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martedì 29 ottobre 2013

Il commiato

Nessun intoppo. Tutto andava perfettamente. Non avevo 
dimenticato nulla, tutto era pronto, io era pronta, ognuno era pronto, i facchini 
per i bagagli, il buon Issa per salire in serpa, sulla vettura che mi aspettava, pronta 
anche essa, poco lontano, fuori il grande arco di pietra di Bal-el-Khalil: pronti, tutti. 
E, a un tratto, io ebbi una scossa, uno di quegli avvertimenti bizzarri, interiori, 
indistinti, imprecisi, ma profondi: avevo dimenticato qualche cosa. Mentalmente, 
feci una ispezione nella mia stanza, in tutti i mobili, in tutti i cassetti: numerai i 
grandi e piccoli bagagli: frugai nelle mie tasche, nella borsetta da viaggio: tutto 
era in regola. Ma la impressione persisteva: si faceva più forte. Io avevo 
dimenticato qualche cosa. 
Cercai nella mia memoria, e avessi fatto tutto, vistato il passaporto, telegrafato a 
Napoli, telegrafato a Costantinopoli, impostate le lettere, avvertito l’ufficio del 
Lloyd a Jaffa, per il posto sul battello. Tutto, tutto era stato fatto con una rara 
precisione. Ma più vivida, in me, sorse la voce che mi suggeriva: hai dimenticato, 
hai dimenticato, ricordati, ricordati! Lentamente, tormentata, discesi per le scale 
dell’albergo, fra i saluti usuali di padroni, di segretari, di servi, di portinai ancora 
sulla soglia, prima di avviarmi verso la carrozza che doveva condurmi alla stazione, 
prima di dare le spalle a Gerusalemme, mi fermai pensando. Che cosa, dunque, 
avevo dimenticato? Avevo io salutato tutti? Tutti? E la verità mi balenò nell’anima, 
abbagliante. Io avevo dimenticato di salutare Nostro Signore. 

Ah che quando, ritornata, di nuovo, frettolosamente, convulsamente, sola, 
alla chiesa del Santo Sepolcro, alla tomba di Gesù Cristo, pochissimi minuti prima 
della partenza, spinta da un bisogno irresistibile di addio, io mi prostrai e stesi le 
braccia, su quel marmo, io fui presa da una disperazione lacerante, straziante.  

Mai più, mai più io sarei ritornata, nel breve corso dei miei giorni, a Gerusalemme; 
mai più mi sarei accostata a Gesù, nella sua vita, nella sua passione, nella sua 
morte, così, come allora; mai più avrei toccato, col mio viso ardente, con le mie 
labbra ardenti, quella fredda pietra che ha coperto la sua salma; mai più avrei 
bagnato delle mie lacrime il suo sepolcro. Mai più, mai più la vita mia, legata a 
tanti doveri e a tanti affetti, mi avrebbe ricondotta laggiù, in piissimo 
pellegrinaggio. Non si va in Gerusalemme, se non una sola volta. Mai più avrei 
valicato, nel ritorno, le sue porte fatali e mai più il mio cuore si sarebbe franto, così. 
Era finito. Finito. Provavo l’immenso, invincibile dolore della fine. Come sul 
cadavere di mia madre, su cui mi ero gittata, sola, nella più terribile e deserta sera 
della mia esistenza, io singhiozzavo, inconsolabilmente, sul sepolcro di Gesù. Non 
vedevo, non sapevo più nulla: tranne che tutto era finito, che, da quel giorno, da 
quell’ora, io mi separavo per sempre da Sionne. Dovevo andare: tutto era finito. 
Tre volte, piangendo, tornai indietro, nella sacra stanzetta e ne baciai, come il 
figlio bacia il cadavere di sua madre, sì, di sua madre, non solo la tomba, ma le 
pareti, ma la soglia: tre volte mi prostrai, piangendo, dovunque Egli era passato, 
dal Golgotha alla tomba. Chi mi guardava, sorpreso? Chi si commoveva, al mio 
dolore, in quell’ora di separazione? Non so. Non vidi. Non vedevo nulla. Forse, 
nessuno mi guardò e mi udì. Forse chi mi guardò o mi udì, conosceva questo 
scoppio di angoscia, in quel minuto supremo di divisione. Forse, altri hanno pianto 
con me. Non so. Non vidi. Non ricordo. Abbracciai le colonne e baciai i gradini di 
ogni altare, come se mi separassi da qualche cosa umana, per sempre, Mi voltai, 
dalla soglia, e salutai, piangendo, come si saluta il cadavere che sparisce, e 
pensai che io, sì, sarei morta e la gran chiesa resterebbe sempre viva, che la 
grande tomba, viva, vigilerebbe sull’anima e sui cuori dei cristiani, che io sarei 
morta, senza mai più rivedere nè Gerusalemme, nè il sepolcro del Signore. Chi 
seppe la via che percorsi, a piedi, chiusa nel dolore, lacrimando, a capo basso? 
Chi si ricorda per dove passai, che cosa feci, quali furono i miei atti, uscendo dalle 
porte di Sionne, facendomi trascinare alla stazione? Andavo, mi conducevano, 
muta in un velo di dolore e di lacrime solitarie, da nessuno asciugate, che nessuno, 
che niente avrebbe potuto asciugare! La vettura conduceva un dolore, 
profondato nell’anima ed effuso nei soffocati singulti, nelle lacrime che 
incessantemente scorrevano sul volto bruciante, che nulla poteva reprimere, 
inaridire. Conduceva un dolore, ecco tutto. 


Un dolore profondo, sgorgante dall’anima spasimante, vide il vagone della 
piccola ferrovia che doveva strapparmi, velocemente, per sempre, da 
Gerusalemme. Guardavo, guardavo, dal finestrino, con occhi fissi e desolati, 
Sionne, alta sui suoi colli, come si guarda il viso di chi non si vedrà mai più: e bene 
avevo pensato, pregando che niuno mi avesse accompagnato alla stazione, in 
quella mattina.. Io non avrei potuto separarmi liberamente, nella libertà del mio 
dolore, dalla città dell’anima. Attorno a me, degli inglesi, vedendomi, dallo 
sportello, guardare così intensamente e piangere, dissero, fra loro, che io dovevo 
essere malata o pazza: mi rammentai, più tardi, il suono di quelle parole, non le 
compresi, allora, subito. Guardavo. Impregnavo la mia vista e il mio cuore 
 dell’ultima visione di Gerusalemme: cercavo di portarne meco ogni linea, ogni 
colore, ogni particolare, per poterla evocare, sempre, nella lontananza, nell’esilio. 
Guardavo. Nulla sapevo di nulla. Il grande fracasso della stazione mi giungeva 
indistinto. le facce, intorno, mi parevano di fantasmi: mentre il sole scintillava e 
l’aria era brillante e l’ambiente era incantevole. Tutto io volevo trasportare, nei 
miei sensi, nella mia immaginazione, nell’anima mia, di quegli aspetti e di 
quell’ora. Il fischio stridente attraversò l’aria e il treno si mosse. Tutto era finito: 
Gerusalemme spariva, innanzi ai miei occhi avidi, desolati, che sempre cercavano 
vederla, mentre il treno affrettava i suoi giri di ruota. Tutto era finito. Potevo vivere, 
patire, gioire morire, niente di tutto quello, io avrei riveduto e provato. Così, nello 
spasimo lacerante, quando il cuore si rompe in due, separandosi, mentre la torre 
di Davide si dileguava nella distanza, io feci un giuramento e feci un voto. Giurai, 
che, per Gesù, per la sua fede e per il suo paese, benedetto e consacrato dalla 
sua vita, o dalla sua morte, avrei scritto un libro, non il più artistico dei miei libri, ma 
il più umano: non il più bello, ma il più sincero: giurai che lo avrei scritto con umiltà 
e con speranza, da cristiana, per umili e speranzosi cristiani. 
E ho tenuto il giuramento e sciolgo, oggi, il voto. Io depongo questo libro ai 
piedi della Croce, ad Essa tendendo le braccia, per me, per i miei figli, 
mormorando per me, per essi, le parole degli antichi cristiani: Ave, spes unica. 
{Nel paese di Gesù - Matilde Serao}

Magdala

Negli Evangeli, qua e là, ora precisamente, ora vagamente, la figura di una 
peccatrice appare. La forma del suo incontro con Gesù varia: varia il posto 
dell’incontro; e a chi legge superficialmente può parere che queste sieno due o 
tre donne. Ma se si legge bene, si vede che l’essenza morale del fatto, è una 
soltanto: Cristo perdona a questa peccatrice. E, scrutando con occhi attenti, si 
scorge che è anche una sola, la donna. Essa è Maria di Magdala. La pittura 
antica, italiana e straniera, ci ha dato una Maddalena bellissima, sempre, per lo 
più bionda e formosa, i pittori le hanno disciolto sulle spalle i capelli a onde di oro 
e le han dato un carattere terreno, senz’ombra di poesia. Invece, la tradizione di 
Palestina, tradizioni a cui si deve credere giacchè ivi è il paese dove le antiche 
storie, più si scende nel popolo e più sono vivamente conservate, la tradizione 
parla di una donna ebrea nel suo tipo alto e snello, in quell’armonia elegantissima 
di movenze, con un volto ovale e bruno, con gli occhi lunghi e fieri, con una 
bocca rossa come un fiore di granato, con una massa di capelli neri. Questo a 
udire i racconti degli agricoltori e dei pescatori di Galilea, è il vero ritratto di Maria 
di Magdala. E che importa, se pur non facendone il Tiziano la sincera effigie, la 
sua arte ha saputo legarcj anche con quella forma, splendida di colore e di vita? 
Non conta sola la verità nell’arte, conta anche, e sovra tutto la bellezza. Forse, 
hanno ragione i coltivatori di Magdala che mi descrissero la figura della loro 
grande Maria, come è giunta sino a loro, la figura flessuosa e seducente, piena di 
grazia muliebre, e il lampeggiare dei bruni occhi e l’irresistibile sorriso della sua 
bocca: ma anche il Tiziano ha ragione! Viveva ella in Magdala, quando s’incontrò 
col Signore e fu nel tempo delle sue peregrinazioni lungo il lago di Tiberiade, o ella 
lo vide in Gerusalemme? La cosa è incerta. Forse, la orgogliosa donna, avvolta 
nelle sue ricche vesti, col manto di seta bianca che le circondava la bellissima 
testa e donde uscivano le trecce odorose de’ suoi capelli, poggiata la fronte alla 
piccola mano carica di gemme, avvolta in una nube di odori balsamici, era 
partita dalla sua città natia, e nell’alto palanchino aveva attraversata la distanza 
grande che divide Magdala da Nazareth, e la grandissima che separa Nazareth 
da Gerusalemme: aveva viaggiato forse, sotto i cieli chiarissimi d’Oriente, dove 
volano le tortore azzurre, fra una vegetazione florida e ricca, andando alla città 
della Legge, che era la gloriosa Sionne, ma era anche la città del lusso e dei 
piaceri. Nel suo cuore, inaridito dall’avvampante soffio dell’egoismo, Maria di 
Magdala non portava traccia di tenerezza veruna: e mai lagrima veniva a 
molcere la scintilla superba della sua pupilla. Dura e crudele, dunque: e fiera 
anche della sua esistenza esteriore, fiera delle sue dovizie, delle sue pietre 
preziose, delle vesti, della sua inarrivabile beltà, che sollevava un mormorio di 
ammirazione, dovunque ella trascorresse! Ma, un giorno, la rosa di Magdala 
cominciò a declinare sullo stelo: ella illanguidì in un tormentoso pensiero: ella sentì 
intorno a sè il disprezzo della gente: ella trovò accumulati sul suo capo e sulla sua 
coscienza, tutti i peccati che aveva commessi: e un grande orrore di sè e della 
vita la prese. Ella, perseguitata, beffeggiata, insultata, corse ai piedi del Signore e 
vi restò prostrata, aspettando la sua condanna. Momento supremo! Cristo 
perdonò. Ah, fu allora che il cuore di Maria di Magdala si franse, fu allora che un 
fiume di lacrime roventi uscì da quegli occhi che non avevano mai pianto, e 
questo fiume portò via tutte le impurità di quell’anima e la lasciò linda e nitida, 
tutta fervida di speranza, tutta fremente di affetto. 
Da questo giorno, Gesù acquista a sè un’anima che vale quelle di tutti gli 
apostoli, per la passione, per l’intensità, per l’abbandono, per la devozione; egli 
ha con sè, non una donna che lo segue, così, per vana curiosità, per fantasia, ma 
una creatura tutta a lui dedicata, ma un’adoratrice spirituale, ma una sorella 
dell’anima, ma una serva di tutte le ore. I suoi sottili piedi che non avevano mai 
camminato, non si stancano nelle vie lunghe e pietrose, dietro al piccolo corteo di 
Gesù: le sue mani che non avevano mai lavorato, si piegano alla fatica materiale: 
la sua anima che non aveva pregato, mai, si inchina alla Maestà del Padre, che è 
nei Cieli. Ella segue Gesù, dappertutto, ombra fedele e costante spirito di 
previdenza e di protezione, cuore sagace e tenero e pauroso e pur valoroso; è la 
prima ai pericoli, ai dolori, alle fatiche, l’ultima al riposo e alla pace. le tracce di 
Maria di Magdala sono dapertutto, dovunque Gesù ha posato la testa, dovunque 
egli ha pronunziato una parola. Nella città di Bethsaida, dove egli fece i suoi 
maggiori miracoli, e sulla montagna di Hattine; nelle campagne di Safed, dove 
egli predicava a un popolo di coltivatori, e sotto gli archi del Tempio, nella crudele 
Gerusalemme; in quel meraviglioso sentiero che dalla campagna discende ai 
lago di Tiberiade, sentiero percorso, da Gesù, per anni, ogni giorno, che conduce 
a uno dei più belli paesaggi del mondo, e negli orti di Getsemani. Dovunque! 
Ella gli deve tutto. Era morta nell’aridità e nel peccato, ed egli l’ha 
risuscitata; ignorava l’emozione ed egli gliene ha data una ineffabile; non 
conosceva la virtù nobilitante del dolore e questa forma di purezza, è scesa in lei: 
tutta la sua redenzione morale è stata fondata sovra una semplice parola di 
perdono. Vedete Maria di Magdala, nella Settimana di Passione. Ella è nella folla 
plaudente, nel giorno degli Ulivi, un giorno inebbriante di poesia primaverile e di 
gloria del Signore, ultimo giorno di luce e di sorriso. Ma il tradimento di 
Ghetsemane si compie, gli apostoli fuggono: ella segue Gesù, la passionale 
donna, dall’orto dell’agonia spirituale, sino al palazzo del Gran sacerdote; ella 
passa la notte fuori la porta, nella via, aspettando la sentenza. Il suo spasimo viene 
subito dopo quello di Maria di Nazareth. Dovunque Gesù soffre, un altro cuore è 
straziato: dovunque egli patisce, un lamento represso tenta schiudere le labbra di 
Maria di Magdala. Ella va dal Pretorio al Golgotha, ella si ferma dirimpetto alla 
croce, ella vede morire Gesù, e il suo grido è alto, il suo singhiozzo clamoroso: ella 
si ferma dal piangere, solo per aiutare Giuseppe d’Arimatea e il buon Nicodemo, 
alla deposizione dalla croce; ella porta il balsamo e i profumi per imbalsamare 
Gesù: e, all’indomani, è lei la prima ad accorrere alla tomba, è lei che trova la 
pietra smossa, e corre ad avvertire gli apostoli, è lei che vede riapparire Gesù, la 
prima volta. Giuda ha tradito, Pietro ha rinnegato, Tommaso era incredulo, spesso 
gli apostoli erano incerti, diffidenti; Maria di Magdala ha tutto creduto e ha 
sempre creduto. Maria di Magdala ha avuto una fede assoluta, un affetto 
assoluto, un abbandono assoluto. Tutto il buio ardore della sua anima, si era 
cangiato in luminoso ardore; e tutta l’essenza passionale del suo cuore, era 
diventata misticismo. Verranno, più tardi, le sante Terese e le sante Francesche, le 
sante Marie Egiziache e le sante Caterine, ma ella avrà raccolto in sè tutte le 
estasi e tutti i dolori, tutti i rapimenti e tutte le umiliazioni, ella sarà stata fedele nella 
vita e nella morte, sino alla tomba e più in là. 
Io ho visitato questo paese di Magdala. In una sera di estate sulle sponde 
del lago di Tiberiade, ho lungamente discusso con un povero barcaiolo — povero, 
sì, ma discendente, forse, di san Pietro, o di san Giacomo, o di san Giovanni — un 
contrattino, per cui egli doveva imbarcarmi, l’indomani mattina alle sei, me e il 
mio dragomanno Mansur, per attraversare tutto il lago e sbarcarmi a Medjdel che 
è in linguaggio nostro, Magdala. Il piccolo villaggio della grande peccatrice, della 
grande penitente, è sulla costa occidentale del mare di Galilea: distante dalla 
spiaggia, cinquecento passi. Il barcaiuolo mi chiese trenta lire, per quel tragitto: gli 
furono concesse. Mi dichiarò che ci volevano, per percorrere quei dieci chilometri 
di lago, coi remi, quattro ore per andare e quattro per ritornare. La vela? Non vi è 
mai molto vento, sul mare di Genesareth. Alla mattina, non ve ne è niente: al 
ritorno, si ha il vento contro. Quattro oro, otto ore? Sicuro. E la barca, dove era? 
Poco lontana. Andammo a vederla. Grande, piatta, greve, incomodissima. Otto 
ore, proprio? Forse più, anzi. Un sospiro al sogno poetico di attraversare tutto quel 
lago di Tiberiade, dove, un tempo, cento barche a remi e a vela, davano il pane 
agli abitanti di quelle rive e l’allegrezza al paesaggio, dove, ora, solo quattro o 
cinque barche rimangono, sospinte pigramente da barcaiuoli silenziosi, che 
hanno dimenticato il loro mestiere. Un sospiro al bel sogno di percorrere il lago dei 
grandi miracoli, ove Gesù Cristo camminò sulle acque, ove fece la pesca 
miracolosa, ove sedò la bufera: un sospiro e una decisione. 
— Andiamo a cavallo, a Magdala, Mansur. 
— Meglio, Madame. 
Il barcaiuolo se ne va, silenzioso, senza protestare. 
Forse è abituato a queste delusioni, Pochi, pochi, vanno in barca a 
Magdala, a Bethsaida, a Capharnahum. Il duro viaggio di Tiberiade, che nessun 
touriste di curiosità compie e che solo i più ferventi pellegrini di religione fanno, fino 
all’ultimo, spezza le svanenti forze dei viaggiatori. A cavallo, per questa estrema 
gita, a cavallo, per chiudere il ciclo di queste bizzarre ed emozionanti giornate! La 
mattinata è fresca, è vivida, tutto è felice, intorno: il mio cavallo ha riposato, è un 
piccolo arabo lieve come un uccello, basta chiamarlo per nome, pianamente, 
per farlo correre, gentilmente, leggermente. Si chiama: Aoua, il vento. Bel nome! Si 
va lunga la sponda del lago, si vede tutta la base della collina di Hattine, di quel 
benedetto monte delle Beatitudini dove il re Balduino perdette una terribile 
battaglia contro i mussulmani, e con essa il trono di Gerusalemme, e l’opera dei 
crociati fu distrutta. Attraversiamo il campo delle spighe, ove Gesù disse una delle 
sue più belle parabole: ecco il colle dove avvenne la moltiplicazione dei pani e 
dei pesci. Dolce mattinata: dolce ora, profumata di erbe ancora roride e 
fragranti: dolce corsa, attraverso la campagna, mentre il lago che è tutto di un 
azzurro d’argento, appare e scompare. Il mio cavallino Aoua e quello di Mansur 
vanno, vanno, come se non portassero nessuno, con un passo ritmico, quasi 
musicale: e invece di mettervi due ore, per arrivare a Magdala, noi vi giungiamo 
in un’ora e un quarto. 
Magdala! È un povero piccolo villaggio, consistente in alcune case, fatte di 
basalto. Esse hanno l’aria triste e oscura; esse sono raggruppate, qua e là 
disordinatamente. Altra volta vi era, in Magdala, anche una chiesa cattolica, 
molto bella; essa fu distrutta, nel milletrecento. Una di queste strane case nere 
albergò, forse, nell’adolescenza e nella giovinezza, Maria Maddalena! Chi sa! Io 
erro, intorno, cercando qualche traccia che la immaginazione può render 
palpitante d’interesse. Ecco un grande palmizio e alcune ruine poco lungi, che 
esso doveva ombreggiare. Fu qui, forse, che ella dimorò, donde ella si partì, per 
portare a Gerusalemme la sua beltà, il suo ardore pei, piaceri e il suo lusso? 
Questo palmizio, forse, ricorda un giardino di delizie. Più in là, a sinistra, presso la 
via, verso la fine del villaggio, vi sono gli avanzi di un grande muro. La sua casa, 
forse? Chi sa, chi sa? Tutto è avvolto di mistero. Pure, Magdala esiste. Cinque 
erano le città lungo il lago, quando Gesù vi portò la sua predicazione: 
Capharnahum; Bethsaida; Dalmanutha; Chorazin; Magdala. Dovunque egli ha 
portato il suo potere divino, ha parlato, ha predicato, ha insegnato, ha fatto 
miracoli di tenerezza, di pietà, di sapienza, ma il cuore degli uomini restò chiuso, 
duro e gelido come la pietra. Ricordate la terribile minaccia dell’Evangelico? Guai 
a te, Capharnahum, guai a te, Behsaida, poichè in voi ho parlato e ho fatto 
miracoli e non vi siete convertite! Guai a te, Chorazin, guai a te, Dalmanutha, 
giacchè se in Sodoma e Gomorra fossero stati fatti miracoli come da voi, Sodoma 
e Gomorra si sarebbero pentite. Ebbene, la maledizione di Gesù ha colpito queste 
città! Sono ruinate Chorazin e Dalmanutha. Sono ruinate Capharnahum e 
Bethsaida; delle cinque città, solo la piccola Magdala resta in piedi. Rimarrà, 
dicono i poveri pescatori, i poveri agricoltori, finchè durerà il mondo. Magdala è il 
paese della sublime penitente: e il perdono di Gesù non si cancella. 
{Nel paese di Gesù - Matilde Serao}

Il monte delle beatitudini

Una di queste colline, distante un quarto d’ora dalla brutta città di 
Tiberiade, piena di pompose vestigia romane, — Tiberiade è data, ora, al 
giudaismo più assoluto — una di queste colline, sorgente sulla spiaggia 
occidentale del mare di Genesareth, ha la linea più bella e più attraente di tutte, 
un po’ separata in due, alla sua cima, con una viuzza bianca fra le erbe fragranti 
e i fiorellini gialli, viola, grigi, che ascende placidamente verso la cima e vi ci 
conduce, senza fatica, in altri quindici e venti minuti. Io desiderava assai di salire 
sovra uno di quei colli, per guardare, dall’alto, tutto lo spettacolo imponente e 
grazioso di Genesareth, per chiudere, in uno sguardo, tutto il paesaggio, ove Gesù 
ha portato la sua predicazione e ha annunziato l’avvento del Regno dei Cieli: ma, 
forse, non avrei scelto questa collinetta, se, prima di avviarmi, il fedele 
dragomanno non mi avesse raggiunta, aspettando, a qualche passo di distanza, 
nel più profondo silenzio orientale, e nella più profonda pazienza egualmente 
orientale, che io facessi o dicessi qualche cosa. 
— Come si chiama quella collina? — gli chiesi. 
— Collina di Hattine, madame — rispose. 
Tacqui. Guardavo. Esitavo. Forse, più in là, avrei potuto trovare qualche più 
elevato punto di vista. 
— Ha anche un altro nome — soggiunse Mansur, il preciso dragomanno. 
— E quale? 
— Hattine è il nome arabo. Il nome cristiano è: il monte delle Beatitudini. 
Trasalii e spalancai gli occhi in viso al mio dragomanno. Egli, supponendo 
che non comprendessi, mi spiegò meglio: 
— Dove Gesù annunziò le nove beatitudini. 
Gli voltai le spalle, bruscamente, e mi misi in cammino, per il colle di Hattine. 
Tranquillo, muto, egli mi seguiva a distanza e quasi io non udiva il suo passo. La via 
era facile: qualche sasso, ogni tanto, franava sotto il piede. Io mi voltava a mirare 
il mare di Genesareth, su cui il sole era sorto non ancora ardente, biondo, dai 
raggi tenui. Le mie gonne frusciavano contro le erbe, piegavano i fioretti dallo 
stelo breve. Arrivai a una prima spianata, ove dei grandi massi di macigno 
sporgevano, fra il verde: macigno non più grigio, quasi bianco, quasi simile al 
marmo: sembravano dei poggiuoli, in circolo. Li contai: erano dodici. Poi, 
anelante di orizzonte, ripresi la molle salita e giunsi all’ultima spianata, fra le due 
cime del colle di Hattine. Il mare di Galilea sembrava più largo, più largo, oramai 
tutto preso dal sole: Tiberiade biancheggiava, sulla riva, diventata più piccola: e 
fra i colli più bassi, la Galilea si allungava, nei suoi campi, nelle sue pianure 
apriche, verso tutte le direzioni. Limpidissima la luce, adesso, permetteva di 
scorgere molto lontano. Laggiù, laggiù, ecco le rovine di Capharnahum e di 
Bethsaida; più in là, quelle di Dalmanutha e di Chorazin, le quattro città dove 
Gesù fece tanti miracoli e di cui non giunse ad infiammare la tiepida fede. 
All’orizzonte, verso occidente, qualche cosa si distingue, di più oscuro, sulla 
campagna: è Magdala, è la piccola città di Maria Maddalena, la città che non è 
stata distrutta, poichè il Signore volle così premiare la sua serva. Spettacolo 
mirabile! Quaggiù, dove i miei occhi si abbassano, è il posto dove avvenne la 
moltiplicazione dei pani e dei pesci: sulla prima spianata, quei dodici massi di 
granito sono i dodici poggiuoli ove sedevano gli apostoli, ad ascoltare la parola di 
Gesù e che egli promise di trasformare in dodici troni. Mirabile spettacolo e 
mirabile posto! Qui, per tre anni, ogni giorno è asceso Gesù. 


Ogni giorno! Egli aveva bisogno di altitudini; egli sentiva il bisogno di 
riavvicinarsi al Cielo. donde veniva, per trarne la sorgente di ogni sua forza. Dopo il 
battesimo, non era egli restato quaranta giorni sull’arido, scabro, tremendo monte 
di Gerico, a digiunare, a pregare, tentato dal Maligno? Egli amava i colli, i monti; 
ivi la sua parola acquistava un calore e una dolcezza, vivissimi. Su questo colle di 
Hattine, egli saliva volentieri, ogni giorno; condotta dai suoi fedeli adoratori, dai 
suoi apostoli, una turba di uomini, di donne, di bimbi, lo seguiva, incantata 
affascinata, sapendo che, a un certo punto, sarebbero uscite dalla sua bocca 
parole sublimi. Per il colle disgradante, la folla si spandeva, sedendo sull’erba, 
sedendo sui sassi, formando dei gruppi lieti e dei gruppi pensosi, aspettando che il 
Maestro dicesse loro qualche cosa che li confortasse e li esaltasse. Egli, talvolta, 
restava a mezza costa, in mezzo ai suoi amici, ai suoi discepoli, ai suoi ferventi, 
parlando loro pianamente, con quella soavità delle ore belle e serene, quando 
tutta la semplicità nella natura germogliante, fiorente, calmava l’ardore del suo 
cuore bruciante. E l’ora trascorreva, piena di una gioia puerile e gioconda, all’aria 
aperta, al cospetto del cielo, delle acque, delle campagne, dei villaggi: l’ora 
trascorreva e quella turba non pensava nè alle sue case, nè ai suoi negozii, nè alle 
sue tristezze, dimentica, estatica. Talvolta, però, venivano le grandi giornate dello 
ammaestramento e della profezia: venivano le ore della emozione solenne, per 
quella voce che scendeva dall’alto, che si dilungava per le coste del colle di 
Hattine, per quella voce che proclamava prossimo il Regno dei Cieli: ore di gioia 
suprema che faceva delirare quei semplici, quegli umili, quei poveretti. Sparito il 
dolore, sparita la povertà, vinta la morte: ecco la divina promessa. La turba, fra le 
prode erbose e fiorite di Hattine, gridava di allegrezza, piangeva di allegrezza, le 
madri abbracciavano i figliuoli, sollevandoli verso Gesù, perchè li benedicesse. 
Bastava, in quei giorni, la domanda di un discepolo, l’esclamazione di una donna, 
la lacrima di un bimbo, perché il Maestro profferisse le verità fulgide che non 
saranno mai obbliate. O Hattine, fu qui! In un giorno tiepido di primavera, quando 
tutto era fragrante, intorno, e dal lago sei barche erano rientrate cariche di 
pescagione, Gesù risalì questo colle e la folla disertò le case, le capanne, le tende 
e i villaggi furono vuoti e muti, e le sponde di Genesareth solinghe. Quel giorno, 
mentr’egli ascendeva, in alto, la luce era così fulgida, l’aria era leggera e così 
carezzevole, i campi avevano tanto molle ondeggiamento di erbe e di piante, 
che una ebbrezza naturale scolorava i volti di tutti, dando loro il senso di qualche 
grande cosa che si dovesse compiere, imminente. Per qualche tempo, prostrato 
Gesù pregò: quando si levò, la folla ebbe il sussulto profondo delle inobliabili 
giornate. Di quassù, sotto il purissimo firmamento, innanzi alla distesa azzurra del 
mare di Galilea, in questa campagna fertile e benedetta da Dio, a quella folla di 
pescatori e di agricoltori, a quella folla di donne e di fanciulli, a quella gente 
candida e povera, egli disse le insuperabili parole che, più tardi, per duemila anni, 
commuoveranno l’universo col nome di sermone sulla montagna. Di quassù, 
furono proclamate le beatitudini dello spirito, che solo esse dischiudono il 
paradiso. E la parola che più sarà la consolazione, la liberazione, la esaltazione 
delle anime sofferenti, nel mondo, il conforto, la fiducia, la fermezza, la speranza 
estrema incrollabile: Beati coloro che piangono. Qui, ha detto questo. Baciamo la 
terra. 
 { Nel paese di Gesù - Matilde Serao }


La storia della Madonna

Due paesi di Galilea si disputano la gloria di esser la patria di Maria: Sephoris 
e Cana. È vero che Anna e Gioacchino avessero in Cana qualche piccola 
proprietà, giacchè il padre e la madre della Madonna non erano assolutamente 
poveri, ma ne avevano anche verso il confine della Galilea, sul monte Carmelo, 
dove venivano ogni anno, con la piccola Maria: è anche vero che in Cana di 
Galilea vi fossero molti parenti di Maria, ma, oltre questo, non esiste nessun’altra 
prova e Cana si deve, si dovrà sempre contentare di essere il paese delle famose 
nozze, il paese dove Gesù si compiacque di fare il primo miracolo. Con una quasi 
certezza si può affermare che Maria Vergine è nata in Sophoris, un grosso borgo 
che resta a mezza via fra Tiberiade e Nazareth, ma molto più vicino a Nazareth, 
che a Tiberiade. Come quasi tutti i bei paesi di Galilea, Hephoris è collocata sovra 
una collina e la umile casa di sant’Anna e di San Gioacchino è proprio in cima al 
poggio e il nome di Maria, Miriam, Mariam, Mara, è molto comune in Galilea, e 
ritorna stranamente nella vita del Cristo, come per un magico concentramento: 
Maria, la sua dolce madre; Maria di Cleofe, la zia, cugina di sua madre, ardente e 
devota: Maria di Bethania, la sorella di Lazzaro, che lo ascoltava incantata, nei 
giorni in cui egli dimorava da loro; Maria di Magdala, la passionale penitente, che 
purificò così nobilmente l’impuro metallo della sua anima. La tradizione parla della 
infanzia della Madonna, come di un periodo soave: dice che ella era bruna e 
fine, che aveva delle piccole mani gentili e dei piccoli piedi, che ella amava la 
sua casa e la solitudine, che ella era una creatura laboriosa, sorridente e 
taciturna. Quando i due vecchi genitori partivano per qualche pellegrinaggio, a 
piedi, con quelle lunghe e lente tappe di Palestina, portavano sempre seco la 
piccoletta: e ancora la tradizione dice che ella ascese varie volte sul monte che 
chiude il golfo di san Giovanni di Acri, che di lassù Maria contemplò il cielo e il 
mare e che il Carmelo fu così benedetto dalla sua presenza, dal suo pensiero, dal 
suo sogno. Ma ella ritornava volentieri al silenzio della sua casetta di Sephoris: ella 
ne uscì, a tredici anni e mezzo, quando andò sposa a Giuseppe, il falegname di 
Nazareth. 

Niuno che conosca l’Oriente si stupirà dell’età in cui si è sposata la 
Madonna: tali nozze sono consuete, in quei caldi paesi dove la vita è precoce. Nè 
è a meravigliarsi che sia stata data una giovanetta a un uomo già maturo, quasi 
vecchio. La donna orientale è così abituata a un profondo rispetto per l’uomo, 
che la differenza d’età non fa che raddoppiarlo: dice la tradizione che Maria 
venerava Giuseppe. La loro casa, piccola, sorge proprio all’entrare di Nazareth, 
avendo innanzi un lembo di quella valle beata: essa era addossata alla roccia, 
come quasi tutte le case di Galilea ed era fatta di due stanze, una di fabbrica, 
una di roccia e una terza piccola stanza, che chiamano la cucina della 
Madonna, e che ha una porticina sul giardino: anzi, da una viottola, che si parte 
da questa porticina, si raggiunge la bottega di San Giuseppe, attraversando dei 
campi, senza rientrare in Nazareth. 
Ella visse colà, Maria, sino al giorno in cui fu la Prescelta, senza che la sua 
esistenza uscisse dal limite della sua famiglia, della casa. Come tutte le altre 
donne nazzarene, ella portava una gonna di un rosso cupo, stretta da una cintura 
alla persona: e un gran manto di lana azzurro cupo, anche stretto alla cinta, 
ricadente sulla veste e rialzato sulla testa, sino alla fronte; ella andava scalza, 
come moltissime nazzarene. La via che conduce dalla sua casa alla fontana, l’ha 
vista ogni giorno passare, portando l’anfora inclinata sul capo, o poggiata sul 
fianco: e la fontana vide chinarsi il bel volto fine e puro sulle sue chiare onde. La 
via è pietrosa, è lunga: la fontana è quasi fuori Nazareth: ma Ella vi è venuta, ogni 
dì, e vi ha compiuto l’umile ufficio di attingere l’acqua: più in là, in quella vasca, 
che è sempre circondata di brune e belle donne nazzarene, ella ha lavato i panni 
del bambino Gesù. 
Il lavoro e la preghiera, ecco quello che fu la vita prima di Maria, la sposa di 
Giuseppe. Nel beato giorno di primavera, quando Gabriele discese a salutarla 
ella pregava: l’Arcangelo le apparve sulla soglia della prima stanza, mentre Ella 
era nella seconda. Il cuore credente, laggiù, può evocare tutto il santo dialogo, 
tutta la mistica scena, mettendosi a orare, nel posto ove Ella orava, guardando 
nella penombra, se qualche cosa di luminoso non appaia! 


Più tardi, Maria, stretto al petto il figliuolino, non fa che fuggire i pericoli, 
onde l’amata testa è minacciata: insieme con Giuseppe, essi si esiliano in Egitto, 
facendo mesi di cammino, errando di qua e di là, dormendo nei campi, nel 
tronco di un grande e vecchio albero, chiedendo il cibo alle erbe ed ai frutti. Sono 
anni di esilio fino a che, diradato lo sgomento della persecuzione, la Madonna 
ritorna a Nazareth, ritrova la sua casetta, riprende la sua oscura vita. Adesso, 
quando ella va alla fontana, mortificando i suoi piccoli piedi sui sassi della via, ella 
ha per mano un bimbo; quando, alla mattina, ella esce di casa, dalla porticina sui 
campi, ella porta Gesù alla bottega, perchè lavori da falegname, assieme col 
padre putativo Giuseppe. La sua maternità, in questi anni, ha qualche cosa di così 
profondamente tenero e di così sereno, ha un amore così pacifico e lieto, che 
questi sono, veramente, i soli anni in cui la Madonna è stata felice. Ah, sì, ella avrà 
avuto, ogni tanto, in questo lungo periodo di calma, la visione delle burrasche che 
avrebbe dovuto attraversare il suo Grande Figlio, ella avrà sentito il fremito della 
disperazione e della morte passare su lei, pensando alla divina missione, ma 
accanto a lei, sorridente e pensoso, buono e laborioso, bellissimo nel volto bianco, 
nei biondi capelli, nei grandi occhi azzurri, cresceva Gesù: ma ella ne vegliava la 
fiorente vita: ma ella ne stringeva la piccola mano fra le sue: ma ella lo 
benediceva ogni sera, prima che egli chiudesse gli occhi al sonno, ma ella 
godeva l’ineffabile e imperturbata soavità di esser la madre di un fanciullo divino! 
Anni placidi, di un benessere morale fatto di virtù semplici, trascorsi fra un giro di 
pietosi desiderii e di pie soddisfazioni, fuggiti, ahimè, troppo presto, per il cuore 
della Madonna! 
Presto, l’adolescente diventa un giovane dall’occhio affascinante di 
dolcezza, dalla parola eloquente, dall’anima nobilissima: già i nazzareni si 
stupiscono dell’audacia di Gesù, e non lo amano, e lo tengono in conto di ribelle: 
già ella comincia a tremare, per lui, per il Diletto. Carico d’anni, compiuta 
santamente la sua missione, Giuseppe discende nella tomba, lasciando vedova 
Maria; Gesù istesso non vuole abitare Nazareth, dove è misconosciuto: ed ella 
lascia il paese della sua troppo breve felicità, ella va a Cana, dove ha dei parenti, 
mentre il figliuolo si abbandona alle sue peregrinazioni di Galilea, alle sue prime 
predicazioni nelle campagne, verso Tiberiade. Talvolta, ella lo segue, intimidita, 
sgomenta del volo d’aquila del suo Gesù; talvolta, nel vedere l’adorazione di cui 
è circondato, ella si rassicura. Ma come il Figliuol dell’Uomo si avvicina al 
trentesimo anno, la vita della Madonna diventa tutta un’ansia, tutta un palpito: il 
suo bel tempo è fuggito per sempre, ella entra nel martirio, ella diventa la madre 
dei Dolori. 


È lei che suscita il primo miracolo di Gesù. La madre e il figliuolo sono a 
Cana, in un banchetto di nozze. Manca il vino: e i padroni di casa sono 
imbarazzati e dolenti. Timidamente, sottovoce, Maria dice a Gesù: Vedi, Figlio mio, 
non hanno vino. Egli china gli occhi; è agitato; una lotta si combatte in lui, quasi 
egli si arretrasse innanzi alla manifestazione di un potere supremo: ma la dolce 
madre lo guarda, con gli occhi supplichevoli ed egli, d’un tratto, si decide: le sei  
conche di acqua, che erano fuori la porta, si trasmutano in vino. La sua spirituale 
essenza è rivelata e la Madonna, per la prima, venera il suo Divino Figliuolo. Ma 
questa rivelazione è anche il primo passo verso la Croce: e lei s’incammina con lui, 
seguendolo, tremando in silenzio per lui, provando nel cuore una gioia 
strabocchevole e un martirio infinito. Nel gruppo delle donne, affascinate dalla 
santa parola di tenerezza del Cristo, è lei, la madre, confusa con le altre pie 
donne che non possono lasciarlo, che lo servono, lo adorano. Le Marie! Resterà il 
nome di queste felici donne, che potettero udire i più alti accenti di cui sieno 
risuonati gli echi umani, che potettero ardere di un amore sublime dello spirito, e 
vivere, e soffrire, e morire per esso. La storia ritrova la Madonna nelle peregrinazioni 
di Gesù, lungo il meraviglioso lago di Tiberiade, dove egli predicava a un popolo 
di pescatori e di agricoltori, di donne e di bambini: ella alloggiava a Bethsaida, 
sulla sponda sinistra di quel bellissimo lago che meritò, per la sua grandezza, il 
nome di mare di Genesareth: e propriamente Maria era ospitata, come Gesù, 
nella casa dell’apostolo Pietro. Pietro aveva moglie, e figli, e aveva anche la 
suocera, ma per aver seco Maria di Nazareth e il profeta di Galilea, la modesta 
casa anche bastava. Ora, Bethsaida è un mucchio di rovine, giacché anche essa 
fu maledetta per non avere avuto fede ed è caduta come Capharnahum, come 
Chorazin: dei villaggi lungo il lago, non resta in piedi che Magdala, il paese 
dell’altra Maria. Nei suoi viaggi a Gerusalemme, pericolosi e aridi viaggi, poichè la 
feroce e ostinata città non voleva credere al profeta nazzareno, Maria sempre 
seguiva Gesù, nell’ombra, temendo per il suo diletto, ma non volendo mettere 
ostacolo all’espansione di quell’anima divina. Oscuro compito di madre e di 
adoratrice, che nasconde le sue sofferenze, che vede la gloria e sente le spine nel 
cuore, che sorride agli inni, ma che prevede la passione, l’agonia, la morte. O 
lunga, ineluttabile visione di un avvenire fatale, tu sei stato l’incubo di quel 
materno cuore, e Maria ha avuto la tortura della Croce, prima di suo figlio! 


Nel giorno dell’ebbrezza in quella Domenica degli Ulivi in cui il Cristo provò le 
estreme gioie della sua gioventù e della sua vita, quando una folla di creature 
innocenti lo acclamava come il Figliuolo di Davide, come l’Eletto del Signore, 
attraversando quella magnifica Porta Dorata che giammai più i gerosolimitani 
hanno voluto aprire, la Madonna era nella folla. Nella notte del tradimento e 
dell’arresto ella vegliava, nella casa dell’apostolo Tommaso dove si era ricoverata 
e fu l’apostolo Marco, sfuggito alle persecuzioni dei soldati di Pilato, che l’avvertì 
del terribile fatto. Ed ella si mette in cerca di suo figlio, con le altre pie donne: e 
tutte insieme, lacrimando, senza lamenti, passano la notte dal giovedì al venerdì, 
fuori la casa del pontefice Hannah, dove Gesù era carcerato. Non sanno nulla le 
pie donne: salvo che il biondo e giovane profeta è preso dai suoi nemici: solo la 
madre sa che egli è perduto. Lacrima e tace. E nell’ora in cui la Passione 
comincia, quando egli è condannato nel pretorio di Pilato, quando egli esce con 
la Croce sulle spalle e inizia il più duro cammino, Maria gli va incontro. Gesù, 
vedendola, leva il capo, la saluta: salve, mater! Ed ella? Ella tace. È impietrita. Un 
supremo spasimo serra il suo cuore e, appoggiata alle altre donne, scalza, coi 
capelli discinti sotto l’azzurro manto, col volto straziato, ella cammina dietro il  
figliuolo, così, con la fissità di un cuore che non conosco più scampo. Essa non 
domanda, non si lagna, non geme: ma, in verità, non vi è nel mondo, un dolore 
simile al suo dolore. Madri che adorate i vostri figliuoli, ditelo voi! Madri che avete 
avuto il terrore della morte, vicino al letto di un figliuolo, parlate, parlate voi! Ella è 
irrigidita, ma si avanza, ma va, legata con le viscere e col cuore a quel martire, 
che si curva sotto la croce, trascinata da quell’istinto sublime, reso infinito 
dall’adorazione della donna per il Signore. 
Chi mai dipinse bene il volto di Maria, mentr’ella seguiva suo figlio, nella via 
della croce, dal Pretorio al Golgotha? Chi mai interpretò questo dolore ineffabile e 
senza confine? Nessuno. Maria è passata dalle visioni degli artisti nell’arte, in tutte 
le forme della sua castità, della sua purezza, della sua tenerezza lieta, ma niuno 
ha creato il viso terribile della madre fra le madri, straziato in quel momento, da 
uno spasimo che non ha nome. Questa tragedia materna sgomentò la mano di 
ogni artefice e solo la nostra fantasia può supporre, nei suoi sogni, questo 
spettacolo di terrore e di pietà. Ella giunge al luogo della sua morte: ella è lì, a 
pochi passi: non può accostarsi, non le lasciano abbracciare la croce: e allora 
tutta la vita di Maria si concentra negli occhi. Ella guarda morire Gesù. Una 
madre! La storia non dice dei suoi pianti, dei suoi gemiti. Nei suoi occhi le lacrime si 
sono disseccate, la voce si è spenta nella gola. Nulla le potrà mai far distogliere lo 
sguardo dall’agonia di suo figlio. Giammai sguardo ebbe maggiore intensità: e 
giammai zolla di terra sostenne uno strazio così immenso, in così lieve persona. Qui, 
in questo punto, tutti coloro che hanno sofferto, dovrebbero venire e baciare la 
terra, pensando che nessuno di essi provò il dolore che Maria ha provato, 
guardando morire suo figlio. Egli emette il grido supremo, il cielo si oscura, la terra 
trema, il velo del tempio si fende: ella non trasalisce, guarda, aspetta quel 
cadavere: e come cade la notte, il pietoso Giuseppe di Arimatea e i discepoli più 
fedeli calano quel corpo. Allora soltanto le materne braccia si schiudono e 
serrano quella salma e il volto della madre tocca quello del figlio, nell’ultimo 
bacio. 

 Marta, Maria di Cleofe, Maria Maddalena, qualche discepolo di Gesù 
lasciano Gerusalemme, temendo le persecuzioni: una barca peschereccia li porta 
da Jaffa alle coste della Provenza. La Madonna resta a Gerusalemme: ella ha una 
cara tomba da custodire, da visitare, ogni giorno. Suo figlio è salito al cielo, la 
fede si comincia a propagare, ma ella non si muove dal paese, dove Gesù ha 
sofferto ed morto. Addio, dunque, bel paese florido di Galilea! Non più i tuoi 
sentieri saranno percorsi dal piede leggiero della Vergine: non più ella porterà la 
sua anfora alla fontana: non più ella rivedrà la piccola casa di Nazareth che i 
profumi degli orti carezzavano, nè Cana la gentile, nè la piccola Sephoris, ove ella 
nacque: non più rivedrà i suoi amici e i suoi parenti. Ella resta dove la tragedia di 
Cristo ha avuto il suo cruento scioglimento, ella non vuole dimenticare, ella vive 
fra la tristezza e la preghiera. La bella fontana di Siloè, fuori di Gerusalemme, vede 
questa donna, talvolta, chinarsi pensosa sulle misteriose acque, che fuggono, che 
si nascondono e che riappariscono: ma è un volto consumato dagli anni e dai 
dolori, la bruna giovanetta che ebbe l’annunzio di Gabriele, è una sottile matrona 
su cui la vita ha impresso i suoi solchi. Ella vive sempre in casa dell’apostolo 
Tommaso, che la circonda di una pietà filiale, nella memoria del Cristo. Sino a che 
un giorno, salendo per il colle degli Ulivi, ancora una volta, Gabriele le appare: 
egli ha una palma, nella mano: le dice che il corso della sua vita è finito, e che 
Gesù si degna di richiamarla alla Sua gloria. Ella è vecchia, è stanca, ha desiderio 
di morte e di cielo; la divina ambasciata la trova pronta, come allora, nella 
casetta di Nazareth, adesso, a Gerusalemme. Ella sale a suo figlio; lascia cadere 
la sua bianca cintura, perchè Tommaso la raccolga, in ricordo. La sua umile e 
grande istoria, sulla terra, è finita. 
{Nel paese di Gesù - Matilde Serao}

domenica 27 ottobre 2013

Il Getsemani

Di fronte al lato orientale di Gerusalemme lontano solamente trecento passi 
dalla porta di Santo Stefano, separato dal mistico e silente monte Sion dalla tetra 
e deserta valle di Josaphat, nel limpido orizzonte ove sorge il sole, si erge il Monte 
degli Ulivi, cui basta il nome per far piegare sotto il flutto amaro e profondo dei 
ricordi, ogni anima che abbia intesa la poesia della Passione. Esso non è molto 
alto; da qualunque terrazza di Gerusalemme si scopre, dominante tutto intorno: 
non è molto alto, ma la gran luce, onde è circondato dalle prime ore dell’alba, 
quel gran chiarore cristallino e biondo che ne avvolge la cima, gli dà come 
un’elevazione nell’aria. Persino nelle ore notturne — quando la terrestre Sionne 
dalle casette bianche si addormenta all’ombra dei suoi monasteri cristiani, della 
sua maestosa moschea e del suo lembo di muro del Tempio che, pel popolo 
ebreo, è il supremo ricordo — anche nell’ora tarda, quando non un rumore sorge 
dalle viuzze di Solima, dai suoi angiporti deserti, dai suoi bazars muti, allora, da 
qualche terrazza, donde il pellegrino pensoso contempla il sonno di 
Gerusalemme, ancora sotto i raggi vividi delle stelle, il Monte degli Ulivi troneggia 
preciso e nitido nelle tenebre, quasi che le pie stelle versassero sul monte che Egli 
amò, tanto maggiore scintillio di luce. Il Monte degli Ulivi arrotonda la sua curva 
dinanzi ai colli, ove è fabbricata la città di tutte le religioni, e pare che in ogni sua 
linea sia restata come una espressione indefinita e pur forte, per cui gli occhi vi si 
fissano, intensamente e cercano chiudere nel loro ambito tutta la figura della 
montagna di Gesù, ove egli tanto visse, tanto pregò e da cui, nella terribile notte, 
si partì per morire: giacchè è bene di lassù, da questo Monte degli Ulivi, ove egli fu 
baciato da Giuda di Kerioth e preso dai soldati, è di lassù, dove egli disse ai 
discepoli che tre volte, invano, egli aveva cercato di svegliare: Non importa, ora, 
che vegliate: ora è tutto finito, che comincia la via dolorosa, e non già dal Pretorio 
di Ponzio Pilato, ove il Nazareno subì l’ingiusta condanna. Ah! nella notte, con 
quale avidità gli occhi di chi pensa, di chi crede, di chi sogna, si fissano su questo 
Monte degli Ulivi, quasi volendo vedere il triste corteo con le fiaccole e con le 
spade sguainate, che discende verso il torrente del Cedron, trasportando, legato 
come un malfattore, il Figliuolo di Maria, l’Innocente! 


La via per ascendere al Monte degli Ulivi è molto scoscesa: non vi 
conducono che due piccoli sentieri, tutti pietrosi e ripidi. I viaggiatori che amano i 
loro comodi, vi salgono sopra un cavallo o sovra un asinello; anzi quasi sempre 
sugli asinelli, che hanno il piede tranquillo e sicuro, per queste vie di montagna, in 
Palestina, dove i sassi, le rocce, la terra smossa rendono così malfido il passo. Ma 
chi vuole vedere, sul serio, il Monte degli Ulivi, vi sale a piedi, lentamente: 
senz’ansia di turista frettoloso, con quella quiete silenziosa di chi vuol pensare e 
sentire, dopo di aver veduto: sale per quella piccola via scabra, che, nell’ultimo 

periodo della sua vita, Gesù percorse ogni giorno e dove par quasi, 
inginocchiandosi a terra, di vedere le impronte dei suoi passi. D’altronde, come 
non fare a passo a passo il Monte degli Ulivi, quando, dappertutto, vi è una 
memoria, un ricordo, così vivaci e così vibranti nella fantasia? Ecco il giardino di 
Ghetsemane, coi suoi otto ulivi sacri all’amore e all’adorazione, gli ulivi di allora, 
poiché l’ulivo rinasce sulla sua radice e tutte le tradizioni, l’ebrea, la musulmana, la 
cristiana, conformandosi rigorosamente, stabiliscono che qui, sotto questi ulivi, 
vicino a questi tronchi così annosi, Egli è venuto a pregare, ogni giorno, è venuto 
ad invocare il suo Padre, che era la sua forza e il suo coraggio: il giardino di 
Ghetsemane che, esso solo, merita non una, ma due, tre visite, ma due o tre 
dimore, sotto questi sacri ulivi, la cui verdura pallido-argentea vide tante volte i 
grandi occhi, azzurri come il lino, del biondo Nazzareno, levarsi al cielo, 
impetrando la virtù per resistere al disgusto degli uomini e delle cose. Ma il Monte 
degli Ulivi non ha solo Ghetsemane, il teatro della più grande tragedia spirituale, 
che abbia mai conturbato e desolato un’anima divina: esso ha per sè metà della 
storia estrema di Gesù e di Maria. Qui, a mezza costa, alcune pietre dirute 
indicano il posto di un’antica cappella, intitolata Dominus flevit, il Signore ha 
pianto: è in questo posto che Gesù, guardando Gerusalemme, in un luminoso 
pomeriggio di primavera, quando essa era ancora tutto splendore e tutta forza, 
ma indurita nella superbia e nella impenitenza, che Gesù pianse sovra Sionne e 
sulla sua rovina: è da questo posto, quarant’anni dopo la straziante morte del 
Giusto, che l’imperatore Tito, accampato sul monte degli Ulivi, con la sua nona 
legione, slanciava contro Gerusalemme l’onda violenta e distruggitrice dei suoi 
soldati romani e Sionne cadeva, e il suo popolo era massacrato, i suoi templi 
atterrati, e centinaia di migliaia di ebrei cominciavano a scontare la maledizione 
da essi medesimi invocata. Accanto al giardino di Ghetsemane, poco lontano, 
giunta alla grave età di settantatre anni, Maria di Nazareth incontrò, ancora una 
volta, l’arcangelo Gabriele, che offrendole una palma, dolcemente, le disse il 
corso della sua vita esser finito e che ella sarebbe ascesa alla gloria del cielo: ella 
chinò il capo, obbediente, come la prima volta. Una bianca roccia segna il punto 
dove Maria, assunta al cielo, lasciò cadere la sua cintura, la quale fu raccolta e 
serbata dall’apostolo Tommaso: mentre a venti passi, in una chiesa dove si 
discende per una larga e profonda scala, vi è la tomba di Nostra Signora. 
Continuamente, in questa chiesa che raccoglie le tombe di San Gioacchino e di 
Sant’Anna, nel rito greco, vi sono messe, preci, orazioni e litanie: e sulla roccia ove 
non fu trovato, scoprendola, se non il lenzuolo funebre ove era involto il corpo 
della madre di Gesù, sempre si prega. Sul lato destro del Monte degli Ulivi, sempre 
non lontano da Ghetsemane, è la grotta dell’agonia, dove colui che doveva 
perire, perché la coscienza dell’umanità trovasse la legge della salvazione e della 
vita, sudò sangue e bagnò la terra col suo mortale sudore: e ad ogni aurora, un 
frate francescano viene a celebrare la messa in questa grotta, poichè essa, 
felicemente, appartiene alla religione latina. Una pietra bianca, sul fianco del 
monte, segna il posto del sonno degli Apostoli: e in fondo a una viottola, una 
colonna segna il punto dove Gesù fu tradito da Giuda. Ah, sì, bisogna visitarlo, 
passo, passo, il Monte degli Ulivi, e non una volta sola, poiché troppo è l’urto delle 
impressioni; bisogna salire sin quasi alla cima, dove è la chiesa carmelitana del  

Pater! Qui, per la seconda volta, poiché la prima volta lo aveva fatto sul Monte 
delle Beatitudini, in Galilea, in quel meraviglioso sermone sulla montagna che ogni 
cristiano dovrebbe conoscere a memoria e che ogni filosofo è costretto ad 
ammirare nella sua grandezza, qui, Gesù, richiesto, insegnò ai suoi discepoli come 
si pregava, congiungendo le mani e pronunciando la sublime preghiera che 
consola, che glorifica, che affratella, che domanda, che perdona, che invoca 
perdono: Padre nostro! Sino a pochi anni or sono, questo luogo era nudo: ma la 
munificiente pietà di Adelaide de Bossi, duchessa de Bouillon, una francese nata 
da un grande italiano, Carlo de Bossi, fondò, qui, un convento di Carmelitane e 
una chiesa del Pater. Silenziosa e bianca chiesa, il cui cortile è pieno dei più 
graziosi e più freschi fiori, il cui chiostro, tutto di marmi preziosi, contiene il Pater 
noster scritto in trentasei lingue, sulle sue pareti, e dove, a mano diritta, in una 
candida cella mortuaria, giace la fondatrice, duchessa de Bouillon, e vicino a lei, 
in un’urna è il cuore di suo padre. Dietro le pareti del monastero, le carmelitane, 
quelle che seguono la più stretta regola dell’ardente Teresa di Avila, pregano, 
senza che mai una di esse apparisca: e questa chiesa del Pater, tutta bianca e 
muta, tutta fiorita, induce alla contemplazione e a quel distacco dello spirito, nelle 
visioni vaghe e lontane.... 
Ed è, infine, dal Monte degli Ulivi che Gesù salì al cielo, compiendo le 
profezie delle Scritture, compiendo il suo divino destino. Conviene ascendere in 
alto, in alto, proprio sulla cima del Monte degli Ulivi, per trovare il sacro passo, 
dove il monte d’oriente preconizzato dai profeti. vide la gloria del suo Signore, 
come ne aveva veduto l’onta e la disperazione. Ahimè, il posto dell’Ascensione, è 
occupato da una fredda e deserta moschea di Maometto! Pure, con quella 
tolleranza religiosa di cui dànno continuamente esempio i mussulmani, il derviche 
che è a custodia di quel gelido tempio turco, senza ornamenti e senza poesia, 
apre volentieri la porta ai cristiani. Anche nel giorno dell’Ascensione, i nostri 
francescani portano lassù altari e paramenti e celebrano le messe e, con una 
mancia, che è il segreto di tutto, in Turchia, qualunque sacerdote, con un altare 
portatile, può dire la messa nella moschea della Ascensione, quando vuole. 
Intanto il cristiano, quassù, sulla porta della moschea, cerca obliare il ridicolo e 
ignobile imbroglio, e cerca indovinare che fu quella scena. Pieno di luce, il Monte 
degli Ulivi, che fu così pieno di pianti, di tristezze, di agonie alla sua base, ha, 
quassù, dei fulgori gloriosi, e la terra, intorno, par che rifranga questi fulgori. 
Quassù, levando gli occhi al cielo, il cielo sembra s’inchini dolcemente, sul monte 
dell’angoscia e del trionfo; e alle spalle, quasi, pare scomparsa la moschea, e, 
infine, il monte pare che si aderga, in un nimbo di luce. In terra, degli umili fiorellini 
violetti crescono, sull’arida cima. 
Non già le quattro mura chiuse e soffocanti di una cappella, sieno pur esse 
decorate magnificamente dalla pietà religiosa, non già l’edifizio di pietra, che 
opprime lo spirito, che respinge lo sguardo rivolto al cielo, ma il giardino, in piena 
aria, il giardino fiorente sulla costa del monte, sotto il gran cielo di Palestina, cielo 
di un azzurro così tenero che va nel bianco, il giardino rorido di rugiade notturne 
nelle delicate aurore orientali, continuamente lieto del canto degli uccelletti ecco 
Ghetsemane, che vi prende, che vi tiene, che non vi lascia, che, di lontano, vi 
mette nell’animo il suo uncino e che vi attira, ancora, sempre, con una forza 
intima e segreta. Infine, poi, che cosa è questo magico giardino? Esso è fatto da 
otto vecchissimi, antichissimi ulivi; l’ulivo non muore mai, esso rinasce dalla sua 
radice, e questi alberi hanno veduto Gesù sedersi sotto la loro ombra, pregare e 
ammaestrare i suoi discepoli. Otto ulivi: ma così vecchi e maestosi, che due di essi, 
specialmente, hanno la grandezza e la maestà delle querce. I loro tronchi sono 
enormi: il più grosso ha otto metri di circonferenza, sorgendo dalla terra, e il suo 
fogliame verde cinereo si stende ampio sull’orto di Ghetsemane. E non sembra più 
legno, l’antichissimo tronco: sembra pietra, sembra roccia, ne ha il colore, ne ha la 
durezza, ne ha i crepacci silicei: mentre, in su, meravigliosamente, è tutta una 
vegetazione fresca e vivida, e i cari vecchi ulivi dell’indimenticabile giardino 
dànno ancora un raccolto. Otto ulivi: ma, tra loro, la carità poetica dei frati 
francescani, con una intuizione geniale, ha disseminato le più ridenti, le più vivaci 
aiuole di fiori, e in quel clima caldo, in quel paese così mancante di acqua, il 
giardino di Ghetsemane sempre tutto fiorito, sempre di una freschezza ammirabile, 
pare un lembo di terra incantata fra la vastità di un arido deserto. E il contrasto fra 
tutti quei fiori dai colori delicati, dai profumi soavi, coi vecchi ulivi, il cui bigio colore 
pare quello della grande età, è affascinante: accanto ai tronchi che hanno visto 
migliaia di anni, crescono le picciole rose bianche dai petali così tenui, i geranei 
rosei screziati di rosso più vivo, le speronelle di un così grazioso color viola, e certi 
grandi gigli rosei, alti sul loro stelo lanoso e schiudentisi, come coppe di odori grati, 
all’aere che passa. Passarono, passarono i secoli sugli antichissimi ulivi, e questi 
giocondi e olezzanti fiori non vivono che un giorno, ma sempre la loro leggiadra 
giovinezza si rinnova intorno agli alberi carichi di anni, e sempre la loro fugace 
beltà, la loro smagliante gioventù circonda amorosamente l’austero gruppo degli 
ulivi argentei, che vissero e videro tanto travolgersi di tempi e di cose: ed è una 
carezza perenne di fiori che abbraccia gli augusti alberi, è un sorriso di primavera 
eterna che avvolge questa grande e venerabile vecchiaia. 

Ogni giorno, Gesù, abbandonata la città di Gerusalemme dove era mal 
visto e mal sofferto, lasciando il Tempio che gli faceva disgusto, poichè in esso la 
Legge era diventata la sorgente di tutte le ipocrisie e di tutte le cupidigie, Gesù, 
seguito dai suoi discepoli, esciva dalla città e veniva a questo giardino di 
Ghetsemane. Il profeta di Galilea amava la campagna con profondo affetto, 
amava ascendere sui monti, dove la parola è più libera e più sonora, amava 
istruire coloro che lo seguivano, innanzi ai puri spettacoli della natura. 
Ascendendo alla metà del Monte degli Ulivi, egli entrava in quest’orto di 
Ghetsemane, di cui il padrone era un suo amico e che lo lasciava liberamente 
trascorrere pel piccolo possedimento. Quassù, sotto questi ulivi, egli sedeva. Era  

l’ora pomeridiana, così dolce, in Oriente. Quante volte, a traverso il fogliame fine 
d’argento, egli deve aver levato gli occhi al cielo, cercandovi la visione di suo 
Padre, da cui ripeteva l’ardor sacro della predicazione! Quante volte il gaio canto 
degli uccellini, salutanti il sole che tramontava dietro Gerusalemme, deve aver 
messo nel suo cuore così grande, una tenerezza infinita, un infinito struggimento! 
Accanto a lui, era Simon Pietro, in cui egli aveva una fede così forte, che neppure 
l’atto di viltà del rinnegamento arrivò a far crollare, erano Giovanni e Giacomo, 
che egli si compiaceva di chiamare i figli del fulmine, tanto era ardente il loro 
apostolato, e vi erano i discepoli minori, e vi erano le pie donne: Maria di Cleofe, 
che lo seguì e lo amò, dal primo momento della sua predicazione; Maria di 
Magdala, la passionale donna di Galilea, a cui egli aveva tutto perdonato, e in 
cui egli aveva compito uno dei suoi più alti miracoli spirituali; Maria di Bethania, la 
sorella di Marta e di Lazzaro, su cui le parole di Cristo facevano l’effetto di un 
incantamento; e Susanna, moglie di Couza, e altre tre o quattro che, fedeli, 
pietose, tenerissime, non sapevano più staccarsi da lui. A costoro egli parlava, 
sotto questi vecchissimi ulivi. Allora, nell’idillio di una primavera rinascente, in un 
paese ancora benedetto dal Signore, che non aveva ancora subìto gli orribili 
cataclismi che ne hanno persino cangiato la natura del suolo, innanzi a un cielo 
limpido, fra gente che lo ascoltava con umiltà di cuore e con adorazione, piena 
l’anima di una divina speranza fidente in un avvenire largo e nobile, in cui 
l’umanità rigenerasse per sempre il suo spirito, Gesù diceva le parole dolci, le 
parole soavi, quelle parole di un amore fluente e così vasto che spietravano i cuori 
più duri, che infiammavano le immaginazioni più secche e più misere. O annosi 
ulivi, voi udiste la meravigliosa parola! Appoggiato a uno dei vostri vetusti tronchi, 
innanzi a quel monte Sìon dove rifulse la gloria di Davide e di Salomone, Gesù 
disse la nova legge di carità, di eguaglianza, la nova legge che liberava per 
sempre le anime, che le rendeva salde contro ogni sventura umana, nel nome di 
una suprema promessa: e tra i vostri rami, o ulivi, l’eco della parola sublime si 
diffuse, e da questo ignoto giardino di Palestina, di sotto questi poveri vecchi umili 
ulivi, questa parola la doveva udire il mondo. 

Eppure, questo nome di Ghetsemane si unisce al dolore più alto che abbia 
trafitto il cuore del Martire: e la fatale notte di spasimo, di accasciamento, 
passata, solitariamente, in quest’orto, è molto più dura e più tragica di tutta 
l’agonia sulla croce. Qui egli venne, nella sera terribile. Il suo animo era commosso 
e agitato: ma i suoi discepoli nulla intendevano e non sapevano consolarlo. 
Raccomandò loro di non dormire e confessò ad essi la sua infinita debolezza: lo 
spirito era pronto, ma la carne soffriva. Essi non compresero: si addormentarono 
ed egli restò solo, nella notte tenebrosa, solo in quell’orto, così ameno, dove 
aveva passato delle ore così belle, e che adesso si ammantava di lutto, solo, 
innanzi al cielo, solo innanzi al tremendo problema che si agitava nel suo spirito. 
Tentò di pregare, tentò di unirsi con l’orazione a suo Padre: non potette. Una 
tristezza mortale lo invase e un mortale sgomento. Andò a chiamare i suoi 
discepoli: essi dormivano. Amaramente rimproverò loro di non poter vegliare 
neppure un’ora, ma essi si riaddormentarono. Solo, di nuovo solo, senza difesa 
contro l’orribile sfiducia delle cose, degli uomini, dei tempi che lo aveva vinto! Ah,  

è in questa notte di lugubri paure, di solitudine sconsolata, di incertezza immensa, 
che Gesù vide, come in riassunto universale, tutta la infinita miseria dell’essere 
umano, tutte le radici degli inevitabili peccati che nessuna religione e nessuna 
morale arriveranno mai a distruggere, tutte le inveterate tentazioni della 
consuetudine ereditaria, contro cui non vi sono forze per combattere, tutte le 
decadenze del sangue e dello spirito, tutte le debolezze della fibra e del cuore, 
tutto il male nascosto nelle vene e nelle anime; pronto a combattere, sempre, e 
combattente con ogni arme, egli misurò l’uomo, Gesù, in questa notte tremenda, 
e gli apparve così irrimediabilmente povero di coraggio, indifeso contro tutte le 
offese del mondo e della carne, così cieco, così sordo, così vagante alla ventura 
fra mille pericoli, che gli parve impossibile di salvarlo, mai! Solo, perduto nelle 
ombre, col supplizio, con l’onta, con la morte imminente che lo aspettavano 
Gesù, come uomo, dubitò della sua opera, per la prima volta ne dubitò, e così 
crudelmente, che tutta la sua fibra umana si sconvolse, ed egli grondò sangue da 
tutti i pori. È in questo obliato orto di Ghetsemane, che egli chiese a sè stesso, nel 
dubbio più lacerante che abbia mai fatto spasimare un gran cuore, se tutta la sua 
predicazione non fosse stata un vano rumore portato via dal vento, se la semente 
della sua parola come nella parabola non fosse caduta sulla roccia dell’egoismo, 
o non fosse stata divorata dalla cupidigia degli uccelli di rapina: egli chiese a sè 
stesso, se tutta la sua vita terrena, dedicata a questa luminosa idea, di rifare lo 
spirito del mondo, non fosse stata consumata inutilmente: egli si chiese, se non era 
inutile, oramai, morire sulla croce! 
Angosciosa domanda, fatta da una natura vergine e ardente, sorpresa, a un 
tratto, nella medesima anima divina, dal gelo del dubbio; sconfitta a un tratto, 
dalla sfiducia più triste; avvilita dal pensiero di aver invano sofferto, di dover morire 
invano! E caduto nella umiliazione più profonda, le mani di Gesù si sono 
congiunte, ed egli ha pregato il suo Signore, perchè questo calice gli fosse 
risparmiato: e questo giardino ha udito, ha udito la parola più disperata che sia 
mai uscita da una bocca umana. Quante ore durò, dunque, questa notte di 
Ghetsemane? Ah, chiediamolo a tutti coloro che conobbero, nella vita, come il 
loro Dio, di queste notti indescrivibili, immersi in una desolazione sconfinata, 
vedendo intorno a sè crollato tutto; chiediamo a tutti coloro che spasimarono, in 
una di queste notti senza luce e senza soccorso, finite la loro gloria e la loro 
fortuna; chiediamola a tutte le anime grandi che ebbero la loro notte di 
Ghetsemane, in cui sentirono l’inanità dei loro sforzi, la meschinità di tutti i loro 
tentativi, la caducità di ogni loro opera. Chi ha misurato quelle ore, mai? Le 
poche, nitide parole dell’Evangelio vi imprimono un sacro spavento, giacchè tutta 
la lunghezza dei tormenti morali di Gesù, tutto il traboccante dolore del suo spirito, 
in quelle ore solinghe, risulta con una semplicità terribile. La tragedia fu avvolta 
dalle tenebre, fu senza spettatori, fu alta, fu incommensurabile; e quando il 
Figliuolo dell’Uomo uscì e porse la guancia a Giuda, in verità, egli aveva vinto, ma 
era già morto. 

O giardino di Ghetsemane, il sepolcro di Giuseppe di Arimatea non raccolse 
che il suo corpo; ma tu hai udita la sua parola e tu hai visto le sue lacrime, tu sei  
 più sacro, a noi, di ogni sacro posto: e niuno può accostarsi a questi secolari ulivi 
senza tremare. 
{da "Nel paese di Gesù" - Matilde Serao}