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giovedì 17 luglio 2014

Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila


Ed ecco che mentre tornavo dalla Comunione, appena uscita da questa orazione di cui parlo, il Signore mi disse: “Figliola, l’anima si strugge per meglio inabissarsi in me. Ormai non è più lei che vive, ma Io. Non può comprendere ciò che intende, il suo è un non intendere intendendo.”

Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila


Come ho detto prima, c’era già stato un inizio per me, alcune volte, di quello che sto per dire, anche se per brevissimo tempo. Nel cercare di rappresentarmi il Signore e prostrarmi ai piedi di Cristo, nella maniera che ho detto, e talvolta anche durante la lettura, mi accadeva d’improvviso d’essere invasa da un così vivo sentimento della presenza di Dio, da non poter dubitare in alcun modo ch’egli fosse in me ed io tutta rapita in lui. Questo, non in maniera di visione, ma a quel modo che credo si chiami teologia mistica. Tale stato tiene l’anima sospesa in modo tale che essa sembra tutta fuori di sé: la volontà ama, la memoria mi pare sia quasi smarrita, l’intelletto non ragiona, a mio giudizio, ma non si perde; però, ripeto, è inoperoso, standosene come stupito per le molte cose che intende, perché Dio vuole che capisca come da solo non possa intendere nulla di ciò che Sua Maestà gli presenta.

Già prima avevo sentito assai di continuo una tenerezza che in parte, mi pare, può essere frutto dei nostri sforzi, una gioia che non appartiene del tutto ai sensi né allo spirito. È data solo da Dio, ma credo che a tal fine possiamo aiutarci molto, considerando la nostra miseria e la nostra ingratitudine verso Dio, quanto egli ha fatto per noi, la sua passione così dolorosa, la sua vita piena di tante tribolazioni, godendo nella contemplazione delle sue opere, della sua grandezza, del suo infinito amore e di molte altre cose in cui s’imbatte continuamente chiunque badi al proprio profitto spirituale, anche se non vada a cercarle con una precisa intenzione. Se a questo si aggiunge un po’ di amore, l’anima gioisce, il cuore s’intenerisce, vengono le lacrime; a volte pare che si spremano a forza, altre volte che le procuri il Signore, senza che si possano trattenere. Sembra che Sua Maestà ricompensi quella piccola concentrazione con un dono così generoso quale è la consolazione provata da un’anima nel vedere che piange per un Signore così grande, e non mi stupisco: ha più che ragione di consolarsi. In ciò è la sua letizia, in ciò il suo godimento.

Mi sembra opportuno il paragone che ora mi viene in mente: che queste gioie dell’orazione devono essere simili a quelle che si godono nel cielo ove, non vedendo i beati più di quel che il Signore, conforme ai loro meriti, vuole che vedano, e conoscendo essi i propri scarsi meriti, ognuno è contento del luogo in cui sta, pur essendoci enorme differenza tra un godimento e l’altro in cielo, assai più grande di quella che vi è quaggiù – sebbene sia grandissima – tra alcuni godimenti spirituali e altri. Veramente un’anima ancora agli inizi della sua esperienza, quando Dio le accorda questa grazia, crede quasi che non ci sia più nulla da desiderare e si reputa ben ricompensata di quanto ha compiuto in suo servizio. E ne ha ben ragione, perché una sola di queste lacrime che, come ho detto, possiamo quasi procurarci da noi – benché senza Dio non si faccia nulla –, non si può, a mio parere, comprare neppure con tutte le sofferenze del mondo, tanto è il guadagno che se ne trae: quale maggior guadagno, infatti, che avere una testimonianza di compiacere a Dio? Chi, pertanto, è arrivato a questo punto, lo lodi molto e si riconosca gran suo debitore perché, se non torna indietro, pare che egli già lo voglia per sua dimora e lo abbia scelto per il suo regno.

domenica 13 luglio 2014

Dalle lettere di San Pio da Pietrelcina


"Allontaniamo ogni sollecitudine e ogni inquietudine nel sopportare le tribolazioni spirituali e temporali da qualunque parte provengano, perché esse sono contrarie alla libera azione dello Spirito Santo. La pazienza è tanto più perfetta, quanto meno è unita a imbarazzo e turbamento". Non chiedete conto a Dio e non ditegli mai: perché? Non guardate neppure il sentiero per il quale egli vi conduce, ma piuttosto: "Ve ne scongiuro, per la dolcezza di Gesù: abbiate gli occhi fissi su Colui che vi guida e sulla patria celeste dove egli vi vuol condurre. Che egli vi faccia passare per il deserto o per i campi, che importa? Purché voi arriviate, per questo sentiero che è il vostro, all'unico fine di tutte le anime che Iddio ha create perché esse divengano conformi al suo Figlio diletto e, a poco a poco, si trasfigurino in Lui".

{Da "Il vero volto di Padre Pio" - Maria Winowska}

Da "Libro della mia vita" di Santa Teresa d'Avila

Credo che questo sia il motivo per cui molte anime, dopo essere giunte all’orazione di unione, non progrediscono né arrivano a una più grande libertà di spirito. Mi sembra vi siano due ragioni su cui appoggiare la mia asserzione; forse quanto dico non avrà valore, ma lo dico per averne fatto esperienza. La mia anima, infatti, stava molto male fino a quando il Signore non la illuminò; tutte le sue gioie erano a sorsi, e una volta venute meno, non trovava quella compagnia che ebbe poi per affrontare sofferenze e tentazioni. La prima è che in quel metodo si nasconde, così di soppiatto e dissimulata che non si avverte, un po’ di mancanza di umiltà. E chi sarà mai come me tanto superbo e miserabile da non ritenersi molto ricco e molto ben ripagato se, dopo essersi tormentato tutta la vita con quante penitenze, orazioni, persecuzioni si possano immaginare, può stare avendone il consenso del Signore, ai piedi della croce con san Giovanni? Non so in quale cervello possa nascere l’idea di non esserne contento se non nel mio, e così venne irrimediabilmente a perdere dove avrei potuto guadagnare.


Supposto, poi, che la natura o qualche infermità non permettano di pensare alla passione, per essere troppo penosa, chi ci impedisce di stare con lui dopo la risurrezione, giacché l’abbiamo così vicino nel sacramento in cui si trova ormai glorificato? E potremo contemplarlo non già tormentato e straziato, grondante sangue, stremato dai viaggi, perseguitato da coloro a cui ha fatto tanto bene, disconosciuto dagli stessi apostoli. Certo, non sempre c’è chi sopporti di pensare ai tanti tormenti da lui sofferti, ma eccolo qui, senza pena, pieno di gloria, mentre incita gli uni e incoraggia gli altri, nostro compagno nel santissimo Sacramento, tanto da far credere, prima di salire al cielo, che non si sia sentito di separarsi neppure un momento da noi. E che abbia potuto io, mio Signore, allontanarmi da voi nell’intento di servirvi meglio! Almeno, quando vi offendevo non vi conoscevo, ma che, conoscendovi, abbia pensato di trarne maggior profitto seguendo questa strada, oh, che strada sbagliata battevo, Signore! Anzi, come mi sembra, ero del tutto fuori strada, se voi non mi aveste messo su di essa; e nel vedervi accanto a me ho visto, insieme, ogni bene. Non mi ha più colpito alcun dolore che, guardandovi come eravate dinanzi ai giudici, non mi sia stato facile sopportare. Con la presenza di un amico così buono e con l’esempio di un così valente capitano, che per primo si espose ai patimenti, tutto si può sopportare. Egli ci dà aiuto e coraggio, non ci viene mai meno, è un vero amico. Io vedo chiaramente, e l’ho visto dopo quell’inganno, che per essere graditi a Dio e per ottenere che ci doni speciali grazie, egli vuole che si passi attraverso questa sacratissima umanità di Cristo, in cui Sua Maestà disse di compiacersi. Ne ho fatta l’esperienza moltissime volte, me lo ha detto il Signore; ho visto chiaramente che dobbiamo entrare da questa porta, se vogliamo che la divina Maestà ci riveli i suoi grandi segreti.

martedì 10 giugno 2014

Dal "Diario di Santa Faustina" 691

Oggi per quanto sia stanca ho deciso di andare all'ora santa. Non potevo pregare e non potevo nemmeno stare in ginocchio, ma sono rimasta in preghiera un'ora intera e nello spirito mi sono unita alle anime che adorano già Dio in modo perfetto. Tuttavia, verso la fine dell'ora, ho visto all'improvviso Gesù che mi ha guardata profondamente e mi ha detto con un'ineffabile dolcezza: "La tua preghiera mi delizia". A queste parole una strana forza e una gioia spirituale mi sono entrate nell'anima, la presenza di Dio mi è penetrata nell'anima. Nessuna penna ha espresso né esprimerà mai ciò che avviene nell'anima che incontra faccia a faccia il Signore...

Gli apostoli degli ultimi tempi

Questi saranno piccoli e poveri secondo il mondo, infimi davanti a tutti come il calcagno lo è in confronto alle altre membra del corpo. In cambio saranno ricchi di grazia divina, che Maria comunicherà loro in abbondanza, grandi ed elevati in santità davanti a Dio...e così fortemente sostenuti dall'aiuto di Dio, che con l'umiltà del loro calcagno, uniti a Maria, schiacceranno il capo del diavolo e faranno trionfare Gesù.
[...] Saranno veri apostoli degli ultimi tempi. Ad essi il Signore degli eserciti darà la parola e la forza per operare meraviglie e riportare gloriose spoglie sui suoi nemici. Dormiranno senza oro e argento...tuttavia avranno le ali argentate della colomba per volare, con la retta intenzione della gloria di Dio e della salvezza delle anime, là dove li chiamerà lo Spirito Santo. Lasceranno nei luoghi dove hanno predicato soltanto l'oro della carità, che è il compimento della legge.
Infine, sappiamo che saranno veri discepoli di Gesù Cristo secondo le orme della sua povertà, umiltà, disprezzo del mondo e carità, insegneranno la via stretta di Dio nella pura verità, secondo il santo Vangelo, e non secondo i canoni del mondo; senza preoccupazioni e senza guardare in faccia nessuno; senza risparmiare, seguire o temere alcun mortale, per potente che sia. Avranno in bocca la spada a due tagli della parola di Dio e porteranno sulle spalle lo stendardo insanguinato della Croce, il crocifisso nella mano destra, la corona nella sinistra, i sacri nomi di Gesù e Maria nel cuore, la modestia e la mortificazione di Gesù Cristo in tutta la loro condotta. Ecco i grandi uomini che verranno e che Maria formerà su ordine dell'Altissimo, per estendere il suo dominio. Ma quando e come avverrà tutto questo?...Dio solo lo sa.

{da "Trattato della vera devozione a Maria" di San Luigi Maria Grignion de Monfort}

venerdì 6 giugno 2014

Da "L'amore dell'eterna Sapienza" di San Luigi Maria di Monfort

La Sapienza eterna ha incominciato a risplendere fuori del seno di Dio quando, al termine di un'intera eternità, creò la luce, il cielo e la terra.
San Giovanni afferma che tutto è stato fatto per mezzo del Verbo, cioè della Sapienza eterna. Salomone la definisce madre e artefice di tutte le cose.
Notiamo ch'egli non la chiama solamente artefice dell'universo, ma anche madre: infatti l'artefice non ama e non si prende cura della sua opera come una madre fa con il suo bambino.

La Sapienza eterna avendo creato tutte le cose, dimora in esse per abbracciarle, sostenerle, rinnovarle. È lei la bellezza sovranamente retta che mise il bell'ordine nel mondo da lei creato. Tutto lei ha
separato, composto, pesato, aggiunto, contato.
Lei ha steso i cieli, ha disposto con ordine il sole, la luna, le stelle e i pianeti; lei ha gettato le fondamenta della terra, ha stabilito i limiti e le leggi del mare e degli abissi, ha plasmato le montagne, ha dosato, equilibrato tutto, perfino le sorgenti.
Infine - ella dice - stavo con Dio e disponevo ogni cosa con una precisione così perfetta e al tempo stesso con una varietà così piacevole, che mi pareva di giocare per divertire me e il Padre ...

Questo ineffabile gioco della divina Sapienza si nota effettivamente nella diversità delle creature da lei prodotte nell'universo.
Infatti, a voler prescindere dalle differenti specie di angeli, quasi infiniti di numero, dalle differenti grandezze degli astri, e dai diversi caratteri degli uomini, non si vede forse la meravigliosa varietà delle stagioni e dei tempi, degli istinti negli animali, delle innumerevoli specie di piante, delle bellezze nei fiori, dei sapori nei frutti?
«Chi è saggio comprenda queste cose». La Sapienza si è comunicata a qualcuno? Ebbene, solo costui avrà l'intelligenza di questi misteri della natura.

La Sapienza ha rivelati questi misteri ai santi, come si legge nella loro vita. Talvolta essi si stupirono talmente nel contemplare la bellezza, la soavità e l'ordine immessi dalla divina Sapienza nelle piccole cose come l'ape, la spiga di frumento, il fiore, il bruco, da cadere rapiti in estasi.

L'azione della Sapienza nelle anime - da "L'amore dell'eterna Sapienza" di San Luigi Maria di Monfort

Dal Siracide 24, 1-32: 

1. La sapienza loda se stessa, 
si vanta in mezzo al suo popolo. 
2. Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca, 
si glorifica davanti alla sua potenza:  

3. «Io sono uscita dalla bocca dell'Altissimo e 
ho ricoperto come nube la terra. 
4. Ho posto la mia dimora lassù, 
il mio trono era su una colonna di nubi. 
5. Il giro del cielo da sola ho percorso, 
ho passeggiato nelle profondità degli abissi. 
6. Sulle onde del mare e su tutta la terra, 
su ogni popolo e nazione ho preso dominio. 

7. Fra tutti questi cercai un luogo di riposo,
in quale possedimento stabilirmi. 

8. Allora il creatore dell'universo 
mi diede un ordine, 
il mio creatore mi fece posare la tenda 
e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe 
e prendi in eredità Israele.

9. Prima dei secoli, fin dal principio, 
egli mi creò; 
per tutta l'eternità non verrò meno. 
10. Ho officiato nella tenda santa davanti a lui, 
e così mi sono stabilita in Sion. 
11. Nella città amata mi ha fatto abitare; 
in Gerusalemme è il mio potere. 

12. Ho posto le radici in mezzo 
a un popolo glorioso 
nella porzione del Signore, sua eredità. 
13. Sono cresciuta come un cedro sul Libano, 
come un cipresso sui monti dell'Ermon. 
14. Sono cresciuta 
come una palma in Engaddi, 
come le piante di rose in Gerico, 
come un ulivo maestoso nella pianura; 
sono cresciuta come un platano. 
15. Come cinnamomo e balsamo 
ho diffuso profumo; 
come mirra scelta ho sparso buon odore; 
come gàlbano, ònice e storàce, 
come nuvola di incenso nella tenda. 
16. Come un terebinto ho esteso i rami 
e i miei rami son rami di maestà 
e di bellezza. 
17. Io come una vite 
ho prodotto germogli graziosi 
e i miei fiori, 
frutti di gloria e ricchezza. 

Io sono la madre del bell'amore, 
del timore, della cognizione e 
della santa speranza. 
In me ogni grazia di via e di verità, 
in me ogni speranza di vita e di forza. 

Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, 
e saziatevi dei miei prodotti. 
Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, 
il possedermi è più dolce del favo di miele. 

Quanti si nutrono di me 
avranno ancora fame 
e quanti bevono di me, 
avranno ancora sete. 
Chi mi obbedisce non si vergognerà, 
chi compie le mie opere non peccherà». 
Tutto questo è il libro dell'alleanza 
del Dio altissimo. 


Da "L'amore dell'eterna Sapienza" di San Luigi Maria di Monfort

Nulla è più dolce della conoscenza della divina Sapienza. Beati quelli che l'ascoltano. Più beati quelli che  la desiderano e la cercano. Ancor più beati quelli che custodiscono le sue vie, gustano in cuore tale dolcezza  infinita che è la gioia e la felicità dell'eterno Padre e la gloria degli angeli. 
Se si sapesse quale piacere gusti l'anima, nel conoscere la bellezza della Sapienza, nel nutrirsi di lei, si esclamerebbe con la sposa del Cantico: «il latte del tuo petto è più dolce di un vino delizioso» e di tutte le dolcezze delle creature; questo, soprattutto, quando rivolge alle anime che la contemplano queste parole: 

«Gustate e vedete... 
Mangiate, amici, bevete; 
inebriatevi, o cari..., 
perché la sua compagnia non dà amarezza, 
né dolore la sua convivenza, 
ma contentezza e gioia». 

venerdì 7 marzo 2014

I nomi di Dio

Dio è chiamato talvolta "El" (o al plurale maiestatico "Elohim"). Nome comune della divinità, El diventa presso i semiti il nome proprio. Lo ritroviamo in "Allah", contrazione di "Il Dio" Allah. In composizione con esso ne derivano molti nomi di persona: Gabri-El "Dio è forte", Rapha-El "Dio guarisce", Mica-El "Chi come Dio?", Elisabeth "Promette da parte di Dio", Emmanu-El "Dio con noi"...
Ma Dio è l'inconoscibile: l'uomo non può dunque sapere il suo nome. Per questo Dio indica se stesso con il genitivo possessivo dei suoi amanti: "Dio di Abramo", "Dio di Gesù Cristo".
Due volte tuttavia pare che Dio si sia "definito".
La prima volta con Mosè: e fu per definirsi come l'indefinibile!
"Io sono Jahvé". Gli specialisti non sono d'accordo sul senso esatto di questa parola. Derivato dalla radice di "essere" o meglio, di "essere operante", questo nome è meno una definizione che una "indicazione":
"Esso lascia intatto, totale, il mistero di Dio. Però rende il mistero più vicino, lo fa immediato, impressionante e trasformante." (Auzou)
Il credente, israelita o cristiano, quando pronuncia questo nome ("Il nostro aiuto è nel nome del Signore") rende il suo Dio vicino e operante a suo vantaggio. Infine, non è la filologia, ma la storia che ce ne dona il senso: il nostro Dio è "Jahvé-che-ci-ha-fatto-uscire-dalla-schiavitù-d'Egitto", che agisce nella nostra storia.
La pienezza di questo nome non ci sarà resa nota definitivamente che in Gesù, abbreviazione di "Yoshuah", "Jahvé salva".
La comunicazione del nome di Jahvé ci ha fatto sapere che egli era "il Salvatore". Una seconda rivelazione ce ne dirà il perché: perché egli è "l'Amore". Rivelazione fatta ancora a Mosè, ma questa volta dopo il peccato del popolo che aveva disprezzato l'alleanza di Dio nel momento stesso in cui, sul Sinai, Dio ne stava dettando a Mosè i termini (Es. 32-34)
La prima volta Dio si è rivelato "dono". Dopo il peccato Dio si rivelerà "perdono", al di là del dono...
In Es. 34, 6-7 Dio dà, come diceva graziosamente P. Gelin, "il suo biglietto da visita".
"Jahvé, Dio materno e pieno d'amore,
ricco di tenerezza e di fedeltà".
Ognuna di queste parole è ricca di tutto un contesto storico.
"Materno": la radice indica il "seno" della madre; Dio che crea le madri, ha come loro delle viscere "ogni giorno nuove" (Lam 3,23).
"Pieno d'amore": la radice è bene espressa dall'immagine della mamma china con tutto l'affetto sul suo bimbo (cfr. il nome "Giovanni", abbreviazione di "Yo-hanan", "Dio che fa grazia").
"Tenerezza" (la parola che sconvolge Osea): immagine ne è la tenerezza che unisce due fidanzati.
"Fedeltà": il nostro "Amen"! ha la stessa radice ed esprime la sicurezza di chi sa di appoggiarsi sull'unica realtà solida.

{da "La perenne giovinezza della Bibbia" - Etienne Charpentier}

venerdì 10 gennaio 2014



Se tu non capisci la parola di Dio i diavoli però capiscono quel che tu leggi e tremano.

{Racconti di un pellegrino russo}

venerdì 22 novembre 2013

Scelta della vera Sapienza

Dio ha la sua Sapienza, ed essa è l'unica e vera da amare e cercare come un grande tesoro.
Ma anche il
mondo corrotto ha la sua sapienza, e questa è da condannare e detestare perché iniqua e perniciosa. Pure i filosofi hanno la loro sapienza, ed essa è da disprezzare perché inutile e spesso dannosa per la salvezza.
Fin qui abbiamo parlato della Sapienza di Dio alle anime perfette, come dice l'Apostolo.
Ma per il timore che queste vengano ingannate dal falso splendore della sapienza mondana, voglio dimostrare quanto essa sia menzognera e maligna.

I. La Sapienza mondana 

La sapienza mondana è quella di cui è scritto: «Distruggerò la sapienza dei sapienti secondo il mondo; i desideri della carne sono in rivolta contro Dio...
Non è questa la sapienza che viene dall'alto: è terrena, carnale, diabolica». Questa sapienza del mondo è una perfetta conformità alle massime ed alle mode del mondo.
È una tendenza continua verso la grandezza e la stima.
È la ricerca costante e subdola del proprio piacere e interesse, non in modo grossolano e stridente con il quale si commetterebbe un peccato di scandalo, ma in modo fine, ingannatore e astuto.
Altrimenti, anche secondo il mondo non sarebbe più sapienza ma libertinaggio.

Un sapiente del mondo è uno che sa far bene i propri interessi, e sa volgere tutto a proprio vantaggio
temporale quasi senza sembrare di volerlo.
Conosce l'arte di dissimulare e di ingannare furbescamente senza che altri s'accorga. Dice o fa una cosa e ne pensa un'altra.
Non ignora nulla dei comportamenti e dei complimenti del mondo.
Sa adattarsi a tutti per raggiungere i propri scopi, senza troppo preoccuparsi dell'onore e dell'interesse di Dio.
Mette un segreto ma funesto accordo tra verità e menzogna, vangelo e mondo, virtù e peccato, Gesù Cristo e Belial.
Vuol passare per onesto, ma non per bigotto.
Disprezza, avvelena o condanna con facilità tutte le pratiche di pietà che non combaciano con le sue. Infine, il sapiente del mondo è uno che seguendo la sola luce dei sensi e dell'umana ragione, cerca unicamente di salvare le apparenze di cristiano e di onesto.
E non si cura molto di piacere a Dio ed espiare con la penitenza i peccati commessi contro la divina maestà.

Ci sono sette motivi d'azione che il sapiente secondo il mondo non ritiene colpevoli e su questi si basa per condurre un'esistenza tranquilla: il punto d'onore, il «cosa si dirà?», la moda, la buona tavola, l'interesse, il darsi importanza, la battuta di spirito.
E ci sono sette speciali virtù che lo fanno canonizzare dai mondani: la bravura, la finezza, la diplomazia,
l'accortezza, la galanteria, la cortesia, la giovialità. Ritiene invece peccati enormi: l'apatia, la stupidità, la
povertà, la rusticità, la bigotteria.

Segue il più fedelmente possibile i comandamenti dettati dal mondo:
1) Conosci bene il mondo.
2) Vivi da galantuomo.
3) Fa bene i tuoi affari.
4) Conserva ciò che t'appartiene.
5) Esci dalla polvere.
6) Fatti degli amici.
7) Frequenta l'alta società.
8) Mangia bene.
9) Non suscitare malinconia.
10) Evita la singolarità, la rusticità, la bigotteria.

Mai il mondo è stato così corrotto come oggi, poiché mai è stato così fine, così sapiente a modo suo e così scaltro.
Si serve abilmente della verità per ispirare la menzogna, della virtù per autorizzare il peccato, delle massime di Cristo per legittimare le proprie, tanto da ingannare spesso i sapienti secondo Dio.
È infinito il numero degli stolti cioè dei sapienti secondo il mondo, che sono poi gli stolti secondo Dio.

{da "L'amore dell'eterna Sapienza" di San Luigi Maria Grignion de Monfort}

Meraviglie della bontà e misericordia della Sapienza eterna prima dell'incarnazione

Davanti alla rovina del povero Adamo e dei suoi figli, la Sapienza eterna è vivamente commossa.
Con immenso dispiacere vede frantumato il suo vaso prezioso, lacerato il suo ritratto, distrutto il suo capolavoro, detronizzato il suo vicario in terra.
Con tenerezza tende l'orecchio alla sua voce lamentosa ed alle sue grida. Con passione ne scorge il sudore sulla fronte, le lacrime negli occhi, gli spasimi nelle braccia, il dolore nel cuore e l'afflizione nell'anima.

I. Il piano divino della salvezza

[Mi par di vedere l'amabile Sapienza quasi chiamare e convocare una seconda volta la Trinità santa per
rinnovare l'uomo, come aveva già fatto per crearlo [54]. Ed immagino che durante quel grande Consiglio si svolga una specie di lotta fra l'eterna Sapienza e la Giustizia di Dio.

Mi sembra di udire la Sapienza nella discussione della causa dell'uomo. L'uomo e la sua discendenza - ella - dice - meritano davvero per la colpa commessa la condanna eterna insieme con gli angeli ribelli. Bisogna però aver pietà di lui perché ha peccato più per debolezza e ignoranza che per malizia.
Sarebbe un vero peccato - ella sostiene - che un capolavoro così perfetto rimanga schiavo per sempre del suo nemico e che milioni e milioni di uomini si perdano eternamente per colpa di uno solo.
Fa poi vedere i posti lasciati vuoti nel cielo dagli angeli apostati e l'opportunità di colmarli [55] e infine la grande gloria per Dio nel tempo e nell'eternità se l'uomo sarà salvato.

Mi par di udire la Giustizia rispondere: la sentenza di morte e di eterna condanna è decretata contro
l’uomo e contro la sua discendenza, e deve essere eseguita subito e senza misericordia, come lo fu quella contro Lucifero ed i suoi seguaci. L'uomo - ella aggiunge - è un ingrato dopo tutti i benefici ricevuti; avendo seguito il demonio nella disubbidienza e nell'orgoglio, lo deve seguire anche nel castigo, perché è proprio necessario punire il peccato.

La Sapienza non vede nessuno nell'universo in grado di espiare la colpa dell'uomo, di soddisfare la
giustizia e di placare l'ira di Dio. E vuole, tuttavia, salvare il misero uomo ch'ella è portata ad amare e trova un rimedio meraviglioso.
È sbalorditivo: l'amore incomprensibile giunge fino agli estremi! L'amorosa e augusta sovrana offre se stessa in sacrificio al Padre per risarcire la sua giustizia, calmare la sua collera, strappare l'uomo dalla schiavitù del demonio e dalle fiamme dell'inferno e meritargli un'eternità felice.

La sua offerta è accettata. Si prende e si decreta una decisione: l'eterna Sapienza, cioè il Figlio di Dio, si
farà uomo a tempo opportuno e con modalità stabilite. Durante i quattro millenni che passarono dalla creazione e dal peccato di Adamo fino all'incarnazione della divina Sapienza, Adamo e i suoi discendenti morirono come voleva la norma fissata da Dio. Ma, in vista dell'incarnazione del Figlio di Dio, ricevettero la grazia di ubbidire ai comandamenti e di farne degna penitenza quando li trasgredirono. E se morirono nella grazia e amicizia di Dio, le anime loro discesero al limbo nell'attesa del Salvatore e Liberatore che aprisse loro la porta del cielo.

{da "L'amore dell'eterna Sapienza" di San Luigi Maria Grignion de Monfort}


Meraviglie della potenza della Sapienza divina nella creazione del mondo e dell'uomo

I. Nella creazione del mondo 

La Sapienza eterna ha incominciato a risplendere fuori del seno di Dio quando, al termine di un'intera
eternità, creò la luce, il cielo e la terra.
San Giovanni afferma che tutto è stato fatto per mezzo del Verbo, cioè della Sapienza eterna. Salomone la definisce madre e artefice di tutte le cose.
Notiamo ch'egli non la chiama solamente artefice dell'universo, ma anche madre: infatti l'artefice non ama e non si prende cura della sua opera come una madre fa con il suo bambino.

La Sapienza eterna avendo creato tutte le cose, dimora in esse per abbracciarle, sostenerle,
rinnovarle. È lei la bellezza sovranamente retta che mise il bell'ordine nel mondo da lei creato. Tutto lei ha separato, composto, pesato, aggiunto, contato.
Lei ha steso i cieli, ha disposto con ordine il sole, la luna, le stelle e i pianeti; lei ha gettato le fondamenta della terra, ha stabilito i limiti e le leggi del mare e degli abissi, ha plasmato le montagne, ha dosato, equilibrato tutto, perfino le sorgenti.
Infine - ella dice - stavo con Dio e disponevo ogni cosa con una precisione così perfetta e al tempo stesso con una varietà così piacevole, che mi pareva di giocare per divertire me e il Padre....

Questo ineffabile gioco della divina Sapienza si nota effettivamente nella diversità delle creature da lei
prodotte nell'universo. Infatti, a voler prescindere dalle differenti specie di angeli, quasi infiniti di numero, dalle differenti grandezze degli astri, e dai diversi caratteri degli uomini, non si vede forse la meravigliosa varietà delle stagioni e dei tempi, degli istinti negli animali, delle innumerevoli specie di piante, delle bellezze nei fiori, dei sapori nei frutti?
«Chi è saggio comprenda queste cose». La Sapienza si è comunicata a qualcuno? Ebbene, solo costui avrà l'intelligenza di questi misteri della natura.

La Sapienza ha rivelati questi misteri ai santi, come si legge nella loro vita. Talvolta essi si stupirono
talmente nel contemplare la bellezza, la soavità e l'ordine immessi dalla divina Sapienza nelle piccole cose come l'ape, la spiga di frumento, il fiore, il bruco, da cadere rapiti in estasi.

II. Nella creazione dell'uomo 

Se la potenza e la dolcezza dell'eterna Sapienza hanno tanto rifulso nel creato, nella bellezza e nell'ordine
dell'universo, molto più han brillato nella creazione dell'uomo. Questi infatti è il suo meraviglioso capolavoro, la viva immagine della sua bellezza e delle sue perfezioni, l'eletto vaso delle sue grazie, il mirabile tesoro delle sue ricchezze e l'unico suo vicario in terra: «Con la tua Sapienza hai formato l'uomo, perché domini sulle creature fatte da te».

A gloria di questo splendido e potente artefice bisognerebbe qui spiegare la bellezza e l'eccellenza
originale che l'uomo ebbe da lei al momento della creazione.
Ma l'immenso peccato da lui commesso, le cui tenebre e macchie si riflettono fin su di me, povero figlio d'Eva, mi ha così oscurato la mente che posso parlarne solo con molta imperfezione.

Si può dire ch'ella fece una copia ed una immagine splendente della sua intelligenza, della sua memoria e della sua volontà per donarle all'anima dell'uomo, perché fosse il vivo ritratto della Divinità. Gli accese in cuore la fiamma del puro amore di Dio; gli plasmò un corpo pieno di luce ed in lui racchiuse, come in sintesi, le differenti perfezioni degli angeli, degli animali e delle altre creature.

Nell'uomo tutto era luminoso senza ombre, bello senza brutture, puro senza macchia, regolato senza
disordine e senza difetto od imperfezione. Il suo spirito aveva in dote la luce della Sapienza per riconoscere perfettamente il Creatore e le creature. Aveva la grazia di Dio nell'anima per cui era innocente e gradito agli occhi dell'Altissimo. Aveva l'immortalità nel corpo. Aveva nel cuore il puro amore di Dio, esente dal timore della morte, ed amava Dio continuamente, senza negligenze, con amore puro per Dio stesso. Ed infine era tanto divino da essere in ogni momento trasportato al di fuori di sé, rapito in Dio, senza passioni da vincere e nemici da combattere.
O generosità dell'eterna Sapienza verso l'uomo! O felice stato d'innocenza dell'uomo!

Ma ecco la più grande delle disgrazie!... L'eletto divino si spezza in mille frantumi, la fulgente stella cade, lo splendente sole si ricopre di fango!
L'uomo pecca e, peccando, perde la sapienza, l'innocenza, la bellezza, l'immortalità... perde, insomma, ogni bene ricevuto ed è assalito da una infinità di mali!
L'uomo ha lo spirito inebetito ed ottenebrato: non vede più nulla. Il cuore gli si fa di ghiaccio nei confronti di Dio e non lo ama più. La sua anima offuscata dai peccati rassomiglia al demonio. Sorgono sregolate passioni di cui  egli perde il controllo. Gli resta la compagnia dei demoni, dei quali diventa abitacolo e schiavo. Le creature si ribellano e gli fan guerra.
In un attimo, l'uomo è ridotto a schiavo del demonio, oggetto dell'ira di Dio e vittima dell'inferno.
Appare a se stesso tanto brutto che corre a nascondersi. È maledetto e condannato a morte; è scacciato dal paradiso terrestre e perde il suo posto nel cielo. È condannato a condurre una vita grama, priva di ogni speranza di felicità, su di una terra maledetta! E da maledetto dovrà morire e, dopo la morte, andar dannato per sempre nel corpo e nell'anima, come il diavolo. E tutto ciò per sé e per i suoi figli [53].
Tale è la tremenda infelicità in cui l'uomo è caduto con il peccato. Tale è l'equa sentenza pronunciata dalla giustizia di Dio contro di lui.

In simile stato, Adamo è come disperato: non può ricevere aiuto né dagli angeli né dalle creature.
Nessuno è capace di rimetterlo in sesto, perché era troppo bello e ben fatto al momento della creazione, troppo repellente e macchiato è ora dopo la colpa. Si vede cacciato dal paradiso e dalla presenza di Dio.
Scorge la giustizia di Dio che lo perseguirà in tutta la discendenza. Vede chiudersi il cielo e spalancarsi l'inferno e nessuno capace di riaprirgli il primo e sbarrargli il secondo.

{da "L'amore dell'eterna Sapienza" - San Luigi Maria Grignion de Montfort}

giovedì 21 novembre 2013

Guarire dal vuoto

Viaggiamo per qualche istante a Gerusalemme. Vicino al Golgota, nel giardino adiacente alla cava di pietre, la tomba del Crocifisso è vuota! La pietra è stata rotolata via e Gesù è lì, splendente di luce e di gloria. La sua bellezza mi affascina, non è di questo mondo. Questa bellezza, la voglio, ne ho bisogno e, come è accaduto a Maria di Magdala quel mattino di Pasqua, una forza scaturisce dal profondo del mio essere e mi porta a stringere Gesù. A parte i demoni che hanno scelto di odiarlo per sempre, nessuno può vedere la bellezza di Gesù senza desiderare la sua stretta.
Mi chiama per nome e mi saluta: "Pace a te!".
Gesù ha appena vinto il peccato e la morte, ha vinto la mia morte, e mi offre la sua vittoria con gioia umile e immensa, è irresistibile! Tuttavia ho un bel cercare di aprirmi a questa pace e desiderare di captarla con tutte le fibre del mio essere, c'è un blocco! Ne ricevo solo una piccola parte! Sembra che il resto non faccia che rimbalzare su di me e ripartire verso Gesù...il mio cuore è forse impermeabile?
Sì, i nostri cuori sono impermeabili! Per anni sono stati accuratamente impermeabilizzati da ogni sorta di trattamenti che permettono loro di resistere non solo alla sottile pioggia bretone, ma anche ai grossi acquazzoni, o addirittura alle tempeste!
Ogni volta che partecipiamo alla Messa, ci troviamo alla presenza di quello stesso Gesù, adorabile, vivo, che ha parlato a Maria di Magdala nel giardino, la mattina di Pasqua. Infatti, quello stesso Gesù discende sull'altare alle parole del sacerdote, che è come un altro Cristo, per vivere di nuovo la sua sofferenza, la sua morte e la sua resurrezione; niente di meno! Quando il sacerdote dice: "La pace del Signore sia sempre con voi!", è Gesù stesso che me lo dice in particolare. Ma il mio cuore dov'è? Dove va a spasso? Perché, uscendo di chiesa, continuo a subire gli stessi conflitti, le stesse tensioni interiori, se Gesù risorto mi ha consegnato tutta la sua pace?! Anche in questo caso c'è un blocco! Perché?
Nel giardino, quel giorno, Gesù ha parlato in ebraico e ha detto Shalom, quindi vorrei sapere che cosa contiene questo pacchetto!
In realtà lo Shalom di Gesù non ha molto a che vedere con l'idea che il nostro mondo si fa della "pace". No, lo Shalom non è l'assenza di conflitti. Non è quel sentimento delizioso di sollievo che proviamo quando i nostri nemici hanno infine sgombrato, i venti contrari hanno smesso di soffiare e le onde aggressive delle nostre tempeste si sono calmate. No, questo non è lo Shalom, ma una semplice tranquillità che può andare in frantumi a ogni momento! I miei nemici possono tornare alla carica, le aggressioni possono riprendere e possono ripresentarsi nuove situazioni difficili...Grazie a Dio lo Shalom di Cristo è completamente diverso: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi... (Gv 14,27).
Il primo senso della parola Shalom è la "compiutezza" la "pienezza". Se sono completo in me stesso, intero e colmato, allora ho lo Shalom. 
Quando chiedo una camera per la notte in un albergo e il gestore mi risponde: "Mi dispiace siamo al completo", posso dire che quell'albergo ha lo Shalom. Non ha una camera libera, non ci sono vuoti. Il contrario dello Shalom non è la guerra, è uil vuoto - certo, il vuoto attira la guerra! Quando l'angelo Gabriele dichiara Maria "piena di grazia", dichiara che lei ha lo Shalom nella sua perfezione: nessun vuoto in lei che non sia occupato da Dio.
Ma duemila anni dopo quando appare a Medjugorje come Madre e Regina della Pace, ci dice: "Cari figli, avete dei vuoti in voi stessi! Non conservati questi vuoti! Poiché Satana si aggira e vuole riempirli. Cari figli, riempite questi vuoti con la preghiera".
La Regina della Pace viene a Medjugorje per riempirci dal vuoto! Sa che il vuoto è una toruta per il cuore umano. Oggi perché tanti giovani si volgono verso la droga o l'alcool? Perché certuni vanno da un partner all'altro, sacrificando così il dono prezioso della loro sessualità sull'altare della perversione? Perché incollano alle orecchie quelle musiche martellanti che spingono le loro coscienze incerte verso mondi fittizi? La risposta è chiara: non sopportano la tortura del vuoto interiore e sono pronti ad aggrapparsi a qualunque mezzo per dimenticare, anche un solo istante, che sono vuoti! Vuoti di speranza, vuoti di amore, vuoti di direzione per il futuro, incastrati in un materialismo senza via d'uscita apparente. Chi non afferrerebbe al volo la piccola scappatoia che si presenta, anche se reca la scritta: "Attenzione, pericolo mortale!". Fra la tortura del vuoto e la morte, certuni scelgono la morte.
Essi devono sapere che la Madre di Dio viene a Medjugorje innanzitutto per i giovani. Ha scelto sei giovani del villaggio per guarirli dal vuoto! Rivela loro che per colmarli il Creatore fa un regalo sontuoso: niente di meno che se stesso!
"Non dimenticate, cari figli, che Dio si dà a voi nella sua pienezza!"
Sant'Agostino ha una bella formula: siamo capax Dei, capaci di Dio. Il Creatore ci ha modellati in modo tale che siamo capaci di contenere lui, Dio, in tutte le sue dimensioni! O abisso vertiginoso dell'anima umana!
L'espressione ebraica: Dio creò l'uomo a sua immagine (Gen 1,27) è difficile da rendere bene, si tratta più di un'idea di forma che di immagine - abbiamo la "forma" di Dio. Ma con che cosa riempiamo i nostri cuori così immensamente vasti? Una piccola soddisfazione a sinistra, un piccolo piacere a destra? Cibi effimeri che, quando si esauriscono, provocano in noi una nuova scarica di angoscia? La nostra vocazione è il Cielo, il nostro desiderio più inevitabile è essere riempiti, essere traboccanti!

Passare dall'angoscia allo Shalom

Ecco alcuni esempi che riflettono certi nostri atteggiamenti: "Sono un -bravo cattolico-, vado a Messa tutte le domeniche, ma non ho la pace! Al contrario sono tormentato. Mi preoccupa la mia salute! Avanzo negli anni e se c'è una cosa che detesto è la malattia. Non mi voglio ammalare! L'idea di soffrire mi ripugna, non voglio né soffrire, né restare inchiodato a letto, né perdere il lavoro, né essere umiliato da certe cure...in breve vado a consultare il medico ogni otto giorni per accertarmi che il mio organismo non mi stia preparando una brutta sorpresa...".
Quest'uomo, per quanto apparentemente sia un "bravo cattolico", in realtà si come un pagano che non conosce Dio e soffre per il vuoto. Ha dimenticato il giorno del suo Battesimo, in cui è divenuto figlio di Dio, erede di Dio. Quel giorno ha acquisito una ricchezza immensa, perché facendo ormai parte della famiglia di Dio, tutto quello che è di Dio è suo: "Comunione dei beni"...Allo stesso modo, tutto quello che è suo è di Dio. Il suo corpo è di Dio, allora se il suo corpo si ammala, non è un suo problema, è un problema di Dio!
Ma il nostro amico non vive veramente il suo Battesimo, in modo inconscio si è scollegato alla famiglia, ha recuperato la sua puntata! Tiene la sua sorte tra le mani e la stringe con tutte le forze. Dicendo: "E' il mio corpo, la mia salute, è la mia vita e sono io che decido..." ha respinto Dio - senza nemmeno rendersene conto - al di fuori delle sue frontiere e ha creato lui stesso il vuoto. Nella sua umiltà Dio non si impone quando non è invitato, e il nostro amico lo ha licenziato:
"E' la mia vita, la mia salute, allora Signore, per favore, non toccarla!".
Proprio qui si trova la grande trappola, tanto più efficace in quanto è inconscia. Il nostro amico crede di rassicurarsi stringendo la sua vita nelle mani, mentre accade il contrario, si svuota! Dio non è il benvenuto in lui, e siccome dove non c'è Dio, non c'è nemmeno la luce, il nostro amico apre la porta alle tenebre. E chi lavora nelle tenebre? Chi ha bisogno delle tenebre per operare, per paura che le sue opere siano scoperte? Lo sappiamo!
Nel nostro amico, il maligno e i suoi angeli hanno i loro piccoli ingressi e si dilettano di questo grande vuoto buio; un terreni di sogno per agire! Allora, corrodono questo pover'uomo dall'interno, lo rosicchiano senza pietà e il nostro amico si stupirà di sentirsi male. Si agiterà, si impaurirà davanti a questi tormenti senza fondamento che dilaniano lo stomaco...Per dimenticarli, cerca di distrarsi. Ma non è del tutto sciocco: sa che, passata la distrazione, dovrà ritornare in quel brutto albergo che è il suo cuore vuoto, privo di pace...
A questo stadio cruciale che colpisce gran parte della popolazione, che fa la fortuna dei venditori di ansiolitici, come dei chiromanti, che cosa ci dice la Regina della Pace?
"Cari figli, vi invito all'abbandono totale a Dio! Pregate figlioli, perché Satana non vi faccia agitare come rami al vento. Siate forti in Dio...Non siate angosciati e preoccupati. Dio vi aiuterà e vi mostrerà la strada..." (25.5.1988) 
Il nostro amico ha un mezzo sicuro per trovare infine la pace: è il moto dell'abbandono. Come tutti i mezzi proposti da Gesù e da sua Madre, è allo stesso tempo semplice ed esigente. Invece di aggrapparsi alla salute e alla vita fisica, il nostro amico "mollerà la presa" e si abbandonerà tra le mani di Dio. Il modo di procedere è semplice da capire, un bambino sa cosa significa dare qualcosa a suo padre. Ma è esigente perché il nostro amico dovrà cambiare atteggiamento e dire: "Signore, siccome sono battezzato e tui appartengo, il mio corpo è tuo. Disponine come tu desideri. Quanto a me, lo scopo della mia vita è glorificarti. Se vuoi che ti renda gloria con la salute, perfetto, dammi la salute! Ma se hai un altro progetto per me e desideri usare una malattia per purificarmi, allora, Signore, agisci secondo il tuo desiderio perché in ogni modo, malato o in buona salute, quello che conta per me è glorificarti!".
Mediante questo atteggiamento del cuore veramente cristiano (ma follia per un pagano), il nostro amico diventa libero! Non dipende più da ciò che fluttua, si situa al di là! E siccome ha invitato il suo Signore a realizzare la sua opera divina in lui, Gesù può riversarsi nell'immenso spazio di questo cuore aperto. Troppo contento di essere invitato, lo riempirà. Così lo Shalom invade il cuore del nostro amico che gusta ormai la pace, quella vera!
(...)Esiste un altro tipo di possessività micidiale per la pace del cuore, quella che si sviluppa in modo sottile verso gli esseri che ci sono cari, in particolare i figli.E' così facile ignorare il progetto di santità che il Creatore ha per loro e contrastarlo proiettando su di essi i nostri intendimenti, le nostre aspettative.
"E' mio figlio, porta il mio nome, sono io che ho pagato i suoi studi...!". La nostra pace dovrà fluttuare in balia delle nostre scelte buone o cattive? Certo che no! Consacrare un bambino a Dio e alla Madre di Dio fin dal concepimento ci rende liberi, perché questo approccio ci libera dal fardello che imponiamo a noi stessi prendendo il posto di io presso il figlio.
Anche in mezzo ad ore dolorose, inevitabili nel rapporto fra genitori e figli, il nostro Shalom resterà saldo e incrollabile, se deponiamo nelle mani di Dio la sorte dei nostri figli.
"Signore, ecco il bambino che mi hai affidato. Tu sei il suo Creatore, il suo Pastore e il suo Salvatore. Lo hai messo nella nostra famiglia perché lo aiutiamo a crescere secondo le tue vie e a diventare ciò che egli è da tutta l'eternità, nel tuo disegno di amore per lui. Aiutami, Signore, ad essere amoroso e responsabile, a svolgere il mio ruolo presso di lui, a donarmi a fondo e a mettere in opera tutto perché egli trovi la via della santità. Che il tuo Spirito Santo mi assista nell'educazione che gli do. Fai di lui quello che ti sembra opportuno, Signore, perché questo figlio è tuo figlio, ti appartiene, quindi te lo offro e te lo consacro con una totale fiducia."
Avendo fatto questa donazione e consacrazione, sperimentiamo una libertà regale e la sua sorella gemella, la pace, si riversa nei nostri cuori.
Si potrebbero moltiplicare senza fine gli esempi - il nostro rapporto con il lavoro, con il futuro, con la nostra idea di qualità, con la nostra cultura, e perfino con i nostri peccati abituali...
Qualunque sia l'oggetto in questione, una costante emerge chiaramente: più controllo io le cose, più perdo la pace, più mi abbandono a Dio, più acquisto la pace.
Sì, ogni giorno, alla Messa, Gesù sta davanti a me nello splendore della sua risurrezione, e arde per il desiderio di occupare gli spazi vuoti del mio cuore per riempirli di sè! Il suo sguardo amoroso sonda le mie viscere e il mio cuore, vede queste porte chiuse e bloccate accuratamente col chiavistello, queste zone della mia vita in cui non è mai potuto penetrare perché non è mai stato invitato a entrarci. Le desidera con grande ardore...Resteranno riserva di caccia o gliene darò le chiavi?
Il suo Shalom rimbalzerà ancora oggi sui muri dei miei antri sigillati, o riconoscerò il tempo in cui sono visitato e accoglierò la gloria del Risorto?

{"Il bambino nascosto di Medjugorje" - Suor Emmanuel}




martedì 29 ottobre 2013

Il commiato

Nessun intoppo. Tutto andava perfettamente. Non avevo 
dimenticato nulla, tutto era pronto, io era pronta, ognuno era pronto, i facchini 
per i bagagli, il buon Issa per salire in serpa, sulla vettura che mi aspettava, pronta 
anche essa, poco lontano, fuori il grande arco di pietra di Bal-el-Khalil: pronti, tutti. 
E, a un tratto, io ebbi una scossa, uno di quegli avvertimenti bizzarri, interiori, 
indistinti, imprecisi, ma profondi: avevo dimenticato qualche cosa. Mentalmente, 
feci una ispezione nella mia stanza, in tutti i mobili, in tutti i cassetti: numerai i 
grandi e piccoli bagagli: frugai nelle mie tasche, nella borsetta da viaggio: tutto 
era in regola. Ma la impressione persisteva: si faceva più forte. Io avevo 
dimenticato qualche cosa. 
Cercai nella mia memoria, e avessi fatto tutto, vistato il passaporto, telegrafato a 
Napoli, telegrafato a Costantinopoli, impostate le lettere, avvertito l’ufficio del 
Lloyd a Jaffa, per il posto sul battello. Tutto, tutto era stato fatto con una rara 
precisione. Ma più vivida, in me, sorse la voce che mi suggeriva: hai dimenticato, 
hai dimenticato, ricordati, ricordati! Lentamente, tormentata, discesi per le scale 
dell’albergo, fra i saluti usuali di padroni, di segretari, di servi, di portinai ancora 
sulla soglia, prima di avviarmi verso la carrozza che doveva condurmi alla stazione, 
prima di dare le spalle a Gerusalemme, mi fermai pensando. Che cosa, dunque, 
avevo dimenticato? Avevo io salutato tutti? Tutti? E la verità mi balenò nell’anima, 
abbagliante. Io avevo dimenticato di salutare Nostro Signore. 

Ah che quando, ritornata, di nuovo, frettolosamente, convulsamente, sola, 
alla chiesa del Santo Sepolcro, alla tomba di Gesù Cristo, pochissimi minuti prima 
della partenza, spinta da un bisogno irresistibile di addio, io mi prostrai e stesi le 
braccia, su quel marmo, io fui presa da una disperazione lacerante, straziante.  

Mai più, mai più io sarei ritornata, nel breve corso dei miei giorni, a Gerusalemme; 
mai più mi sarei accostata a Gesù, nella sua vita, nella sua passione, nella sua 
morte, così, come allora; mai più avrei toccato, col mio viso ardente, con le mie 
labbra ardenti, quella fredda pietra che ha coperto la sua salma; mai più avrei 
bagnato delle mie lacrime il suo sepolcro. Mai più, mai più la vita mia, legata a 
tanti doveri e a tanti affetti, mi avrebbe ricondotta laggiù, in piissimo 
pellegrinaggio. Non si va in Gerusalemme, se non una sola volta. Mai più avrei 
valicato, nel ritorno, le sue porte fatali e mai più il mio cuore si sarebbe franto, così. 
Era finito. Finito. Provavo l’immenso, invincibile dolore della fine. Come sul 
cadavere di mia madre, su cui mi ero gittata, sola, nella più terribile e deserta sera 
della mia esistenza, io singhiozzavo, inconsolabilmente, sul sepolcro di Gesù. Non 
vedevo, non sapevo più nulla: tranne che tutto era finito, che, da quel giorno, da 
quell’ora, io mi separavo per sempre da Sionne. Dovevo andare: tutto era finito. 
Tre volte, piangendo, tornai indietro, nella sacra stanzetta e ne baciai, come il 
figlio bacia il cadavere di sua madre, sì, di sua madre, non solo la tomba, ma le 
pareti, ma la soglia: tre volte mi prostrai, piangendo, dovunque Egli era passato, 
dal Golgotha alla tomba. Chi mi guardava, sorpreso? Chi si commoveva, al mio 
dolore, in quell’ora di separazione? Non so. Non vidi. Non vedevo nulla. Forse, 
nessuno mi guardò e mi udì. Forse chi mi guardò o mi udì, conosceva questo 
scoppio di angoscia, in quel minuto supremo di divisione. Forse, altri hanno pianto 
con me. Non so. Non vidi. Non ricordo. Abbracciai le colonne e baciai i gradini di 
ogni altare, come se mi separassi da qualche cosa umana, per sempre, Mi voltai, 
dalla soglia, e salutai, piangendo, come si saluta il cadavere che sparisce, e 
pensai che io, sì, sarei morta e la gran chiesa resterebbe sempre viva, che la 
grande tomba, viva, vigilerebbe sull’anima e sui cuori dei cristiani, che io sarei 
morta, senza mai più rivedere nè Gerusalemme, nè il sepolcro del Signore. Chi 
seppe la via che percorsi, a piedi, chiusa nel dolore, lacrimando, a capo basso? 
Chi si ricorda per dove passai, che cosa feci, quali furono i miei atti, uscendo dalle 
porte di Sionne, facendomi trascinare alla stazione? Andavo, mi conducevano, 
muta in un velo di dolore e di lacrime solitarie, da nessuno asciugate, che nessuno, 
che niente avrebbe potuto asciugare! La vettura conduceva un dolore, 
profondato nell’anima ed effuso nei soffocati singulti, nelle lacrime che 
incessantemente scorrevano sul volto bruciante, che nulla poteva reprimere, 
inaridire. Conduceva un dolore, ecco tutto. 


Un dolore profondo, sgorgante dall’anima spasimante, vide il vagone della 
piccola ferrovia che doveva strapparmi, velocemente, per sempre, da 
Gerusalemme. Guardavo, guardavo, dal finestrino, con occhi fissi e desolati, 
Sionne, alta sui suoi colli, come si guarda il viso di chi non si vedrà mai più: e bene 
avevo pensato, pregando che niuno mi avesse accompagnato alla stazione, in 
quella mattina.. Io non avrei potuto separarmi liberamente, nella libertà del mio 
dolore, dalla città dell’anima. Attorno a me, degli inglesi, vedendomi, dallo 
sportello, guardare così intensamente e piangere, dissero, fra loro, che io dovevo 
essere malata o pazza: mi rammentai, più tardi, il suono di quelle parole, non le 
compresi, allora, subito. Guardavo. Impregnavo la mia vista e il mio cuore 
 dell’ultima visione di Gerusalemme: cercavo di portarne meco ogni linea, ogni 
colore, ogni particolare, per poterla evocare, sempre, nella lontananza, nell’esilio. 
Guardavo. Nulla sapevo di nulla. Il grande fracasso della stazione mi giungeva 
indistinto. le facce, intorno, mi parevano di fantasmi: mentre il sole scintillava e 
l’aria era brillante e l’ambiente era incantevole. Tutto io volevo trasportare, nei 
miei sensi, nella mia immaginazione, nell’anima mia, di quegli aspetti e di 
quell’ora. Il fischio stridente attraversò l’aria e il treno si mosse. Tutto era finito: 
Gerusalemme spariva, innanzi ai miei occhi avidi, desolati, che sempre cercavano 
vederla, mentre il treno affrettava i suoi giri di ruota. Tutto era finito. Potevo vivere, 
patire, gioire morire, niente di tutto quello, io avrei riveduto e provato. Così, nello 
spasimo lacerante, quando il cuore si rompe in due, separandosi, mentre la torre 
di Davide si dileguava nella distanza, io feci un giuramento e feci un voto. Giurai, 
che, per Gesù, per la sua fede e per il suo paese, benedetto e consacrato dalla 
sua vita, o dalla sua morte, avrei scritto un libro, non il più artistico dei miei libri, ma 
il più umano: non il più bello, ma il più sincero: giurai che lo avrei scritto con umiltà 
e con speranza, da cristiana, per umili e speranzosi cristiani. 
E ho tenuto il giuramento e sciolgo, oggi, il voto. Io depongo questo libro ai 
piedi della Croce, ad Essa tendendo le braccia, per me, per i miei figli, 
mormorando per me, per essi, le parole degli antichi cristiani: Ave, spes unica. 
{Nel paese di Gesù - Matilde Serao}

Magdala

Negli Evangeli, qua e là, ora precisamente, ora vagamente, la figura di una 
peccatrice appare. La forma del suo incontro con Gesù varia: varia il posto 
dell’incontro; e a chi legge superficialmente può parere che queste sieno due o 
tre donne. Ma se si legge bene, si vede che l’essenza morale del fatto, è una 
soltanto: Cristo perdona a questa peccatrice. E, scrutando con occhi attenti, si 
scorge che è anche una sola, la donna. Essa è Maria di Magdala. La pittura 
antica, italiana e straniera, ci ha dato una Maddalena bellissima, sempre, per lo 
più bionda e formosa, i pittori le hanno disciolto sulle spalle i capelli a onde di oro 
e le han dato un carattere terreno, senz’ombra di poesia. Invece, la tradizione di 
Palestina, tradizioni a cui si deve credere giacchè ivi è il paese dove le antiche 
storie, più si scende nel popolo e più sono vivamente conservate, la tradizione 
parla di una donna ebrea nel suo tipo alto e snello, in quell’armonia elegantissima 
di movenze, con un volto ovale e bruno, con gli occhi lunghi e fieri, con una 
bocca rossa come un fiore di granato, con una massa di capelli neri. Questo a 
udire i racconti degli agricoltori e dei pescatori di Galilea, è il vero ritratto di Maria 
di Magdala. E che importa, se pur non facendone il Tiziano la sincera effigie, la 
sua arte ha saputo legarcj anche con quella forma, splendida di colore e di vita? 
Non conta sola la verità nell’arte, conta anche, e sovra tutto la bellezza. Forse, 
hanno ragione i coltivatori di Magdala che mi descrissero la figura della loro 
grande Maria, come è giunta sino a loro, la figura flessuosa e seducente, piena di 
grazia muliebre, e il lampeggiare dei bruni occhi e l’irresistibile sorriso della sua 
bocca: ma anche il Tiziano ha ragione! Viveva ella in Magdala, quando s’incontrò 
col Signore e fu nel tempo delle sue peregrinazioni lungo il lago di Tiberiade, o ella 
lo vide in Gerusalemme? La cosa è incerta. Forse, la orgogliosa donna, avvolta 
nelle sue ricche vesti, col manto di seta bianca che le circondava la bellissima 
testa e donde uscivano le trecce odorose de’ suoi capelli, poggiata la fronte alla 
piccola mano carica di gemme, avvolta in una nube di odori balsamici, era 
partita dalla sua città natia, e nell’alto palanchino aveva attraversata la distanza 
grande che divide Magdala da Nazareth, e la grandissima che separa Nazareth 
da Gerusalemme: aveva viaggiato forse, sotto i cieli chiarissimi d’Oriente, dove 
volano le tortore azzurre, fra una vegetazione florida e ricca, andando alla città 
della Legge, che era la gloriosa Sionne, ma era anche la città del lusso e dei 
piaceri. Nel suo cuore, inaridito dall’avvampante soffio dell’egoismo, Maria di 
Magdala non portava traccia di tenerezza veruna: e mai lagrima veniva a 
molcere la scintilla superba della sua pupilla. Dura e crudele, dunque: e fiera 
anche della sua esistenza esteriore, fiera delle sue dovizie, delle sue pietre 
preziose, delle vesti, della sua inarrivabile beltà, che sollevava un mormorio di 
ammirazione, dovunque ella trascorresse! Ma, un giorno, la rosa di Magdala 
cominciò a declinare sullo stelo: ella illanguidì in un tormentoso pensiero: ella sentì 
intorno a sè il disprezzo della gente: ella trovò accumulati sul suo capo e sulla sua 
coscienza, tutti i peccati che aveva commessi: e un grande orrore di sè e della 
vita la prese. Ella, perseguitata, beffeggiata, insultata, corse ai piedi del Signore e 
vi restò prostrata, aspettando la sua condanna. Momento supremo! Cristo 
perdonò. Ah, fu allora che il cuore di Maria di Magdala si franse, fu allora che un 
fiume di lacrime roventi uscì da quegli occhi che non avevano mai pianto, e 
questo fiume portò via tutte le impurità di quell’anima e la lasciò linda e nitida, 
tutta fervida di speranza, tutta fremente di affetto. 
Da questo giorno, Gesù acquista a sè un’anima che vale quelle di tutti gli 
apostoli, per la passione, per l’intensità, per l’abbandono, per la devozione; egli 
ha con sè, non una donna che lo segue, così, per vana curiosità, per fantasia, ma 
una creatura tutta a lui dedicata, ma un’adoratrice spirituale, ma una sorella 
dell’anima, ma una serva di tutte le ore. I suoi sottili piedi che non avevano mai 
camminato, non si stancano nelle vie lunghe e pietrose, dietro al piccolo corteo di 
Gesù: le sue mani che non avevano mai lavorato, si piegano alla fatica materiale: 
la sua anima che non aveva pregato, mai, si inchina alla Maestà del Padre, che è 
nei Cieli. Ella segue Gesù, dappertutto, ombra fedele e costante spirito di 
previdenza e di protezione, cuore sagace e tenero e pauroso e pur valoroso; è la 
prima ai pericoli, ai dolori, alle fatiche, l’ultima al riposo e alla pace. le tracce di 
Maria di Magdala sono dapertutto, dovunque Gesù ha posato la testa, dovunque 
egli ha pronunziato una parola. Nella città di Bethsaida, dove egli fece i suoi 
maggiori miracoli, e sulla montagna di Hattine; nelle campagne di Safed, dove 
egli predicava a un popolo di coltivatori, e sotto gli archi del Tempio, nella crudele 
Gerusalemme; in quel meraviglioso sentiero che dalla campagna discende ai 
lago di Tiberiade, sentiero percorso, da Gesù, per anni, ogni giorno, che conduce 
a uno dei più belli paesaggi del mondo, e negli orti di Getsemani. Dovunque! 
Ella gli deve tutto. Era morta nell’aridità e nel peccato, ed egli l’ha 
risuscitata; ignorava l’emozione ed egli gliene ha data una ineffabile; non 
conosceva la virtù nobilitante del dolore e questa forma di purezza, è scesa in lei: 
tutta la sua redenzione morale è stata fondata sovra una semplice parola di 
perdono. Vedete Maria di Magdala, nella Settimana di Passione. Ella è nella folla 
plaudente, nel giorno degli Ulivi, un giorno inebbriante di poesia primaverile e di 
gloria del Signore, ultimo giorno di luce e di sorriso. Ma il tradimento di 
Ghetsemane si compie, gli apostoli fuggono: ella segue Gesù, la passionale 
donna, dall’orto dell’agonia spirituale, sino al palazzo del Gran sacerdote; ella 
passa la notte fuori la porta, nella via, aspettando la sentenza. Il suo spasimo viene 
subito dopo quello di Maria di Nazareth. Dovunque Gesù soffre, un altro cuore è 
straziato: dovunque egli patisce, un lamento represso tenta schiudere le labbra di 
Maria di Magdala. Ella va dal Pretorio al Golgotha, ella si ferma dirimpetto alla 
croce, ella vede morire Gesù, e il suo grido è alto, il suo singhiozzo clamoroso: ella 
si ferma dal piangere, solo per aiutare Giuseppe d’Arimatea e il buon Nicodemo, 
alla deposizione dalla croce; ella porta il balsamo e i profumi per imbalsamare 
Gesù: e, all’indomani, è lei la prima ad accorrere alla tomba, è lei che trova la 
pietra smossa, e corre ad avvertire gli apostoli, è lei che vede riapparire Gesù, la 
prima volta. Giuda ha tradito, Pietro ha rinnegato, Tommaso era incredulo, spesso 
gli apostoli erano incerti, diffidenti; Maria di Magdala ha tutto creduto e ha 
sempre creduto. Maria di Magdala ha avuto una fede assoluta, un affetto 
assoluto, un abbandono assoluto. Tutto il buio ardore della sua anima, si era 
cangiato in luminoso ardore; e tutta l’essenza passionale del suo cuore, era 
diventata misticismo. Verranno, più tardi, le sante Terese e le sante Francesche, le 
sante Marie Egiziache e le sante Caterine, ma ella avrà raccolto in sè tutte le 
estasi e tutti i dolori, tutti i rapimenti e tutte le umiliazioni, ella sarà stata fedele nella 
vita e nella morte, sino alla tomba e più in là. 
Io ho visitato questo paese di Magdala. In una sera di estate sulle sponde 
del lago di Tiberiade, ho lungamente discusso con un povero barcaiolo — povero, 
sì, ma discendente, forse, di san Pietro, o di san Giacomo, o di san Giovanni — un 
contrattino, per cui egli doveva imbarcarmi, l’indomani mattina alle sei, me e il 
mio dragomanno Mansur, per attraversare tutto il lago e sbarcarmi a Medjdel che 
è in linguaggio nostro, Magdala. Il piccolo villaggio della grande peccatrice, della 
grande penitente, è sulla costa occidentale del mare di Galilea: distante dalla 
spiaggia, cinquecento passi. Il barcaiuolo mi chiese trenta lire, per quel tragitto: gli 
furono concesse. Mi dichiarò che ci volevano, per percorrere quei dieci chilometri 
di lago, coi remi, quattro ore per andare e quattro per ritornare. La vela? Non vi è 
mai molto vento, sul mare di Genesareth. Alla mattina, non ve ne è niente: al 
ritorno, si ha il vento contro. Quattro oro, otto ore? Sicuro. E la barca, dove era? 
Poco lontana. Andammo a vederla. Grande, piatta, greve, incomodissima. Otto 
ore, proprio? Forse più, anzi. Un sospiro al sogno poetico di attraversare tutto quel 
lago di Tiberiade, dove, un tempo, cento barche a remi e a vela, davano il pane 
agli abitanti di quelle rive e l’allegrezza al paesaggio, dove, ora, solo quattro o 
cinque barche rimangono, sospinte pigramente da barcaiuoli silenziosi, che 
hanno dimenticato il loro mestiere. Un sospiro al bel sogno di percorrere il lago dei 
grandi miracoli, ove Gesù Cristo camminò sulle acque, ove fece la pesca 
miracolosa, ove sedò la bufera: un sospiro e una decisione. 
— Andiamo a cavallo, a Magdala, Mansur. 
— Meglio, Madame. 
Il barcaiuolo se ne va, silenzioso, senza protestare. 
Forse è abituato a queste delusioni, Pochi, pochi, vanno in barca a 
Magdala, a Bethsaida, a Capharnahum. Il duro viaggio di Tiberiade, che nessun 
touriste di curiosità compie e che solo i più ferventi pellegrini di religione fanno, fino 
all’ultimo, spezza le svanenti forze dei viaggiatori. A cavallo, per questa estrema 
gita, a cavallo, per chiudere il ciclo di queste bizzarre ed emozionanti giornate! La 
mattinata è fresca, è vivida, tutto è felice, intorno: il mio cavallo ha riposato, è un 
piccolo arabo lieve come un uccello, basta chiamarlo per nome, pianamente, 
per farlo correre, gentilmente, leggermente. Si chiama: Aoua, il vento. Bel nome! Si 
va lunga la sponda del lago, si vede tutta la base della collina di Hattine, di quel 
benedetto monte delle Beatitudini dove il re Balduino perdette una terribile 
battaglia contro i mussulmani, e con essa il trono di Gerusalemme, e l’opera dei 
crociati fu distrutta. Attraversiamo il campo delle spighe, ove Gesù disse una delle 
sue più belle parabole: ecco il colle dove avvenne la moltiplicazione dei pani e 
dei pesci. Dolce mattinata: dolce ora, profumata di erbe ancora roride e 
fragranti: dolce corsa, attraverso la campagna, mentre il lago che è tutto di un 
azzurro d’argento, appare e scompare. Il mio cavallino Aoua e quello di Mansur 
vanno, vanno, come se non portassero nessuno, con un passo ritmico, quasi 
musicale: e invece di mettervi due ore, per arrivare a Magdala, noi vi giungiamo 
in un’ora e un quarto. 
Magdala! È un povero piccolo villaggio, consistente in alcune case, fatte di 
basalto. Esse hanno l’aria triste e oscura; esse sono raggruppate, qua e là 
disordinatamente. Altra volta vi era, in Magdala, anche una chiesa cattolica, 
molto bella; essa fu distrutta, nel milletrecento. Una di queste strane case nere 
albergò, forse, nell’adolescenza e nella giovinezza, Maria Maddalena! Chi sa! Io 
erro, intorno, cercando qualche traccia che la immaginazione può render 
palpitante d’interesse. Ecco un grande palmizio e alcune ruine poco lungi, che 
esso doveva ombreggiare. Fu qui, forse, che ella dimorò, donde ella si partì, per 
portare a Gerusalemme la sua beltà, il suo ardore pei, piaceri e il suo lusso? 
Questo palmizio, forse, ricorda un giardino di delizie. Più in là, a sinistra, presso la 
via, verso la fine del villaggio, vi sono gli avanzi di un grande muro. La sua casa, 
forse? Chi sa, chi sa? Tutto è avvolto di mistero. Pure, Magdala esiste. Cinque 
erano le città lungo il lago, quando Gesù vi portò la sua predicazione: 
Capharnahum; Bethsaida; Dalmanutha; Chorazin; Magdala. Dovunque egli ha 
portato il suo potere divino, ha parlato, ha predicato, ha insegnato, ha fatto 
miracoli di tenerezza, di pietà, di sapienza, ma il cuore degli uomini restò chiuso, 
duro e gelido come la pietra. Ricordate la terribile minaccia dell’Evangelico? Guai 
a te, Capharnahum, guai a te, Behsaida, poichè in voi ho parlato e ho fatto 
miracoli e non vi siete convertite! Guai a te, Chorazin, guai a te, Dalmanutha, 
giacchè se in Sodoma e Gomorra fossero stati fatti miracoli come da voi, Sodoma 
e Gomorra si sarebbero pentite. Ebbene, la maledizione di Gesù ha colpito queste 
città! Sono ruinate Chorazin e Dalmanutha. Sono ruinate Capharnahum e 
Bethsaida; delle cinque città, solo la piccola Magdala resta in piedi. Rimarrà, 
dicono i poveri pescatori, i poveri agricoltori, finchè durerà il mondo. Magdala è il 
paese della sublime penitente: e il perdono di Gesù non si cancella. 
{Nel paese di Gesù - Matilde Serao}

Il monte delle beatitudini

Una di queste colline, distante un quarto d’ora dalla brutta città di 
Tiberiade, piena di pompose vestigia romane, — Tiberiade è data, ora, al 
giudaismo più assoluto — una di queste colline, sorgente sulla spiaggia 
occidentale del mare di Genesareth, ha la linea più bella e più attraente di tutte, 
un po’ separata in due, alla sua cima, con una viuzza bianca fra le erbe fragranti 
e i fiorellini gialli, viola, grigi, che ascende placidamente verso la cima e vi ci 
conduce, senza fatica, in altri quindici e venti minuti. Io desiderava assai di salire 
sovra uno di quei colli, per guardare, dall’alto, tutto lo spettacolo imponente e 
grazioso di Genesareth, per chiudere, in uno sguardo, tutto il paesaggio, ove Gesù 
ha portato la sua predicazione e ha annunziato l’avvento del Regno dei Cieli: ma, 
forse, non avrei scelto questa collinetta, se, prima di avviarmi, il fedele 
dragomanno non mi avesse raggiunta, aspettando, a qualche passo di distanza, 
nel più profondo silenzio orientale, e nella più profonda pazienza egualmente 
orientale, che io facessi o dicessi qualche cosa. 
— Come si chiama quella collina? — gli chiesi. 
— Collina di Hattine, madame — rispose. 
Tacqui. Guardavo. Esitavo. Forse, più in là, avrei potuto trovare qualche più 
elevato punto di vista. 
— Ha anche un altro nome — soggiunse Mansur, il preciso dragomanno. 
— E quale? 
— Hattine è il nome arabo. Il nome cristiano è: il monte delle Beatitudini. 
Trasalii e spalancai gli occhi in viso al mio dragomanno. Egli, supponendo 
che non comprendessi, mi spiegò meglio: 
— Dove Gesù annunziò le nove beatitudini. 
Gli voltai le spalle, bruscamente, e mi misi in cammino, per il colle di Hattine. 
Tranquillo, muto, egli mi seguiva a distanza e quasi io non udiva il suo passo. La via 
era facile: qualche sasso, ogni tanto, franava sotto il piede. Io mi voltava a mirare 
il mare di Genesareth, su cui il sole era sorto non ancora ardente, biondo, dai 
raggi tenui. Le mie gonne frusciavano contro le erbe, piegavano i fioretti dallo 
stelo breve. Arrivai a una prima spianata, ove dei grandi massi di macigno 
sporgevano, fra il verde: macigno non più grigio, quasi bianco, quasi simile al 
marmo: sembravano dei poggiuoli, in circolo. Li contai: erano dodici. Poi, 
anelante di orizzonte, ripresi la molle salita e giunsi all’ultima spianata, fra le due 
cime del colle di Hattine. Il mare di Galilea sembrava più largo, più largo, oramai 
tutto preso dal sole: Tiberiade biancheggiava, sulla riva, diventata più piccola: e 
fra i colli più bassi, la Galilea si allungava, nei suoi campi, nelle sue pianure 
apriche, verso tutte le direzioni. Limpidissima la luce, adesso, permetteva di 
scorgere molto lontano. Laggiù, laggiù, ecco le rovine di Capharnahum e di 
Bethsaida; più in là, quelle di Dalmanutha e di Chorazin, le quattro città dove 
Gesù fece tanti miracoli e di cui non giunse ad infiammare la tiepida fede. 
All’orizzonte, verso occidente, qualche cosa si distingue, di più oscuro, sulla 
campagna: è Magdala, è la piccola città di Maria Maddalena, la città che non è 
stata distrutta, poichè il Signore volle così premiare la sua serva. Spettacolo 
mirabile! Quaggiù, dove i miei occhi si abbassano, è il posto dove avvenne la 
moltiplicazione dei pani e dei pesci: sulla prima spianata, quei dodici massi di 
granito sono i dodici poggiuoli ove sedevano gli apostoli, ad ascoltare la parola di 
Gesù e che egli promise di trasformare in dodici troni. Mirabile spettacolo e 
mirabile posto! Qui, per tre anni, ogni giorno è asceso Gesù. 


Ogni giorno! Egli aveva bisogno di altitudini; egli sentiva il bisogno di 
riavvicinarsi al Cielo. donde veniva, per trarne la sorgente di ogni sua forza. Dopo il 
battesimo, non era egli restato quaranta giorni sull’arido, scabro, tremendo monte 
di Gerico, a digiunare, a pregare, tentato dal Maligno? Egli amava i colli, i monti; 
ivi la sua parola acquistava un calore e una dolcezza, vivissimi. Su questo colle di 
Hattine, egli saliva volentieri, ogni giorno; condotta dai suoi fedeli adoratori, dai 
suoi apostoli, una turba di uomini, di donne, di bimbi, lo seguiva, incantata 
affascinata, sapendo che, a un certo punto, sarebbero uscite dalla sua bocca 
parole sublimi. Per il colle disgradante, la folla si spandeva, sedendo sull’erba, 
sedendo sui sassi, formando dei gruppi lieti e dei gruppi pensosi, aspettando che il 
Maestro dicesse loro qualche cosa che li confortasse e li esaltasse. Egli, talvolta, 
restava a mezza costa, in mezzo ai suoi amici, ai suoi discepoli, ai suoi ferventi, 
parlando loro pianamente, con quella soavità delle ore belle e serene, quando 
tutta la semplicità nella natura germogliante, fiorente, calmava l’ardore del suo 
cuore bruciante. E l’ora trascorreva, piena di una gioia puerile e gioconda, all’aria 
aperta, al cospetto del cielo, delle acque, delle campagne, dei villaggi: l’ora 
trascorreva e quella turba non pensava nè alle sue case, nè ai suoi negozii, nè alle 
sue tristezze, dimentica, estatica. Talvolta, però, venivano le grandi giornate dello 
ammaestramento e della profezia: venivano le ore della emozione solenne, per 
quella voce che scendeva dall’alto, che si dilungava per le coste del colle di 
Hattine, per quella voce che proclamava prossimo il Regno dei Cieli: ore di gioia 
suprema che faceva delirare quei semplici, quegli umili, quei poveretti. Sparito il 
dolore, sparita la povertà, vinta la morte: ecco la divina promessa. La turba, fra le 
prode erbose e fiorite di Hattine, gridava di allegrezza, piangeva di allegrezza, le 
madri abbracciavano i figliuoli, sollevandoli verso Gesù, perchè li benedicesse. 
Bastava, in quei giorni, la domanda di un discepolo, l’esclamazione di una donna, 
la lacrima di un bimbo, perché il Maestro profferisse le verità fulgide che non 
saranno mai obbliate. O Hattine, fu qui! In un giorno tiepido di primavera, quando 
tutto era fragrante, intorno, e dal lago sei barche erano rientrate cariche di 
pescagione, Gesù risalì questo colle e la folla disertò le case, le capanne, le tende 
e i villaggi furono vuoti e muti, e le sponde di Genesareth solinghe. Quel giorno, 
mentr’egli ascendeva, in alto, la luce era così fulgida, l’aria era leggera e così 
carezzevole, i campi avevano tanto molle ondeggiamento di erbe e di piante, 
che una ebbrezza naturale scolorava i volti di tutti, dando loro il senso di qualche 
grande cosa che si dovesse compiere, imminente. Per qualche tempo, prostrato 
Gesù pregò: quando si levò, la folla ebbe il sussulto profondo delle inobliabili 
giornate. Di quassù, sotto il purissimo firmamento, innanzi alla distesa azzurra del 
mare di Galilea, in questa campagna fertile e benedetta da Dio, a quella folla di 
pescatori e di agricoltori, a quella folla di donne e di fanciulli, a quella gente 
candida e povera, egli disse le insuperabili parole che, più tardi, per duemila anni, 
commuoveranno l’universo col nome di sermone sulla montagna. Di quassù, 
furono proclamate le beatitudini dello spirito, che solo esse dischiudono il 
paradiso. E la parola che più sarà la consolazione, la liberazione, la esaltazione 
delle anime sofferenti, nel mondo, il conforto, la fiducia, la fermezza, la speranza 
estrema incrollabile: Beati coloro che piangono. Qui, ha detto questo. Baciamo la 
terra. 
 { Nel paese di Gesù - Matilde Serao }