternale; mentre la sua

punta è nettamente a sinistra, la sua base supera a destra lo sterno. I carnefici, pratici del mestiere, dovevano sapere molto bene che il punto migliore per raggiungere il cuore era il quinto o il sesto spazio e cioè lo spazio fra la quinta e la sesta co­sta o fra la sesta e la settima costa. In quel punto la lancia penetrando quasi orizzontalmente, perfo­ra facilmente la pleura e un lembo di polmone per raggiungere il pericardio e il cuore.

L'abbondanza del sangue e specialmente la vio­lenza con la quale esso uscì dalla ferita furono dovute al fatto che dopo la rottura di cuore, tutta la colonna di sangue della vena cava superiore premette, per il principio di Pascal, sul sangue che si era riversato nel pericardio.

Invece, dopo che il Signore fu deposto dalla croce, la ferita prodotta dalla lancia continuò a sanguinare, senza violenza, per l'afflusso di sangue dalla vena cava inferiore.



L'impronta del colpo di lancia

Nella S. Sindone, all'altezza del quinto o del sesto spazio intercostale, a dodici centimetri  dallo sterno si vede una ferita di arma da taglio, ovale, lunga centimetri 4,4 e larga cm. 1,5. (In recenti scavi furono rinvenute a Gerusalemme molte lance romane di cm. 4 di larghezza).

Questa lesione è importante perché permette di affermare in modo scientificamente categorico che il Signore era realmente morto, come fa osservare anche il Vangelo: "I soldati vedendo che Gesù era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito uscì sangue e acqua" (Gv. 19, 33-34).

La ferita è nitida come sono le ferite fatte post mortem che non mostrano turgore ai margini, non collabiscono, anzi tendono a retrarsi; ed infatti la ferita ha la forma ellittica propria delle ferite che vengono fatte dopo la morte. Dalla ferita si dipar­tono verso il basso, e cioè fin sotto l'arcata del torace, sulla parete addominale, colature di san­gue, per una lunghezza di almeno 15 cm. e la lar­ghezza di 6 cm. Questo sangue mostra le caratteri­stiche del sangue post-mortale: grumi aureolati di siero. Non è quindi omogeneo e sinuoso come i rivoletti delle braccia e della nuca: segno che il cuore non pulsava più e non alimentava più il progressivo formarsi dei rivoletti.

Il margine interno di questa colatura è dentella­to, con frastagliature arrotondate che a primavista sembrano strane in una colata di sangue avvenuta in un cadavere immobile e verticale quelle ondula­zioni corrispondono al rilevarsi delle coste e su ciascuna di esse alle digitazioni del muscolo gran­de dentato.

La S. Sindone permette di constatare che molto "sangue e acqua" uscì con violenza dalla ferita del costato. Questo fatto non ha avuto finora spiega­zione se non ammettendo che Gesù sia morto per rottura del cuore, lesionatosi in una zona infartua­tasi durante l'agonia nell'orto.

In tale circostanza, infatti, il soggetto muore nel giro di pochi secondi, dopo aver lanciato un gran­de grido.

Se Gesù fosse morto per asfissia si sarebbe tro­vato in uno stato di accasciamento e non avrebbe potuto né gridare né piegare il capo, già infossato fra le braccia; poi sarebbe stato incosciente per lo svenimento che sempre si accompagna all'asfissia.

Gesù invece gridò e piegò il capo: quindi era in uno stato di sollevamento: e fu forse questo suo ultimo sforzo di sollevarsi per respirare che gli procurò la rottura del cuore. Dal cuore il sangue passò nel pericardio che si dilatò enormemente e quando, circa due ore o più dopo, fu trafitto dalla lancia di Longino, spinse fuori violentemente il sangue già depositato e il siero (l'acqua).



Da "La S. Sindone e la scienza medica" del dott. Giuseppe Toscano

La via dolorosa

Il patibulum

Il santo Vangelo ci dice che dopo la flagellazione e l'incoronazione di spine, Gesù indossò  di nuovo le sue vesti (Mt. 27, 31). Pilato sperava ancora di sal­varlo.

Dopo la condanna, però, Gesù non fu spogliato delle sue vesti e andò al Calvario vestito. Proba­bilmente si capì che Gesù era all'estremo delle sue forze e che se, togliendogli le vesti di dosso, si fos­sero riaperte le ferite, Gesù non avrebbe potuto vivere fino al Calvario. Il fatto è che Gesù andò al Calvario vestito, e il Vangelo lo fa notare, proprio perché la cosa era contraria all'uso vigente: i condannati alla croce venivano condotti al luogo del supplizio completamente nudi e flagellati durante il percorso.

La notizia dell'Evangelista ha una conferma nella Santa Sindone. Se Gesù avesse portato la trave sulle spalle scoperte, già lese dai flagelli, essa avrebbe slabbrate ed estese le lacerazioni già esistenti (quelle della flagellazione) fino a formare un'unica grande piaga: le spalle, invece, pur mostrandosi, escoriate e contuse, lasciano anche vedere le lesioni provocate dai flagelli. Tutto ciò potè avvenire perché le spalle erano protette dalla veste.



La tavola appesa al collo

Altro motivo di grave sofferenza per il Signore dovette essere il "titolo" che portava appeso al collo. Il "titolo" era una tavoletta su cui era scritto il nome del condannato e talora anche il suo misfatto. Dal Vangelo sappiamo che nel "titolo" portato da Gesù vi era il suo nome: "Gesù di Nazareth", e il motivo per cui era stato condannato: "Re dei Giudei"; ed anche sappiamo che la scritta era ripetuta in tre lin­gue: ebraica, greca e latina.

Doveva quindi essere una tavola di almeno cm. 80x30. Ciò che dava disturbo non era soltanto il suo peso ma specialmente il fatto che, ballonzo­lando sul davanti, faceva perdere l'equilibrio già così instabile del Signore; inoltre impediva la vista per cui Gesù non vedeva ove metteva i piedi, ed anche peggiorava la situazione delle cadute, per­ché quando il Signore cadeva, il "titolo" appeso al collo poteva essere in una posizione tale da pro­vocare gravi dolori e disagio al Signore. La corda poi, cui era appesa la tavola, gli girava intorno al collo e dovette procurargli un dolore, come dire, di segamento al collo. Fu tale tavola, divenuta un terribile strumento di tortura a lasciare traccia di sé sul volto di Gesù nella Sindone? Il Prof. Marastoni, infatti, servendosi di ingrandimenti fotografici e di fotografie tridimensionali, scoprì la presenza di varie lettere sul volto del Signore, sia in alfabeto ebraico sia in caratteri dell'alfabeto latino lapidario. In modo particolare sulla guancia destra sono ben leggibili le lettere S NAZARE. La mente non può non pensare alle parole Jesus Nazarenus che sap­piamo essere state scritte in tre lingue sul titolo. È possibile quindi che Gesù, cadendo, abbia sbattuto il volto sulla tavola del titolo e che le lettere, che dovevano essere ancora fresche perché scritte da poco tempo, abbiamo lasciato sul suo volto la loro impronta. Sembra anche che il Signore abbia por­tato al collo una tavoletta molto più piccola della precedente con le sole parole IN NECE (M) e cioè (condannato) "a morte". Infatti parti di tale scritta si leggono tre volte sul volto della S. Sindone, in caratteri onciali (cioè dell'altezza di cm. 2,5), come erano in uso nel primo secolo.



Il triste corteo

Quando i condannati erano più di uno, venivano legati fra di loro. Anzitutto venivano legate fra di loro le estremità destre di tutti i patiboli. Ogni condanna­to poi oltre ad avere l'estremità sinistra del suo pati­bolo legata al proprio piede sinistro, l'aveva anche legata al piede destro del condannato che precedeva.

Avendo le fotografie rafforzate del Dott. Lynn di Pasadena (U.S.A.), mostrato che soltanto la gamba si­nistra del Signore ha le lividure della corda intorno al piede, se ne può inferire che Gesù era al terzo posto nel gruppo. Infatti se fosse stato al primo o al secon­do posto presenterebbe i segni delle lividure della corda anche nella gamba destra. Ciò, come vedremo, costituirà per Lui una nuova fonte di disagi.


Le cadute

La tradizione ci ha tramandato la notizia di tre cadute di Gesù sotto il peso del patibulum. Di fatto dovettero essere molto più numerose.

Gesù aveva il suo patibolo legato alla estremità destra con quelli dei suoi compagni e all'estremità sinistra con il suo piede sinistro ed anche con il piede destro del compagno che lo precedeva. Ad ogni colpo di flagello dato - secondo il costume - ai due ladroni, costoro, che erano in piene forze, dovevano dimenarsi, agitarsi, trascinarsi a vicenda e spingersi l'un l'altro; le funi che legava­no fra loro i tre condannati erano molto corte, quindi chi ne andava di mezzo era il Terzo Condannato, il quale, avendo già subito la flagella­zione, procedeva a fatica sotto il peso del suo patibulum e veniva costretto a terra: il piede sini­stro legato all'estremità del patibolo si piegava e andava ad urtare violentemente contro le lastre di pietra della via come fan fede le grosse contusioni del ginocchio sinistro; il pesante patibolo, prima della caduta sostenuto obliquo sulla spalla destra, colpiva con tutto il suo peso la zona sottoscapola­re sinistra, già a sua volta ripetutamente martoriata dai colpi di flagello, e Gesù, cadeva pesantemente a terra non solo a peso morto, perché non poteva difendersi mettendo avanti le mani legate al pati­bolo, ma specialmente perché schiacciato sotto il peso dei cinquanta chili del patibolo che aveva sulle spalle.

E una volta a terra, Gesù, impossibilitato ad alzarsi perché privato dell'uso delle braccia e delle mani, veniva trascinato dai due ladroni e fatto oggetto di nuovi scherni e di nuovi maltrattamenti finché non fosse aiutato a risollevarsi; poi tutto il triste corteo riprendeva la via fino a quando, incontratosi con Simone di Cirene, il pesante pati­bolo di Gesù venne a lui affidato.

La S. Sindone ci dà una documentazione im­pressionante delle cadute di Gesù, specialmente nelle lesioni del volto e delle ginocchia.
(...)

La finta compassione

Ci dice il Vangelo "Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù" (Lc 23, 26).

Bisogna dire che ad un certo momento le con­dizioni di Gesù si fecero così allarmanti che si giudicò non avrebbe più potuto continuare e giunge­re vivo al Calvario. E se Gesù fosse morto, il Sinedrio non avrebbe potuto dare il tanto bramato spettacolo di mostrarlo a tutti crocifisso. Di qui la finta compassione dei Giudei che obbligarono Simone Cireneo a portare il patibulum, per alleg­gerirne Gesù ed evitare che egli morisse.

Tutto ciò fu di enorme sollievo a Gesù non solo pel peso di cui fu liberato ma per la libertà di movimenti che acquisiva.

Fu forse la sua SS. Madre ad aiutarlo a prose­guire? L'arte ci mostra spesso Maria nell'atto di aiu­tare Gesù a salire al Calvario.

Quello che è certo è che la tradizione ci mostra Gesù talmente sfinito che continua a cadere, e questa tradizione, mentre ha fissato nella Via Crucis una sola caduta di Gesù prima che fosse alleggerito del peso del patibolo, ne commemora due dopo che ne era stato liberato, segno questo che Gesù continuò a cadere per lo sfinimento ter­ribile cui era giunto.


La crocifissione

L'antichità non ha riprodotto per tre secoli la scena della crocifissione perché, conoscendo la tragica realtà di questo atroce supplizio, che Cicerone definì "crudelissimum teterrimumque", il cuore umano rifuggiva dal rappresentarlo; quando questa pena andò in disuso la si rappresentò ma in modo ben lontano dalla realtà.

Già abbiamo accennato come avveniva. Arrivati sul luogo del supplizio, ove lo stipes o tronco ver­ticale della croce era già stato infisso al suolo, a Gesù steso a terra sul patibulum, vennero inchio­date le mani che formavano con il corpo un ango­lo di 90 gradi; indi il patibulum fu sollevato e posto sullo stipes. Ciò avveniva facilmente perché lo stipes non era alto più di due metri e la parte alta era adattata ad entrare nell'incastro già prepa­rato nel patibulum.

Innestato il patibulum sullo stipes, il corpo di Gesù pendette penzoloni, accasciatosi per il peso, mentre l'angolo del suo corpo con le braccia si portò da 90 gradi a 65 gradi. Era questo uno dei momenti più tragici, perché, portatesi le braccia verso la verticale, il crocifisso non poteva più espi­rare e provava subito un terribile senso di soffoca­mento. In tale posizione Gesù sarebbe morto in pochi minuti per asfissia se i carnefici non avesse­ro subito sollevato il suo corpo per riportare le braccia verso l'orizzontale, e non avessero flesse le sue ginocchia e inchiodati i piedi. In tal modo, Gesù puntando su di essi potè mantenersi più sol­levato ed espirare.


 I chiodi ai polsi

Secondo la S. Sindone i chiodi delle mani furo­no conficcati nei polsi: se fossero stati  conficcati nelle palme, il peso del corpo avrebbe lacerato la mano e il condannato non avrebbe potuto essere sostenuto. Nel polso, invece, che è formato da vari ossicini, il chiodo può penetrare facilmente e non v'è pericolo di laceramento. Ed infatti nella mano sinistra che è incrociata sulla destra all'altezza del polso, il segno della ferita del chiodo è a 8 cm. dalla testa del III osso metacarpico (dito medio), e cioè nel carpo, sulla linea di flessione del polso. Il carpo è formato da otto ossicini: fra quattro di questi ossicini (il capitato, l'uncinato, il piramidale e il semilunare) v'è lo spazio del Destot. In questo piccolo spazio, data la convessità di questi ossicini è facile piantare un chiodo, anche di 9 mm. di dia­metro. I carnefici conoscevano bene questo punto, che permette la sospensione di un grosso peso senza che la mano si laceri, per la presenza anche del robusto legamento trasverso del carpo.

 Inoltre in quel punto non passano né arterie né vene per cui non v'è pericolo di emorragie anche mortali, il che potrebbe accadere se si conficcasse un chiodo nel palmo della mano. Conficcando il chiodo nello spazio del Destot, però, si lede il nervo mediano. La lesione di questo nervo dà dolori atroci e caduta della pressione. Il dolore può essere così acuto da provocare shock e morte.

Sembra che la lesione di un grosso nervo, com'è il nervo mediano, sia il dolore più grande che un uomo possa sopportare. Probabilmente poi, il nervo non fu dal chiodo tagliato in due, ma solo in parte, per cui il dolore, essendo il nervo sempre a contatto con il ferro del chiodo, dovette persistere. Ogni movimento di Gesù, ogni scossa del suo corpo dovette rinnovare quel tremendo dolore veramente superiore alle forze umane.

Passando in quel punto il chiodo lede anche il nervo tenar che è sensitivo e motorio e provoca la contrazione dei muscoli tenar e la successiva opposizione intrapalmare del pollice, causando spasimo atroce. Ed infatti la S. Sindone ci presenta quattro dita delle mani, senza i pollici che sono in opposizione sotto il palmo.
(...)


La tavola del titolo

Il Vangelo ci informa che la scritta "Gesù Nazareno Re dei Giudei" fu posta al di sopra della testa (Mt. 28, 37). Anche di questo fatto, che avve­niva piuttosto raramente, troviamo conferma nella S. Sindone.

Abitualmente la tavoletta col nome del condan­nato e, più raramente, col motivo della condanna, veniva inchiodata insieme ai piedi che venivano inchiodati separatamente con due chiodi.

La S. Sindone ci rivela che i due piedi furono inchiodati sovrapposti, il sinistro sul destro ciò per­ché, come ci dice il Vangelo, la tavola del titolo fu posta al di sopra della croce. Riportando essa non solo il nome del Condannato ma anche la causa della condanna (Re dei Giudei), e in tre diverse lin­gue, ebraica greca e latina (Gv. 19, 20) le sue dimensioni (circa cm. 30x80) erano tali per cui fu necessario porla al di sopra della croce: i piedi quin­di poterono essere inchiodati con un solo chiodo, secondo l'usanza vigente, come ci rivela la S. Sindone. L'Evangelista Giovanni fa notare che "molti Giudei lessero questa scritta" (Gv. 19, 20).



Da "La S. Sindone e la scienza medica" del dott. Giuseppe Toscano

La flagellazione 



La cosa che maggiormente colpisce l'occhio nel­l'immagine della S. Sindone sono i colpi di flagello distribuiti su tutto il corpo, dalle spalle alle estremità inferiori. Essi costituiscono, forse, la testimonianza più vistosa della Sindone e meritano la nostra più devota attenzione.


Nel pensiero di Pilato, la flagellazione doveva essere una punizione da infliggere a Gesù prima di lasciarlo libero: una lezione come dice il S. Van­gelo (Lc 23, 16-20-22). E la Sindone ci dimostra questi due particolari, e cioè, che la flagellazione fu solo una punizione, una lezione esemplare, e che il paziente doveva essere liberato.

Infatti, i colpi furono inferti ovunque, ma non nella zona antistante al cuore: se i carnefici avesse­ro infierito su quella zona, la più delicata, il pove­ro condannato sarebbe morto per tamponamento cardiaco da pericardite sierosa traumatica, e in tal caso essi avrebbero dovuto risponderne personal­mente a Pilato.

Comunque i carnefici non furono miti e si os­servano colpi sul dorso, sui glutei, sulle gambe... sono almeno 98 i colpi che si possono con sicu­rezza individuare.

Il numero dei colpi, superiore a quello permes­so dalla Legge Mosaica, ci dice che Gesù fu flagel­lato per ordine di un tribunale romano.

Presso gli Ebrei, infatti, non si potevano supera­re i 40 colpi (ed anche questi non potevano essere inferti se non dopo visita del medico che doveva dichiarare che il paziente era capace di sopportare la flagellazione senza morirne); presso i Romani, invece, la flagellazione non aveva limiti. Il fatto poi che fu usato, come vedremo, un flagello del tipo taxillatum, ci dice che l'Uomo della Sindone non era Romano, perché il cittadino romano non poteva essere punito con tale strumento.

 La maggior parte dei colpi si trovano nell'imma­gine posteriore della Sindone e ciò fa pensare che Gesù sia stato legato ad una colonna; però se ne trovano alcuni anche nella parte anteriore del corpo: cinque o sei sul ventre e una quindicina sul torace verso le spalle, inferti dal sotto in su.

Non essendovi parte del corpo risparmiata se ne deve dedurre che Gesù fu denudato prima di subire questo supplizio.

Le fotografie rafforzate fatte a Pasadena (U.S.A.) mostrano che dalle ferite prodotte dai colpi di fla­gello in prossimità del tetto delle spalle, partono rivoli che, raggiunte le spalle scendono sul davan­ti: ciò conferma che Gesù fu flagellato curvo su una colonna, ovvero che Gesù dopo la flagellazio­ne cadde supino a terra.



L’horribile flagrum



 Il tipo di flagello usato fu quello chiamato fla­grum taxillatum, che Orazio definisce horribile fagrum e di cui a Roma esiste un esemplare al Museo Nazionale delle Terme.

Il flagrum taxillatum era formato da due picco­le sfere munite di punte metalliche unite da un'as­se metallico lungo tre centimetri e montato su due o tre corregge di cuoio; talora le sfere venivano appese a due o tre funicelle. Nella S. Sindone si contano 98 colpi di flagello. Di questi, 50 portano i segni ternari, cioè di un flagello a tre terminazioni doppie; 9 hanno appena qualche traccia del terzo segno del flagello; 18 mostrano solamente segni di due punti terminali e 21 mostrano un solo segno.

 Da ciò si può concludere che furono usati alme­no tre tipi di flagelli. Secondo alcuni Studiosi vi sarebbero anche i segni di altri due tipi di flagello uno fatto con una striscia di cuoio ed uno fatto di cordicelle con nodi. Forse si tratta di colpi ricevuti durante il viaggio al Calvario.

Sempre secondo alcuni Studiosi i colpi di fla­gello rilevabili dalla Sindone sarebbero 121.

Le ferite provocate dal flagrum erano lacero­contuse, quindi diventano fluorescenti ai raggi ultra-violetti, per la presenza di sangue. Le fotogra­fie a fluorescenza, in modo meraviglioso ci mostra­no il piccolo manubrio che univa le due palline di bronzo, spesso non visibile ad occhio nudo e, ancora più fluorescente, l'alone di siero del sangue tutt'intorno alle ferite.



Le due raggiere

I flagellatori dovettero essere due perché i colpi su ogni lato del corpo mostrano due precise rag­giere convergenti in due punti focali: i due carnefi­ci. E cioè le tracce dei colpi sono disposte oblique verso l'alto sulla parte alta della schiena, orizzonta­li alle reni, ed oblique verso il basso, nelle gambe.



Flagellazione e liberazione

Questa flagellazione così precisamente geometri­ca, conferma l'intenzione di Pilato di voler dare una lezione a Gesù prima di liberarlo. Normalmente, infatti, i condannati a morte di croce venivano flagel­lati mentre si recavano nudi, con le braccia legate alla trave portata dietro le spalle, al luogo del supplizio. Se Gesù fosse stato flagellato, come i suoi due compagni, durante il viaggio al Calvario, i colpi sarebbero distribuiti disordinatamente sulle varie parti del corpo. La S. Sindone invece ci rivela metodicità e quasi regolarità nella distribuzione e direzione dei colpi a raggiera, pienamente intonati al concetto di una punizione che doveva preludere alla liberazione come aveva inteso e voluto Pilato.

Ma che la flagellazione inferta a Gesù dovesse preludere alla sua liberazione, come ci dice il Vangelo (Lc 23, 16-20-22), se ne ha un'altra prova nella S. Sindone. Infatti, nella zona scapolare sini­stra e soprascapolare destra, che furono a contatto con il pesante patibulum (la trave orizzontale della croce, portata dal condannato al luogo del suppli­zio, pesante circa 40-60 chili) si notano due larghe contusioni con i segni ben visibili del flagrum. Ciò sta ad indicare che i colpi di flagello furono inferti prima che Gesù venisse caricato del braccio oriz­zontale della croce.

Cos'era successo? Quando a Pilato fu rinfacciato di non essere amico di Cesare e gli fu ventilata la possibilità di essere coinvolto politicamente con un "presunto Re dei Giudei", capitolò vergognosa­mente, si rimangiò tutte le proteste fatte sull'inno­cenza di Gesù e lasciò che lo si condannasse a morte (Gv 19, 12-16).



Osservazioni generali sulla Sindone - "La Sindone e la scienza medica" del Dott Giuseppe Toscano


A prima vista colpisce una doppia riga nera (e quindi bianca sul negativo) che corre quasi ininter­rotta per tutta la lunghezza del lenzuolo e i nume­rosi triangoli simmetrici di tela più bianca. Sono i segni dell'incendio di Chambery avvenuto nella notte fra il 3 e il 4 dicembre 1532.

Le parti nere sono porzioni di tessuto carboniz­zato, i triangoli bianchi sono rattoppi fatti dalle Clarisse di Chambery dopo l'incendio, per sostitui­re le parti di tela distrutte dal fuoco.

Fra le due righe nere e la serie dei triangoli, si intravvede l'impronta di una figura umana, nelle sue parti anteriore e posteriore.

Di queste impronte, alcune sono più vive e colpiscono maggiormente: sono macchie di san­gue; altre sono appena visibili, si presentano come un tenue sfumato e si confondono con la tinta giallastra del lenzuolo.

Il braccio destro è più muscoloso del sinistro, segno di un lavoro rude fatto dall'Uomo della Sindone. Le gambe mostrano i polpacci molto svilup­pati, indice che l'Uomo della Sindone aveva cam­minato molto. Ed, infatti, noi sappiamo che Gesù disse di non aver ove posare il capo e, per tre anni, si trasferì continuamente da un paese all'altro per predicare la "buona novella".

I piedi non sono completamente visibili sull'im­pronta frontale perché non furono completamente ricoperti dalla tela: sono invece ben segnati nel­l'impronta dorsale. Le dita dei piedi son ben distanziate l'una dall'altra, così come si trovano in chi non ha conosciuto calzature, ma ha camminato sempre o a piedi nudi o con semplici sandali.

L'insieme rivela una anatomia perfettamente proporzionata, sebbene con qualche eccezione, come la mancanza del collo nell'impronta anterio­re, il braccio destro più lungo del sinistro, la lun­ghezza esagerata delle gambe, dovuta ad un ripie­gamento del lenzuolo, la spalla destra più bassa che non la sinistra ecc. Queste eccezioni, come vedremo quando se ne dovrà parlare di volta in volta, sono di importanza decisiva a favore dell'au­tenticità della Sindone.

Le impronte danno una sorprendente impressio­ne di rilievo. Esse sono di color bistro, sfumate, senza contorni netti e si differenziano dalle mac­chie di colore tendenti leggermente al carminio che sono evidentemente dovute al contatto con sangue coagulato. Questi decalchi sanguigni, a dif­ferenza delle impronte del corpo, hanno limiti pre­cisi e presentano talora un alone più pallido, do­vuto al siero del coagulo.

Mentre le impronte del corpo formano un negativo fotografico, le impronte delle piaghe, essendosi formate per contatto diretto con coaguli di sangue, sono positive.

Su tutta la schiena le escoriazioni si sovrappon­gono alle numerose piaghe della flagellazione le quali si presentano come schiacciate e allargate rispetto alle altre come se esse fossero state sotto­poste ad un peso, che schiacciandole le ha riaper­te e allargate: il peso del corpo di Gesù morto disteso nel sepolcro.

Alcune contusioni poterono esser prodotte dai movimenti fatti dal Signore sulla croce per poter respirare.

Nell'impronta posteriore si noti a metà vita la grande colata che parte da destra e va verso sini­stra essa è l'impronta del sangue uscito dal costato quando Gesù fu calato dalla croce e posto oriz­zontalmente.

 Sulla Sindone il corpo di Gesù sembra pietrifi­cato: ciò fu dovuto alla tetania che Gesù dovette soffrire in croce. Tutto in Lui è spasmodicamente in tensione: tesi sono i muscoli della scapola e aderenti alle coste; tesi i quadricipiti femorali; tesi i glutei tondeggianti, a palla. Tutta la cassa toracica è risalita e ipertesa nello sforzo di massima inspira­zione; i due muscoli pettorali sono in contrazione, allargati e risalenti verso le clavicole.

Anche ad uno sguardo superficiale l'Uomo della Sindone colpisce per la sua armonica bellezza; spe­cialmente dalle morbide linee del Volto traspare dolce serenità, mistica pace e sereno abbandono.

Ma oltre all'armoniosa bellezza del viso, ci ap­pare un uomo di singolare perfezione: statura alta, cranio capace, faccia alquanto allungata; vasta, dritta e alta la fronte; naso forse leggermente aqui­lino, tipico della razza ebraica; zigomi grandi e un poco sporgenti; armoniose le linee del volto e degli arti; ben proporzionate in modo scultoreo sia la lunghezza che la larghezza del corpo.

Merita una menzione particolare il santo Volto. Nel negativo esso appare come un ritratto che riceve l'illuminazione da sinistra. Ai lati del viso appaiono i capelli lunghi e abbondanti, certamente accomodati da due mani pietose, le Mani della Madre sua. Infatti non sono in posizione naturale essendo il capo disteso, avrebbero dovuto ricadere sul piano e non lasciare così vistosa traccia di sé.

Il capo appare allo stesso livello del petto, per­ché ripiegato in avanti.

Probabilmente ai lati del volto doveva esservi qualche cosa che tenesse sollevata la tela, forse sac­chetti di profumo, perché non si vedono le parti laterali delle guance e il volto si è riprodotto senza deformazioni, in proiezione ortogonale perfetta.

Le parti più impresse, direttamente a contatto con il lenzuolo, sono le arcate orbitarle (le soprac­ciglia), il naso, i baffi, la barba e la guancia destra. Più sfumate, a seconda della distanza, si presenta­no le cavità degli occhi, gli avvallamenti ai lati del naso, la parte laterale delle guance.

La bocca e i baffi, riprodotti fedelmente, sono leggermente spostati a sinistra, rispetto all'asse fac­ciale, per l'imperfetta distensione del lenzuolo, for­mante in tale zona una piccola cavità.

La barba si presenta non eccessivamente lunga. Si distinguono assai bene sui capelli e sul viso varie macchie di sangue.

Parlando della nascita di Gesù il santo Vangelo dice: "Mentre si trovavano in quel luogo (a Bet­lemme) si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia." (Lc 2, 7) Gesù fu concepito miracolosamente, nacque mira­colosamente lasciando intatta la verginità della Madre sua, ma fu vero uomo.

Contro i doceti, eretici del primo secolo, i quali sostenevano che l'incarnazione del Verbo Figlio di Dio era stata solo apparente, la Sindone ci dà una prova irrefutabile della reale umanià di Cristo. Infatti, le fotografie tridimensionali fatte dal prof. Tamburelli mostrano sul ventre "un lieve avvalla­mento che ingrandito ha rivelato la presenza del legamento ombelicale".

Ecco alcune misurazioni rilevate dal Prof. Iudi­ca-Cordiglia:

Lunghezza del capo cm. 18,4
Larghezza del capo cm. 14,7

Larghezza bizigomatica cm. 12,4

Altezza della faccia cm. 17,5

Statura m. 1,81

Lunghezza dell'arto sup. cm. 60, 5

Lunghezza dell'arto inf. 84,6

 "Dando uno sguardo ai valori ottenuti, vediamo apparirci in tutta la sua imponente bellezza... un uomo di singolare perfezione... armonioso nelle linee del tronco e degli arti e proporzionato in modo scultoreo sia nella lunghezza come nella lar­ghezza... corporea, che potrebbe o dovrebbe essere classificato al di sopra e al di fuori di ogni etnico".
(Prof. Iudica-Cordiglia)

Il volto dell'uomo della Sindone secondo lo studio Macbeth di New York di Ray Downing per uno speciale di History channel