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lunedì 3 febbraio 2014

Ora santa con la beata Alexandrina Maria da Costa

La mia anima vide Gesù discendere la scala e incamminarsi verso l'Orto. Sul pianerottolo della scala stava la Mamma, avvolta in un manto, con gli occhi lacrimosi: fissava Gesù che stava allontanandosi. Triste separazione! Gesù ben sapeva che poche ore più tardi Ella avrebbe voluto prenderlo tra le braccia, curargli le ferite. Ma non avrebbe potuto neppure confortarlo almeno un poco con le sue dolci parole di Madre. Già un poco distanziato, Gesù si voltò a fissarla nuovamente, come per darle un altro addio. Ella fissava il suo Gesù dalla cima della scala. Gesù scomparve, ma rimasero sempre uniti. Vidi gli sguardi addolorati della Mamma, quando già non scorgeva più Gesù; e vidi quanto il suo Cuore santissimo Lo seguiva, intuendo le sofferenze cui andava incontro. Che unione di dolore e di amore, quella di quei due Cuori!

Sento che tutto mi fugge. E resterò completamente sola nell'Orto, nella più grande agonia! Fuggo verso la solitudine, per poter piangere in silenzio. Quante lacrime di sconfitta! Ad ogni passo che faccio, sono montagne che cadono su di me. Ad ogni passo sento come se mi fermassi per riposare: l'anima è affaticata. Tutto il cammino è spinoso: grossi rami di spine intrecciati mi feriscono. Ansie e sete di amore si estendevano a tutto il mondo; e la ricompensa a questo amore erano spine tanto vive e penetranti, che mi avvolgevano il cuore in un groviglio enorme. Le fiamme di amore che uscivano dal cuore, superavano le spine e si levavano in alto. Fortificata da sforzi interiori, da sforzi dell'anima, camminavo. L'anima mia avanzava verso l'Orto, trascinata dall'amore; il cuore era abbracciato strettamente a tutta la sofferenza.

Pieno di mansuetudine, Gesù con i suoi sguardi divini seguiva da lontano Giuda, là in basso, di casa in casa, mentre concludeva la vendita; al braccio portava la borsa con il denaro. Gesù tutto vedeva, ma nulla diceva ai suoi apostoli. Piangeva nascostamente. Li precedeva triste e silenzioso. Io vidi che essi non si preoccupavano né soffrivano per ciò che stava per accadere: camminavano stanchi. Oltremodo sazi, seguivano il loro Maestro con tutta tranquillità. Erano stanchi per le grandi meraviglie e per quanto avevano visto e udito da Gesù. Il viaggio si svolgeva silenzioso; ma quanto diceva Gesù con il suo silenzio! Come li amava, come parlava loro quel Cuore divino tanto oppresso dal dolore e dalla fatica! Mentre Gesù camminava ansante, per tutto il suo corpo scorrevano gocce di sudore. Di tanto in tanto, si volta va a fissare la Città che restava là in fondo. I suoi sguardi divini scrutavano tutto, nonostante l'oscurità. Gesù si inabissò nella sofferenza: raccolse nel suo Cuore tutta la ingratitudine e la malvagità che vedeva. Quell'abisso di odio e di dolore accompagnò Gesù all'Orto; ed Egli condusse me.


Il Cuore divino di Gesù si sentiva calpestato dall'umanità. Vicino al Suo, nella medesima sofferenza, vi era il Cuore della Mamma. Io sentivo come se il Cuore di Lei volasse verso Gesù e la violenza del dolore trascinasse insieme al cuore tutte le vene del corpo. Lungo il percorso mi attraversavano il cuore i sospiri e le lacrime della Mamma. Non con gli occhi del corpo, ma con quelli dell'anima, La vedevo nell'atrio della sala della Cena, con il santissimo volto tra le mani; La vedevo piangere di dolore. Sentivo come se portassi la Mamma addolorata entro il mio cuore, come un tempo Ella aveva portato Gesù nel suo grembo purissimo. Il mio cuore era il sacrario che L'accolse con tutti i suoi dolori, come Ella fu sacrario che accolse Gesù con tutta la sua vita, divina e umana. Con quale raccoglimento io La portavo! Gesù stava per giungere all'Orto e la Mamma piangeva ancora. Gesù vedeva bene e sentiva le lacrime della Madre benedetta.

Trascinata da correnti d'amore, entrai nell'Orto. Vedevo i suoi ulivi. Vedevo il chiarore della luna, impallidito, e lo scintillio delle stelle, triste, come triste era il cuore divino di Gesù. Tutto appariva attraverso il fogliame, ma con mestizia tale che invitava solo al dolore, al silenzio, al raccoglimento.
Nell'oscurità degli ulivi, Gesù affrettò il passo: andò in un luogo appartato a pregare.
Gli apostoli si addormentarono.
Vidi gli ulivi, quasi coprire Gesù con il loro fitto fogliame molto verde. Li vidi testimoni della sua sofferenza, come se di lui avessero compassione.
Nella solitudine, mi sentivo piegare le ginocchia per pregare.

Orto di tristezza, Orto di agonia! Un Orto mondiale, lastricato di dure pietre: una roccia irriducibile.
Quante sofferenze vede la mia anima per sé e per il corpo! Nulla le resta occulto. Già sento nell'anima il dolore del bacio ingrato che questo viso riceverà.e la mia anima per sé e per il corpo!
Sento lo schiaffo, il viso sputacchiato, gli occhi bendati. Sento il rinnegamento di Pietro. Vedo il braciere e alcune persone attorno. Odo il gallo cantare. Dolore indicibile, paragonabile a quello del tremendo schiaffo.
Mi vedo schernita, di tribunale in tribunale, tra lo schiamazzo del popolo.
Vedo l'anello di ferro che sta infisso nella colonna. Sento nel cuore i lacci che mi legheranno ad essa. Vedo i flagelli che mi colpiranno il corpo e che già mi colpiscono l'anima. Odo il sibilo delle corde e delle verghe. Vedo il rancore con cui sarò fustigata.
Già soffro come se fossi lacerata dai flagelli, coronata di spine e così condotta alla balconata di Pilato, con una canna in mano e una vecchia cappa sulle spalle. Io, nel massimo abbattimento, in mezzo a tanti aguzzini! Vedo la folla, odo le sue esclamazioni: devo essere condannata a morte!
In direzione dell'Orto viene il Calvario. Vedo il percorso lungo il quale dovrò cadere per il peso della croce. Mi sgomento per la visione della salita. Come dovrò affrontarla? Oppressa dai maltrattamenti. Comincio a tremare, e tutto il suolo pare tremare con me.
Sento la crudeltà con la quale verrò spogliata: si staccano, con le vesti, brandelli di pelle e di carne! Sento come se spogliassero non solo il mio corpo, ma anche l'anima. Il dolore che la penetra è mortale.
Vedo i chiodi, il martello, la croce eretta! Mi vedo crocifissa su di essa!
Tutte le sofferenze mi sono anticipate.
E non vado incontro a un Calvario di un solo giorno, ma di molti e molti secoli!
Che cosa è mai il dolore! Cosa sono le sofferenze dell'Orto! Il mondo non le conosce.

Fu il cuore a ricevere tutti i maltrattamenti. Mi pareva che, disfatto in sangue, strisciasse sul suolo dell'Orto come se fosse un serpente velenoso, su cui tutti scaricavano le più grandi atrocità per togliergli la vita.
Il cuore, però, amava più di quanto fosse ferito. Divenne come nube che, invece di assorbire acqua, assorbiva ogni dolore e martirio. Dolore e martirio che si trasformavano in sangue, sangue che avrebbe irrorato tutto il Calvario e, nel Calvario, l'umanità intera.
Ebbi la visione del sangue che stavo per versare e, allo stesso tempo, dei fiori che nascevano dal sangue. Tra questi fiori si propagavano siepi di spine acutissime, per la maggior parte bagnate di sangue. Vedevo il frutto e vedevo l'ingratitudine, vedevo la gloria e vedevo l'iniquità.
Il mio cuore era percosso dalla indifferenza generale per il mio soffrire. Non vi sono parole capaci di descriverne l'agonia.

E la mamma, dov'era in quell'ora?
La mia anima la vedeva e il cuore la sentiva tanto lontana, là nell'atrio, presso la scala. Fissava le strade che Gesù percorreva, i luoghi in cui si trovava. Il suo cuore, legato a quello di Gesù, presentiva quanto egli andava a soffrire, e con lui provava lo stesso dolore.
Con profondi sospiri mormorava:
«Figlio mio, mio caro figlio, quanto tu soffri!». Copiose lacrime scorrevano sul suo volto. Passavano attraverso il mio cuore le lacrime innumerevoli da lei versate. Quanto soffriva per la separazione e la dipartita di Gesù!
Gesù soffriva in grande agonia: soffriva per i patimenti che lo aspettavano e per le sofferenze della mamma. Egli vedeva dove ella stava, vedeva la distanza che li separava. Dolore senza l'uguale!
Il dolore mi lacerava il cuore e l'anima.

Vidi la grande sala in cui fu trattata la vendita di Gesù e dove Giuda, disperato, andò poi a scagliare la borsa con il prezzo del sangue innocente. Vidi lontano un albero al quale stava appeso Giuda. Da esso lo vidi cadere al suolo e scoppiare. Vidi spandersi sul terreno ciò che il corpo conteneva. La vendita di Gesù, la consegna, il bacio traditore lo portarono a quell'atto di disperazione.
Tutto sentii nella mia anima.
Io mi sentivo l'unico albero del mondo che si trasformava in virgulti floridi, cui dava nuova vita: la Vita del Cielo. Ma per questo dovevo affrontare tutto l'Orto, tutto il Calvario e, alla fine, morire sulla croce!
Non importava la morte. Ciò che importava era dare nuove vite.
L'amore mi obbligava al dolore. Ad occhi chiusi, labbra mute, mi consegnai a tutto. Andai verso la morte.
In me sentivo che dovevo morire. E volevo morire. Senza la morte, non avrei portato a termine la missione che dovevo compiere sulla Terra.

Si lanciò su di me, con il suo peso, tutto quanto di brutale è nell'umanità. Mi schiacciò, mi tolse la vita. Ma un'altra Vita, superiore, sublime, molto sublime, diede accesso nel cuore a tutta l'umanità e la avvolse in un incendio d'amore.
Fu tale l'irradiazione, tale la follia d'amore, che fece dimenticare la crudeltà umana. Trionfò sulla morte e abbracciò tutta l'ingratitudine. Questo abbraccio fu eterno.
Gesù, con la sua luce, mi fece vedere e comprendere che questo era il suo abbraccio eterno alle anime: era per loro la sua vita eterna d'amore.
In questo momento culminante, sentii Gesù che fissava il mondo. Con profonda tristezza nel suo cuore, diceva: «Tanta ingratitudine verso tanto amore!». Non erano bene accetti i suoi patimenti, il suo divin sangue, la sua morte!

E' nell'Orto che chiamai a me il mondo.
Sopra il suolo dell'Orto si innalzò un mare immenso, le cui onde si scagliavano contro di me. Tutto attorno a me era mare: battevano contro di me le onde furiose, come se io fossi la banchina. Travolta da queste, caddi nella terra immonda e macchiata. Tutte le macchie erano mie. Tremavo di paura e mi pareva che la terra tremasse.
Ero coperta dalle iniquità che attiravano su di me la giustizia dell'Eterno Padre. Quante lacrime di vergogna, nel vedermi rivestita di tutte le malvagità e nel trovarmi in tale stato alla presenza del Padre! La vergogna di me stessa e il peso della giustizia divina obbligarono la terra ad aprirsi ed obbligarono me a nascondermi in essa.
Mi inabissai in quel suolo duro.
Ne rimasi avvolta come in un manto.
Io, tutta mondo, tutta corruzione e peccato, divenni responsabile davanti all'Eterno Padre. Ero solo io a pagargli questo ineguagliabile debito! Per un mare di peccato e di corruzione, un mare di sangue e di purificazione.
Tutto il mio essere divenne Orto. Tutto il mio essere divenne sangue.

Fui posta su quel suolo duro per essere responsabile di tutti e scandalo per una gran parte: questi erano ribelli, martirizzatori, assassini.
mio grido al Cielo irruppe nella solitudine attraverso le tenebre della notte, tra il fogliame verdeggiante degli ulivi. Gridavo tanto, ma quel grido rimaneva come perduto in un bosco: neppure il Cielo mi dava ascolto. Tanto si era allontanato da me il Cielo, che rimasi come se dalla terra non potessi fissare il firmamento. Tutto era sparito. Soltanto l'Orto restò.
L'Eterno Padre si era occultato: pareva non esistere. Ma la sua giustizia divina scendeva come nere nubi a schiacciarmi.
Il suolo dell'Orto e la giustizia divina erano per me come pietre da mulino, che mi frantumavano in dolore e polvere.
Io ero il chicco di grano macinato, trasformato in farina. E questa continuava ad essere macinata e rimacinata, fino a scomparire.
Io ero il piccolo grappolo d'uva, premuto dal torchio. E, dopo aver dato tutto il succo, quel grappolo doveva sottostare ancora a nuovi torchi, i quali lo spremevano sempre, fino all'esaurimento.
La giustizia divina gravava su di me, ma si mitigava nei riguardi della Terra colpevole.

La notte oscura e serena, in cui non si muoveva una sola foglia, se non quando il dolore faceva tremare tutto, invitava alla solitudine e faceva sentire di più l'abbandono, persino quello dell'Eterno Padre.
Mentre gli apostoli dormivano, Gesù rimase per un po' vicino a loro. Nel momento in cui aveva più bisogno degli apostoli - amici e compagni suoi per tanto tempo - meno li aveva, minore era la loro preoccupazione: essi dormivano tranquilli, di buon sonno.
E Gesù soffriva per questa loro assenza.
Con gli occhi fissi al Cielo, parlava rivolto al suo Eterno Padre. Il dolore giungeva fino a Dio. E il Suo abbandono si univa a quello dell'umanità.
Le stelle brillanti erano come lumi che, attraverso le fronde degli ulivi, venivano ad illuminare l'Orto oscurato. Ma per Gesù non brillavano, non davano luce: a lui non rispondeva l'Eterno Padre.
Però la sua anima parlava infinitamente, e il suo cuore infinitamente amava.

Mi sentii in piedi. Tenevo nelle mani tremule il calice, che non cessava mai di traboccare: vi cadeva dentro una sofferenza senza fine. Quel calice era come una coppa che riceve acqua da una fonte che non si secca mai.
Gesù, in me, prendeva il calice dell'amarezza e più volte lo offriva all'Eterno Padre. Io ero Gesù, e Gesù era me: eravamo la medesima offerta al Cielo.
Nel mio cuore sentivo Gesù ripetere: «Padre, Padre, Padre! Allontana da me questo calice, se è possibile. Ma sia fatta la Tua volontà: voglio morire per dare la Vita».
In questo momento di accettazione, mentre chiedeva al Padre di allontanargli la sofferenza, ma allo stesso tempo voleva solo la Sua volontà, il volto di Gesù era bello, molto sereno, con gli occhi fissi al Cielo:
li sentivo nella mia anima splendere come due soli.
In quella dolorosa agonia, con il cuore dicevo:
«Gesù, se è possibile, allontana da me questa sofferenza!». Ma subito mi gettavo verso di lui a braccia aperte, come fossi bruciata dalle fiamme, per tuffarmi in un mare di frescura e di soavità: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà. O mio Dio e mio Signore! Voglio consolarti e darti anime».

Vidi una strada interminabile, coperta di robusti grovigli di spine: tutte quelle spine dovevano ferirmi!
Il mio buon Gesù mi fece comprendere e vedere nell'anima, con una luce molto chiara, che quelle spine avrebbero ferito attraverso i tempi - fino a quando sarebbe esistito il mondo - non il mio ma il suo divin cuore.
Vorrei saper esprimere l'immensità di quella strada spinosa e il modo in cui Gesù veniva ferito. Ma non so. Seppi appena vedere e comprendere. E rimasi in quel dolore, in quell'angoscia spaventosa.
Vidi la cara mamma preoccupata, in amarezza, in angoscia. Dove si trovava il suo Gesù? Che cosa soffriva in quelle ore?
Egli pregava con il petto appoggiato ad un duro masso ed era circondato da inestricabili grovigli di spine, che si intrecciavano gli uni negli altri. Tanto dolore causava meraviglia e ammirazione agli angeli che dal firmamento, come stelle, lo contemplavano. Soltanto il Cielo comprendeva il dolore di Gesù. Dopo il Cielo, era la mamma a comprenderlo e a viverlo.
Quanto si amavano Gesù e la mamma e come si vedevano l'uno attraverso l'altra! Tutta la Terra - persino i discepoli - ignorava il dolore di cuori tanto amanti!

Poiché l'agonia aumentava, mi buttai con il volto a terra. Sul suolo duro, in una oscurità spaventosa, forti tremori mi pervasero il corpo.
Mi prostrai a terra in più luoghi. In uno più solitario andai di nuovo a pregare da sola.
Dopo, tornai a cercare la compagnia di quelli che amavo. Che mancanza di preoccupazione, la loro! Nella notte silenziosa, il calice della mia amarezza era offerto all'Eterno Padre. E, incuranti, gli amati del mio cuore dormivano!
Su quel suolo nudo e duro tremai di spavento. Pareva che le mie sofferenze diventassero fuoco, formassero fiamme che mettevano in ebollizione il mio sangue. Il cuore dava scossoni tali da obbligare il corpo a rotolarsi al suolo e a sudare sangue. Sentii che le mie vene si accavallavano come fili di un gomitolo. Con grande dolore si aprirono e versarono sangue che inzuppò la terra. Sentii come se avessi la mia veste, bagnata di sangue, incollata al corpo. Il sangue gocciolava mentre, stritolata, stendevo le braccia in atto di offerta.

Con Gesù pregai e sudai sangue. Con lui in me, sentivo il suo cuore aperto come se fosse il mio. Aprivo il cuore a tutta l'umanità e con Gesù dicevo a tutti: «Io sono la Via, la Verità, la Vita».
Vedevo che dal suo divin cuore aperto, con sofferenza anticipata, Gesù dava da bere alle anime. Alcune si allontanavano da lui, con rifiuto e disprezzo: non volevano neppure toccare il sangue di Gesù.
Altre ne bevevano con freddezza e indifferenza, come fosse cosa da poco. Altre ancora venivano a berlo con più amore. Ne venivano certe che bevevano con un amore folle e non volevano cessare di bere.
Ne venne poi una che oltrepassò tutte e, con una sete insaziabile, bevve, bevve. Entrò in lui attraverso la piaga del cuore divino, si perdette in lui: non ricomparve più.
Il sangue irrigò la Terra... rugiada feconda, rugiada d'amore. Doveva essere, nel corso dei tempi, rugiada di vita e di salvezza per le anime.
Sentivo che il sangue versato cancellava tutte le macchie del peccato. Ma, nello stesso tempo, sentivo e intravedevo da lontano, molto lontano, nuove macchie, nuovi vizi: non si voleva approfittare di quel mare di sangue, di quel mare di purificazione.
O Passione di dolore e di amore di Gesù, che non sei conosciuta!

Mi vedevo lavare il mondo con il sangue. E l'albero della croce fioriva dalla mia parte. Ma subito una sconfitta, la sconfitta causata dal male, rovinava tutto, fino al tronco. Le mie vene erano le radici di questo tronco e, perché non morisse e continuasse a dare la vita, io dovevo seguitare a soffrire e a dare il mio sangue.
La sconfitta, la distruzione che la mia anima vide, mi portò all'agonia. Istintivamente in me ripetevo: «L'anima mia è triste fino a morirne».
Alcuni momenti dopo, mi sentii uscita dal sepolcro: la pietra che lo copriva era rimasta da un lato. Ero uscita gloriosa a trionfare su tutte le sofferenze. Questa visione di gloria, avuta anticipatamente, non mi diede alcun sollievo.
Nelle mie mani tenevo il calice, che offrivo all'Eterno Padre. E nuovi grovigli di spine vennero ad avvolgere il calice. Queste spine emettevano una luce che lo illuminava e lo rendeva splendente. Ma tutta la luce e lo splendore salivano al Cielo. All'anima restava soltanto la notte oscura, silenziosa, triste.

Prostrata a terra, in un angolo isolato... Venne un conforto dal Cielo. Non vidi nessuno, ma sentii che dal Cielo discendeva qualcuno venuto a fortificare la mia anima, a sollevarmi dalla nuda terra, a lenire la mia agonia. Ma questa doveva riprendere subito.
Sentii che a portare sollievo alla mia anima era stato un inviato dall'Eterno Padre. Ma il Suo abbandono continuò. Il Calvario con la croce non scomparve. Il mondo, con la sua malvagità, continuò ad aggravare le sofferenze. Mi sentii però più forte per affrontare ciò che mi aspettava.
Mentre la mia anima sgomenta lottava in quel martirio, sentii come se un canale discendesse dal Cielo e mi attirasse dentro di sé. Quel canale aveva la Vita divina. E tutta la mia vita terrena, tutto il mio essere di miserie fu trapassato da essa, come da raggi di sole splendenti e penetranti. Che impasto! La Terra con il Cielo!

Là nell'Orto, con Gesù agonizzante, vidi gli apostoli riuniti a dormire senza preoccupazione alcuna.
Gli apostoli dormivano. Giuda si avvicinava.
Gesù, con dolcezza e mansuetudine, chiamò gli apostoli per il grande avvenimento: la cattura.
Lo udii esclamare: «Alzatevi, venite! è giunta l'ora».
Sorpresi dalla voce di Gesù, essi trasalirono.
Era necessario che venissero a vedere tanto grande amore e tanto grande ingratitudine, l'uno di fronte all'altra.

Odo il trambusto della gente, il tintinnio delle armi. Vedo il folto gruppo dei soldati e, con loro, un maggior numero di uomini che si avvicinano a Gesù: portano bastoni nelle mani alzate, portano il furore dell'inferno.
Sfinito, con le vesti intrise di sangue, in una tristezza profonda e quasi senza vita, Gesù attende. Vede avvicinarsi la soldataglia e il traditore.
Sento che attende il bacio di Giuda con la più grande ripugnanza. Odo una voce che, con tutta dolcezza, dice a colui che si avvicina: «Amico mio, per che cosa vieni? è con un bacio che consegni il tuo Signore? Che male ti ho fatto io, se non amarti? è così che corrispondi?».
E subito Giuda si fa avanti e bacia Gesù.
Ricevo sul mio viso quel bacio. Bacio tanto crudele! Eppure ottenne ancora dalle labbra di Gesù, traboccante di bontà, la dolce parola di "amico". O dolcezza, o amore del cuore divino!
Nello stesso momento, vedo come un pugnale molto aguzzo che si configge nel cuore divino di Gesù. Con questo pugnale conficcato, Egli va verso la cattura, in mezzo ai maltrattamenti. Non gli sarà più tolto.
Da quella grande ferita escono raggi luminosi che diffondono amore.
Sentii per molto tempo che quel bacio, quella ingratitudine, quel tradimento, si sarebbero ripetuti lungo tutti i tempi.

Odo la voce di Gesù: «Chi cercate? Sono io, eccomi».
Vedo i soldati cadere a terra. Odo di nuovo la sua voce: «Vi ho già detto che sono io. Se cercate me, qui mi avete».
I soldati avanzano per catturarlo. Pietro sguaina la spada e taglia un orecchio ad uno di loro. Vedo l'incrociarsi delle spade, vedo le armi dei soldati. Che grande combattimento se Gesù, con i suoi sguardi divini e con la mano alzata, non sedasse e calmasse tutto!
Gesù riattacca l'orecchio, che ha preso nelle sue santissime mani. Al vedere questo, Pietro fugge a confondersi tra la folla. Gesù opera il miracolo e non rimane traccia di ferita! Con quale delicata bontà agisce il Signore!
Ha rimediato con tanta dolcezza al male fatto da Pietro e con la stessa dolcezza si consegna ai malfattori, si lascia legare.
Potessi mostrare la tenerezza, la mansuetudine e l'amore di Gesù verso tutti coloro che lo offendono! Non vi è nulla sulla Terra che si possa paragonare a lui.

venerdì 31 gennaio 2014

La visione di Gesù


Gesù era nello stato in cui l'ha ridotto la flagellazione, e questa vista mi ha riempita di una compassione tale che mi sembra che avrei ormai il coraggio di soffrire qua­lunque cosa fino al termine della mia vita. «Nessun dolore potrà mai uguagliarsi al suo!...
Quello che mi ha più impressionato sono stati i suoi occhi, che abitualmente sono così belli e il cui sguardo dice tante cose all'anima. Oggi erano chiusi, molto gonfi, insanguinati, specialmente l'occhio destro. I capelli pieni di sangue ricadevano sul volto, sugli occhi, sulla bocca.
Stava in piedi, ma curvo, legato a qualche cosa, ma io potevo scorgere soltanto lui.
Le sue mani erano legate l'una all'altra alla cintura e coperte di sangue; la persona solcata da ferite e da macchie scure, le vene delle braccia molto gonfie e nerastre.
Dalla spalla sinistra pendeva un brandello di carne, prossimo a staccarsi e così in parecchie parti del corpo. Le sue vesti gli stavano ai piedi, rosse di sangue.
Una corda, assai stretta, sosteneva alla cintura un pezzo di tela di cui non si potrebbe dire il colore, tanto era insanguinata!

{Colui che parla al fuoco - Josefa Menéndez}

giovedì 23 gennaio 2014

Gesù nel Getsemani

"Nel Gethsemani conobbi i peccati dì tutti gli uomini. Fui fatto quindi: ladro, assassino, adultero, bugiardo, sacrilego, bestemmiatore, calunniatore e ribelle al Padre che invece ho sempre amato.

Io, puro, ho risposto al Padre come se fossi macchiato di tutte le impurità. Ed in questo, appunto è consistito il Mio sudare sangue: nel contrasto del Mio amore per il padre e la Sua volontà che voleva addossarmi tutto il marciume dei Miei fratelli.

Ma ho obbedito, sino alla fine ho obbedito e per amore di tutti mi sono ricoperto di ogni macchia, pur di fare il volere di Mio Padre e salvarvi dalla perdizione eterna.

Nessuno crederà che molto più soffrii allora anziché sulla Croce, pur tanto e tanto dolorosa, perché chiaramente ed insistentemente Mi fu mostrato che i peccati di tutti erano fatti Miei ed Io dovevo risponderne per ciascuno.

Sicché Io, innocente, ho risposto al padre come se fossi veramente colpevole di disonestà.

Considera, perciò, quante agonie più che mor­tali ho avuto in quella notte e, credimi, nessuno poteva alleggerirmi di tali spasimi, perché, anzi, vedevo che ognuno di voi si è adoperato per render­mi crudelissima la morte che ad ogni attimo Mi veniva data per le offese di cui ho pagato interamen­te il riscatto.

Più di quanto l'uomo può capire ed oltre ogni immaginazione, provai in Me stesso abbandono, dolore e morte.

Nessuna grandezza maggiore potete attri­buirmi che questa: essere divenuto centro, bersa­glio di tutte le colpe vostre.

Immensamente conobbi il peso delle offese che al Padre Mio furono e sarebbero state fatte.

La Mia Divinità, avendo preso per suo proprio strumento la Mia Umanità, Mi partecipava la brut­tezza che nasconde la ribellione e la conseguente disubbidienza, trasformando il tutto in gemiti e mar­tini nell'Anima e nel Corpo.

Ma un solo istante sarebbe bastato, un solo Mio sospiro avrebbe potuto operare la Redenzione per la quale ero stato inviato; eppure moltiplicai questi sospiri, prolungai il Mio vivere quaggiù, perché Sapienza e Amore così volevano.

Giunto, però alla fine volli come intensificare in Me stesso ogni genere di patimenti: vidi tutto ciò che dovevo redimere e che tutto Mi era addossato come cose Mie.

Fù lì, nell'Orto, il culmine del dolore e Uomo quale Io volli essere, fui atterrato, sopraffatto, fisicamente distrutto.

Venne l'Angelo Mio e mi ristorò mostrando­mi le pene che altre Mie creature fedeli avrebbe­ro sofferto per questo Mio soffrire; non gloria Mi fu mostrata ma amore, compassione, unione.

Ecco come ripresi animo, ecco come diedi a Me stesso sollievo e forza.

Pianto e lotta, sangue e vittoria, ho portato agli uomini, ingrati ed immemori, per quella notte di grande sconforto.

Fu notte di redenzione, in cui Mi sostituii ad ogni peccatore e ne presi ogni colpa, ma, oltre a ciò volli racchiudere anche le pene tutte degli uomini e soffrirne intensamente.

Miei cari, il Gethsemani è un mare senza con­finì, un oceano in carità nel quale ogni persona, ogni colpa, ogni dolore venne sommerso ed Io sentii real­mente: non in via immaginaria, tutta la gravezza che nel mondo sarebbe discesa.

Amore per il Padre, amore per gli uomini, Mi fecero vittima volontaria.

Se uno di voi avesse potuto vederMi, sarebbe morto di spavento per il solo aspetto fisico che avevo preso.

Poiché non trattavasi di un solo tipo di pena, non si trattava di un solo anelito, ma di mille, milioni di aneliti tutti compressi in Me.

Io fui capace di abbracciare ogni vostra colpa e tutte le vostre sofferenze. Io solo sono stato capace di sentire, dico sentire, tutte le vostre pene, perché io ero voi e voi eravate Me.

Notte di tragedia, notte oscura per la Mia Anima che inoltravasì titubante fra gli ulivi del Gethsemani.

Il Padre Mi preparava l'Altare sul quale Io, Sua Vittima, dovevo essere Immolato.

Io dovevo prendere le colpe degli altri e Colui che Mi aveva mandato, attendeva quella notte per dare agli uomini la misura del Suo Amore, col sacri­ficio totale di Me, Suo figlio e Sua Prima Creatura.

Laggiù fra gli ulivi del Gethsemani, il pecca­to degli uomini ebbe sconfitta definitiva perché fu in quel luogo che Io Mi immolai e vinsi.

E' vero che sarebbe bastato un solo sospiro nel mondo per dar redenzione a tutti, ma è anche vero che un'opera è completa quando raggiunge il culmi­ne voluto, come dire che, essendo stabilito che Io pagassi per tutti sottoponendomi alle umiliazioni della Passione, soltanto con la Immolazione poteva­si raggiungere lo scopo voluto dal Padre.

Difatti, il merito fu infinito in Me, qualsiasi cosa Io facessi, tuttavia la volontà Divina voleva la Mia umiliazione sotto la Sua potente mano, a titolo di completamento della Sua e Mia opera: perciò col Gethsemani si adempì la prima parte di tale volontà e la parte principalissima.

Lentamente, quasi privo di forze, ero giunto ai piedi di quell'altare sul quale il Mio Sacrificio stava per iniziarsi e consumarsi.

Che notte fu quella! Quale angoscia, nel Mio cuore, al pensiero, alla visione terrificante dei pec­cati degli uomini!

Ero la Luce e non vedevo che tenebre; ero il Fuoco e non sentivo che gelo; ero l'Amore e non sen­tivo che il disamore; ero il Bene e non sentivo che il male; ero la Gioia e non avevo che tristezza, ero Dio e Mi vedevo un verme, ero il Cristo, l'unto del Padre e Mi vedevo lordo e ributtante, ero la Dolcezza e non sentivo che amarezza; ero il Giudice e subivo la condanna, la vostra condanna; ero il Santo, ma venivo trattato come il massimo peccatore; ero Gesù, ma sentivo chiamarMi soltanto con nomi di vitupero da satana; ero la vittima volontaria, però la Mia stessa natura umana Mi faceva sentire tremore e debolez­za e chiedeva l'allontanamento di tutta la sofferenza in cui trovavasi; sì, ero l'Uomo di tutti i dolori cui era sfuggita la gioia della donazione di Me stesso che avevo fatto con trasporto tutto Divino.

E tutte queste cose, perché? Ve l'ho già detto:

Io ero voi, perché voi dovete divenire Me.

La Mia Passione... Oh! che abisso di amarezze ha racchiuso!

E come è lontano chi crede di conoscerla sol­tanto perché pensa alle sofferenze del Mio Corpo!

Guardate al Gethsemani, guardatemi disfatto nell'Orto e unitevi a Me.

Torno oggi a voi per ricordarvi di guardare bene il Mio viso triste, di considerare meglio il Mio sudore di Sangue...

Non vi interessa molto questa Passione scono­sciuta? Non vi pare che merito più considerazione, migliore attenzione?

Anime Mie care! Tornate al Gethsemani, torna­te con me nel buio, nel dolore, nella compassione, nell' amore doloroso!

E tu, come ti trovi ora? Intendi, dunque, che ti faccio simile a Me?

Posa anche tu le tue ginocchia sulla terra del tuo sacrificio e dì con Me:

Padre, se è possibile, allontana da me questo calice: però non si faccia la mia, ma la Tua volontà.

E quanto avrai detto con intima convinzione "fiat", allora cesserà tutto e sarai rinnovato nel Mio Amore.

Guardate al Gethsemani, guardatemi disfatto, nell'orto e unitevi a Me!'

Quanto a Me il soffrire che fu, ora Mi sarà dolcissimo se vi metterete nella considerazione delle Mie pene. Non temete di entrare con Me nel Gethsemani:

Entrate e vedete. Se poi, vi parteciperò sensibi­li angosce e solitudini, ritenetele Miei veri doni e non vi smarrite, ma con Me dite:

Padre, non la mia volontà, ma la Tua si faccia!

Pregatemi, perché voglio sia conosciuto come ho amato tutti voi in quell'ora di abbandono e di tri­stezza senza nome".

(dal libro: Anonimo del XX secolo - Parole di cielo - in 3 volumi - 7 ediz.)



LE PROMESSE DI GESU'

Dal mio Cuore sempre partono voci di amore che invadono le anime, le scaldano e, a volte, le bru­ciano... E' la voce del Cuore mio che si propaga e raggiunge anche quelli che non vogliono sentirmi e che, perciò, non si accorgono di me. Ma a tutti parlo interiormente, a tutti mando la mia voce, perché tutti amo. Chi conosce la legge dell'amore non si mera­viglia se Io insisto a dire che non posso non pic­chiare alle porte di quelli che mi resistono e che il rifiuto che spesso ne ottengo mi costringe - per così dire - a ripetere il richiamo, l'invito, l'offerta.

Ora, queste mie voci tutte calde d'amore, che partono dal Cuore mio, che altro sono se non l'amo­rosa volontà di un Dio amante che vuole salvare? Ma so assai bene che i miei inviti disinteressati non giovano a tanti e che i pochi che li accettano devono anche essi fare notevoli sforzi per accogliermi. Ebbene voglio dimostrarmi generoso (quasi che finora non lo fossi stato) e lo fo dandovi una prezio­sa gemma dell'amore mio per testimonianza dell'af­fetto sincero che Io nutro per tutti. Così, ho deciso di aprire una diga per lasciar passare il fiume di grazia che il mio cuore non può contenere più.

Ed ecco cosa offro a tutti in cambio di un pò d'a­more: remissione di tutte le colpe e certezza di sal­vezza in punto dì morte a chi pensa, una volta al giorno, almeno, alle pene che provai nell'Orto del Gethsemani; contrizione perfetta e duratura a chi faccia celebrare una messa in onore di quelle stesse pene; riuscita nelle faccende spirituali a coloro che inculcheranno agli altri l'amore alle pene dolorosis­sime del mio Gethsemani. Infine, per dimostrarvi che voglio proprio rompere una diga del mio Cuore e darvi un fiume di grazia, Io prometto a chi si farà promotore della devozione al mio Gethsemani que­ste altre tre cose: vittoria completa e definitiva nella maggiore tentazione cui è soggetto; potere diretto di liberare anime dal Purgatorio; grande luce per com­piere la mia volontà.

Tutti questi doni miei Io farò con certezza a quelli che faranno le cose che ho dette, con amore e com­passione per la mia spaventosa agonia del Gethsemani.
(agosto 1963)

[Fonte: http://www.preghiereagesuemaria.it/]

giovedì 16 gennaio 2014

La crocifissione, la morte e la deposizione dalla croce - Maria Valtorta

Quattro nerboruti uomini, che per l'aspetto mi paiono giudei, e giudei degni della croce più dei condannati, certo della stessa categoria dei flagellatori, saltano da un sentiero sul luogo del supplizio. Sono vestiti di tuniche corte e sbracciate ed hanno in mano chiodi, martelli e funi che mostrano con lazzi ai tre condannati. La folla si agita in un delirio crudele. Il centurione offre a Gesù l'anfora perché beva la mistura anestetica di vino mirrato. Ma Gesù la rifiuta. I due ladroni invece ne bevono molta. Poi l'anfora, dall'ampia bocca svasata, viene posta presso un grosso sasso, quasi sullo scrimolo della cima. Viene dato l'ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l'odio fa amici. E vedo persone di conoscenza, come il fariseo Giocana e Ismaele, lo scriba Sadoch, Eli di Cafarnao... I carnefici offrono tre stracci ai condannati perché se li leghino all'inguine. E i ladroni li pigliano con più orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite, lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. É proprio l'Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti. Ma Maria ha visto e si è sfilata il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto, stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi... E sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare. Ora Gesù si volge verso la folla. E si vede così che anche il petto, le braccia, le gambe sono tutte state colpite dai flagelli. All'altezza del fegato è un enorme livido, e sotto l'arco costale sinistro vi sono nette sette righe in rilievo, terminate da sette piccole lacerazioni sanguinanti fra un cerchio violaceo... un colpo feroce di flagello in quella zona tanto sensibile del diaframma. I ginocchi, contusi dalle ripetute cadute, iniziate subito dopo la cattura e terminate sul Calvario, sono neri di ematoma e aperti sulla rotula, specie il destro, in una vasta lacerazione sanguinante. La folla lo schernisce come in coro: «Oh! Bello! Il più bello dei figli degli uomini! Le figlie di Gerusalemme ti adorano...». E intona, con tono di salmo: «Il mio diletto è candido e rubicondo, distinto fra mille e mille. La sua testa è oro puro, i suoi capelli grappoli di palma, setosi come piuma di corvo. Gli occhi son come due colombe bagnantesi ai ruscelli non d'acqua ma di latte, nel latte della sua orbita. Le sue guance sono aiuole di aromi, le sue labbra porpurei gigli stillanti preziosa mirra. Le sue mani tornite come lavoro d'orafo terminate in rosei giacinti. Il suo tronco è avorio venato di zaffiri. Le sue gambe, perfette colonne di candido marmo su basi d'oro. La sua maestà è come quella del Libano; imponente egli è più dell'alto cedro. La sua lingua è intrisa di dolcezza ed egli è tutto delizia»; e ridono e urlano anche: «Il lebbroso! Il lebbroso! Hai dunque fornicato con un idolo se Dio ti ha così colpito? Hai mormorato contro i santi di Israele come Maria di Mosè, se sei stato così punito? Oh! Oh! il Perfetto! Sei il Figlio di Dio? Ma no! L'aborto di Satana sei! Almeno egli, Mammona, è potente e forte. Tu... sei uno straccio impotente e schifoso». I ladroni sono legati sulle croci e vengono portati al loro posto, uno a destra, uno a sinistra, ma così: rispetto al posto destinato a Gesù. Urlano, imprecano, maledicono e, specie quando le croci vengono portate presso il buco e li sconquassano facendo segare i polsi dalle funi, le loro bestemmie a Dio, alla Legge, ai romani, ai giudei, sono infernali. É la volta di Gesù. Egli si stende mite sul legno. I due ladroni erano tanto ribelli che, non bastando a farlo i quattro boia, erano dovuti intervenire dei soldati a tenerli, perché a calci non respingessero gli aguzzini che li legavano per i polsi. Ma per Gesù non c'è bisogno di aiuto. Si conca e mette il capo dove gli dicono di metterlo. Apre le braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano. Si è solo preoccupato di accomodarsi per bene il suo velo. Ora il suo lungo corpo, snello e bianco, spicca sul legno oscuro e sul suolo giallo. Due carnefici gli si siedono sul petto per tenerlo fermo. E io penso che oppressione e che dolore deve aver provato sotto quel peso. Un terzo gli prende il braccio destro, tenendolo con una mano sulla prima porzione dell'avambraccio e l'altra al termine delle dita. Il quarto, che ha già in mano il lungo chiodo acuminato sulla punta quadrangolare nel fusto, terminato in una piastra rotonda e piatta, larga come un soldone dei tempi passati, guarda se il buco già fatto nel legno corrisponde alla giuntura radio-ulnare del polso. Va bene. Il boia appoggia la punta del chiodo al polso, alza il martello e dà il primo colpo. Gesù, che aveva gli occhi chiusi, all'acuto dolore ha un grido e una contrazione, e spalanca gli occhi nuotanti fra le lacrime. Deve essere un dolore atroce quello che prova... Il chiodo penetra spezzando muscoli, vene, nervi, frantumando ossa... Maria risponde al grido della sua Creatura torturata con un gemito che ha quasi del lamento di un agnello sgozzato, e si curva, come spezzata, tenendosi la testa fra le mani. Gesù, per non torturarla, non grida più. Ma i colpi ci sono, metodici, aspri, di ferro contro ferro... e si pensa che sotto è un membro vivo quello che li riceve. La mano destra è inchiodata. Si passa alla sinistra. Il foro non corrisponde al carpo. Allora prendono una fune, legano il polso sinistro e tirano fino a slogare la giuntura e a strappare tendini e muscoli, oltre che lacerare la pelle già segata dalle funi della cattura. Anche l'altra mano deve soffrire, perché è stirata per riflesso, e intorno al suo chiodo si allarga il buco. Ora si arriva appena all'inizio del metacarpo, presso il polso. Si rassegnano e inchiodano dove possono, ossia fra il pollice e le altre dita, proprio al centro del metacarpo. Qui il chiodo entra più facilmente ma con maggiore spasimo, perché deve recidere nervi importanti, tanto che le dita restano inerti, mentre le altre della destra hanno contrazioni e tremiti che denunciano la loro vitalità. Ma Gesù non grida più, ha solo un lamento roco dietro le labbra fortemente chiuse, e lacrime di spasimo cadono per terra dopo esser cadute sul legno. Ora è la volta dei piedi. A un due metri e più dal termine della croce è un piccolo cuneo, appena sufficiente ad un piede. Su questo vengono portati i piedi per vedere se va bene la misura. E dato che è un poco in basso e i piedi arrivano male, stiracchiano per i malleoli il povero Martire. Il legno scabro della croce sfrega così sulle ferite, smuove la corona che si sposta strappando nuovi capelli e minaccia di cadere. Un boia gliela ricalca sul capo con una manata... Ora, quelli che erano seduti sul petto di Gesù si alzano per spostarsi sui ginocchi, dato che Gesù ha un movimento involontario di ritirare le gambe, vedendo brillare al sole il lunghissimo chiodo, lungo il doppio e largo il doppio di quello usato per le mani. E pesano sui ginocchi scorticati, e premono sui poveri stinchi contusi, mentre gli altri due compiono l'operazione, molto più difficile, dell'inchiodatura di un piede sull'altro, cercando di combinare le due giunture dei tarsi insieme. Per quanto guardino e tengano fermi i piedi, al malleolo e alle dita, contro il cuneo, il piede sottoposto si sposta per la vibrazione del chiodo, e lo devono schiodare quasi, perché, dopo essere entrato nelle parti molli, il chiodo, già spuntato per avere perforato il piede destro, deve essere portato un poco più in centro. E picchiano, picchiano, picchiano... Non si sente che l'atroce rumore del martello sulla testa del chiodo, perché tutto il Calvario non è che occhi e orecchie tese, per raccogliere atto e rumore e gioirne... Sul suono aspro del ferro è un lamento in sordina di colomba: il gemere roco di Maria, che sempre più si curva, ad ogni colpo, come se il martello piagasse Lei, la Madre Martire. Ed ha ragione di parere prossima ad essere spezzata da quella tortura. La crocifissione è tremenda. Pari alla flagellazione in spasimo, più atroce a vedersi, perché si vede scomparire il chiodo fra le carni vive. Ma in compenso è più breve. Mentre la flagellazione spossa per la sua durata. Per me, l'agonia dell'Orto, la flagellazione e la crocifissione sono i momenti più atroci. Mi svelano tutta la tortura del Cristo. La morte mi solleva, perché dico: «É finito!». Ma queste non sono fine. Sono principio a nuove sofferenze. Ora la croce è strascinata presso il buco e rimbalza, scuotendo il povero Crocifisso, sul suolo ineguale. Viene issata la croce, che sfugge per due volte a coloro che la alzano e ricade una volta di schianto, un'altra sul braccio destro della stessa, dando un aspro tormento a Gesù, perché la scossa subita smuove gli arti feriti. Ma quando poi la croce viene lasciata cadere nel suo buco e, prima di essere assicurata con pietre e terriccio, ondeggia in tutti i sensi, imprimendo continui spostamenti al povero Corpo sospeso a tre chiodi, la sofferenza deve essere atroce. Tutto il peso del corpo si sposta in avanti e in basso, e i buchi si allargano, specie quello della mano sinistra, e si allarga il foro nei piedi mentre il sangue spiccia più forte. E se quello dei piedi goccia lungo le dita per terra e lungo il legno della croce, quello delle mani segue gli avambracci, perché sono più alti al polso che all'ascella per forza della posizione, e riga anche le coste scendendo dall'ascella verso la cintura. La corona, quando la croce ondeggia prima di essere fissata, si sposta, perché il capo ribatte all'indietro, conficcando nella nuca il grosso nodo di spini che termina la pungente corona, e poi torna ad adagiarsi sulla fronte e graffia, graffia senza pietà. Finalmente la croce è assicurata e non c'è che il tormento dell'essere appeso. Issano anche i ladroni, i quali, una volta messi verticalmente, urlano come fossero scotennati vivi per la tortura delle funi, che segano i polsi e fanno divenire nere le mani, con le vene gonfie come corde. Gesù tace. La folla non tace più, invece. Ma riprende il suo vocio infernale. Ora la cima del Golgota ha il suo trofeo e la sua guardia d'onore. Al limite più alto (lato A) la croce di Gesù. Al lato B e C le altre due. Mezza centuria di soldati, con le armi al piede, tutto intorno alla vetta; dentro a questo cerchio d'armati, i dieci appiedati, che giocano a dadi le vesti dei condannati. Ritto in piedi, fra la croce di Gesù e quella di destra, Longino. E pare monti la guardia d'onore al Re Martire. L'altra mezza centuria, in riposo, è agli ordini dell'aiutante di Longino sul sentiero di sinistra e sulla piazzuola più bassa, in attesa di essere adoperata se ce ne sarà bisogno. Nei soldati c'è l'indifferenza quasi totale. Solo qualcuno alza ogni tanto il volto ai crocifissi. Longino invece osserva tutto con curiosità e interesse, confronta e mentalmente giudica. Confronta i crocifissi, e specie il Cristo, e gli spettatori. Il suo occhio penetrante non perde un particolare. E per vedere meglio fa solecchio con la mano, perché il sole gli deve dare noia. É infatti un sole strano. Di un giallo rosso d'incendio. E poi pare che l'incendio si spenga di colpo per un nuvolone di pece che sorge da dietro le catene giudee e che corre veloce per il cielo, scomparendo dietro ad altri monti. E quando il sole ritorna fuori è così vivo che l'occhio non lo sopporta che male. Nel guardare vede Maria, proprio sotto il balzo, che tiene alzato verso il Figlio il suo volto straziato. Chiama uno dei soldati che giuocano a dadi e gli dice: «Se la Madre vuole salire col figlio che l'accompagna, venga. Scortala e aiutala». E Maria con Giovanni, creduto «figlio», sale per la scaletta incisa nella roccia tufacea, credo, e penetra oltre il cordone dei soldati andando ai piedi della croce, ma un poco scosta per essere vista e per vedere il suo Gesù. La folla le propina subito i più obbrobriosi insulti. Accomunandola nelle bestemmie al Figlio. Ma Ella, con le labbra tremanti e sbiancate, cerca solo di dargli conforto, con un sorriso straziato su cui si asciugano le lacrime che nessuna forza di volontà riesce a trattenere negli occhi. La gente, cominciando dai sacerdoti, scribi, farisei, sadducei, erodiani e simili, si procura lo spasso di fare come un carosello, salendo dalla strada erta, passando lungo il rialzo finale e scendendo per l'altra via, o viceversa. E mentre passano ai piedi della vetta, sulla seconda piazzuola, non mancano di offrire le loro parole blasfeme come omaggio al Morente. Tutta la turpitudine, la crudeltà, l'odio e l'insania di cui sono capaci gli uomini con la lingua, vengono ampiamente testificate da queste bocche d'inferno. I più accaniti sono i membri del Tempio, coi farisei per aiuto. «Ebbene? Tu, Salvatore dell'umana genere, perché non ti salvi? Ti ha abbandonato il tuo re Belzebù? Ti ha rinnegato?», urlano tre sacerdoti. E un branco di giudei: «Tu che non più tardi di or sono cinque giorni, con l'aiuto del Demonio, facevi dire al Padre... ah! ah! ah! che ti avrebbe glorificato, come mai non gli ricordi di mantenere la sua promessa?». E tre farisei: «Bestemmiatore! Ha salvato gli altri, diceva, con l'aiuto di Dio! E non riesce a salvare Se stesso! Vuoi che ti si creda? E allora fai il miracolo. Non puoi più, eh? Ora hai le mani inchiodate, e sei nudo». E dei sadducei ed erodiani ai soldati: «Attenti alla malia, voi che vi siete prese le sue vesti! Ha dentro il segno infernale!». Una folla in coro: «Scendi dalla croce e ti crederemo. Tu che distruggi il Tempio... Folle!... Guardalo là, il glorioso e santo Tempio d'Israele. É intoccabile, o profanatore! E Tu muori». Altri sacerdoti: «Blasfemo! Figlio di Dio, Tu? E scendi di lì, allora. Fulminaci, se sei Dio. Non ti temiamo e sputiamo verso Te». Altri che passano e scrollano il capo: «Non sa che piangere. Salvati, se è vero che sei l'Eletto!». I soldati: «E salvati, dunque! Incenerisci questa suburra della suburra! Sì! Suburra dell'Impero siete, giudei canaglie. Fàllo! Roma ti metterà in Campidoglio e ti adorerà come un nume! ». I sacerdoti coi loro compari: «Erano più dolci le braccia delle femmine di quelle della croce, non è vero? Ma, guarda, sono già lì pronte a riceverti le tue... (e dicono un termine infame). Ci hai tutta Gerusalemme a farti da pronuba». E fischiano come carrettieri. Altri lanciando dei sassi: «Muta questi in pane, Tu, moltiplicatore dei pani». Altri, scimmiottando gli osanna della domenica delle palme, lanciano dei rami e gridano: «Maledetto colui che viene in nome del Demonio! Maledetto il suo regno! Gloria a Sionne che lo recide di fra i vivi!». Un fariseo si piazza di fronte alla croce, e mostra il pugno facendo le corna e dice: «"Ti affido al Dio del Sinai", Tu dicesti? Ora il Dio del Sinai ti prepara al fuoco eterno. Perché non chiami Giona a renderti il buon servizio?». Un altro: «Non rovinare la croce con i colpi della tua testa. Deve servire per i tuoi seguaci. Una intera legione ne morirà sul tuo legno, te lo giuro su Jeové. E per primo ci metterò Lazzaro. Vedremo se Tu lo levi di morte, ora». «Sì! Si! Andiamo da Lazzaro. Inchiodiamolo dall'altro lato della croce», e pappagallescamente fanno la parlata lenta di Gesù dicendo: «Lazzaro, amico mio, vieni fuori! Slegatelo e lasciatelo andare!». «No! Diceva a Marta e Maria, le sue femmine: "Io sono la Risurrezione e la Vita". Ah! Ah! Ah! La Risurrezione non sa mandare indietro la morte, e la Vita muore!». «Ecco là Maria con Marta. Chiediamo dove è Lazzaro e andiamolo a cercare». E si fanno avanti, verso le donne, chiedendo arrogantemente: «Dove è Lazzaro? Al palazzo?». E Maria Maddalena, mentre le altre terrorizzate fuggono dietro i pastori, si fa avanti, ritrovando nel suo dolore la antica baldanza dei tempi di peccato, e dice: «Andate. Troverete già in palazzo i soldati di Roma e cinquecento armati delle mie terre, che vi castreranno come vecchi caproni destinati al pasto degli schiavi alle macine». «Sfrontata! Così parli ai sacerdoti?». «Sacrileghi! Turpi! Maledetti! Volgetevi! Alle spalle avete, io le vedo, le lingue delle fiamme infernali». I vili si volgono, veramente terrorizzati, tanto è sicura l'affermazione di Maria; ma, se non hanno le fiamme alle spalle, hanno alle reni le ben pontute lance romane. Perché Longino ha dato un ordine e la mezza centuria che era in riposo è entrata in fazione e punge alle natiche i primi che trova. Questi fuggono urlando e la mezza centuria resta a chiudere gli imbocchi delle due strade e a fare baluardo alla piazzuola. I giudei imprecano, ma Roma è la più forte. La Maddalena riabbassa il suo velo - se lo era alzato per parlare agli insultatori - e torna al suo posto. Le altre si riuniscono a lei. Ma il ladrone di sinistra continua gli insulti dalla sua croce. Pare si sia fatto il condensatore di tutte le bestemmie altrui e le snocciola tutte, terminando: «Salvati e salvaci, se vuoi che ti si creda. Il Cristo Tu? Un folle sei! Il mondo è dei furbi e Dio non c'è. Io ci sono. Questo è vero, e per me tutto è lecito. Dio?... Fola! Messa per tenerci quieti. Viva il nostro io! Lui solo è re e dio!». L'altro ladrone, che è a destra ed ha quasi ai piedi Maria, e la guarda quasi più che non guardi Cristo, e da qualche momento piange mormorando: «la madre», dice: «Taci. Non temi Dio neppure ora che soffri questa pena? Perché insulti chi è buono? É in un supplizio ancor più grande del nostro. E non ha fatto nulla di male». Ma il ladrone continua le sue imprecazioni. Gesù tace. Anelante per lo sforzo della posizione, per la febbre, per lo stato cardiaco e respiratorio, conseguenza della flagellazione subita in forma tanto violenta, e anche dell'angoscia profonda che gli aveva fatto sudar sangue, cerca trovare un sollievo, alleggerendo il peso che grava sui piedi, sospendendosi alle mani e facendo forza con le braccia. Forse lo fa anche per vincere un poco il crampo che già tormenta i piedi e che si tradisce con il tremito muscolare. Ma lo stesso tremore è nelle fibre delle braccia, che sono sforzate in quella posizione e devono essere gelate nelle loro estremità, perché poste più in alto e abbandonate dal sangue, che a fatica giunge ai polsi e poi ne geme dai buchi dei chiodi lasciando senza circolazione le dita. Specie quelle della sinistra sono già cadaveriche e stanno senza moto, ripiegate verso il palmo. Anche le dita dei piedi esprimono il loro tormento. Specie gli alluci, forse perché meno è leso il loro nervo, si alzano, si abbassano, si divaricano. Il tronco, poi, svela tutta la sua pena col suo movimento, che è veloce ma non profondo, ed affatica senza dare sollievo. Le coste, molto ampie e alte di loro, perché la struttura di questo Corpo è perfetta, sono ora dilatate oltre misura per la posizione assunta dal corpo e per l'edema polmonare che certo si è formato nell'interno. Eppure non servono ad alleggerire lo sforzo respiratorio, tanto che tutto l'addome aiuta col suo muoversi il diaframma, che sempre più si va paralizzando. E la congestione e l'asfissia aumentano di minuto in minuto, come lo indicano il colorito cianotico che sottolinea le labbra, di un rosso acceso dalla febbre, e le striature di un rosso violaceo, che spennellano il collo lungo le giugulari turgide e si allargano fino sulle guance, verso le orecchie e le tempie, mentre il naso è affilato e esangue, e gli occhi affondano in un cerchio che è livido dove è privo del sangue colato dalla corona. Sotto l'arco costale sinistro si vede l'urto propagato dalla punta cardiaca, irregolare, ma violento, e ogni tanto, per una convulsione interna, il diaframma ha un fremito profondo che si rivela da una distensione totale della pelle, per quanto può stendersi su quel povero Corpo ferito e morente. Il Volto ha già l'aspetto che vediamo nelle fotografie della Sindone, col naso deviato e gonfio da una parte; e anche il tenere l'occhio destro quasi chiuso, per il gonfiore che è da questo lato, aumenta la somiglianza. La bocca, invece, è aperta, con la sua ferita sul labbro superiore ormai ridotta ad una crosta. La sete, data dalla perdita di sangue, dalla febbre e dal sole, deve essere intensa, tanto che Egli, con mossa macchinale, beve le stille del suo sudore e del suo pianto, e anche quelle del sangue che scende dalla fronte fin sui baffi, e si bagna con queste la lingua... La corona di spine gli vieta di appoggiarsi al tronco della croce per aiutare la sospensione sulle braccia e alleggerire i piedi. Le reni e tutta la spina si arcua verso l'esterno, stando staccato dal tronco della croce dal bacino in su per forza di inerzia che fa pendere in avanti un corpo sospeso come era il suo. I giudei, respinti oltre la piazzuola, non cessano di insultare, e il ladrone impenitente fa eco. L'altro, che ora guarda con sempre maggiore pietà la Madre e piange, lo rimbecca aspramente quando sente che nell'insulto è compresa anche Lei. «Taci. Ricordati che sei nato da una donna. E pensa che le nostre han pianto per causa dei figli. E furono lacrime di vergogna... perché noi siamo delinquenti. Le nostre madri sono morte... Io vorrei poterle chiedere perdono... Ma lo potrò? Era una santa... L'ho uccisa col dolore che le davo... Io sono un peccatore... Chi mi perdona? Madre, in nome del tuo Figlio morente, prega per me». La Madre alza per un momento il suo viso straziato e lo guarda, questo sciagurato che attraverso al ricordo di sua madre e alla contemplazione della Madre va verso il pentimento, e pare lo carezzi col suo sguardo di colomba. Disma piange più forte. Cosa che scatena ancora di più gli schemi della folla e del compagno. La prima urla: «Bravo! Pigliati questa per madre. Così ha due figli delinquenti! ». E l'altro rincara: «Ti ama perché sei una copia minore del suo beneamato». Gesù parla per la prima volta: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!». Questa preghiera vince ogni timore in Disma. Osa guardare il Cristo e dice: «Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno. Io è giusto che qui soffra. Ma dammi misericordia e pace oltre la vita. Una volta ti ho sentito parlare e, folle, ho respinto la tua parola. Ora me ne pento. E dei miei peccati me ne pento davanti a Te, Figlio dell'Altissimo. Io credo che Tu venga da Dio. Io credo nel tuo potere. Io credo nella tua misericordia. Cristo, perdonami in nome di tua Madre e del tuo Padre santissimo». Gesù si volge e lo guarda con profonda pietà, ed ha un sorriso ancora bellissimo sulla povera bocca torturata. Dice: «Io te lo dico: oggi tu sarai meco in Paradiso». Il ladrone pentito si mette calmo e, non sapendo più le preghiere imparate da bambino, ripete come una giaculatoria: «Gesù Nazareno, re dei giudei, pietà di me; Gesù Nazareno, re dei giudei, io spero in Te; Gesù Nazareno, re dei giudei, io credo nella tua Divinità». L'altro continua nelle sue bestemmie.


Il cielo si fa sempre più fosco. Ora difficilmente le nubi si aprono per fare passare il sole. Ma anzi si accavallano a più e più strati plumbei, bianchi, verdognoli, si sormontano, si dipanano secondo i giuochi di un vento freddo, che a intervalli scorre il cielo e poi scende sulla terra e poi tace di nuovo, ed è quasi più sinistra l'aria quando tace, afosa e morta, di quando fischia tagliente e veloce. La luce, prima viva fin oltre misura, si va facendo verdastra. E i volti prendono bizzarri aspetti. I soldati, sotto i loro elmi e nelle loro corazze, prima lucenti ed ora divenute come appannate nella luce verdastra e sotto il cielo di cenere, mostrano i duri profili come scalpellati. I giudei, per la maggioranza bruni di pelle e capelli e barba, paiono degli annegati, tanto il loro volto si fa terreo. Le donne sembrano statue di neve azzurrastra per il pallore esangue che la luce accentua. Gesù sembra illividire sinistramente come per inizio di decomposizione, quasi fosse già morto. La testa gli comincia a pendere sul petto. Le forze mancano rapidamente. Trema, nonostante la febbre che lo arde. E nella sua debolezza mormora il nome che prima ha solo detto nel fondo del cuore: «Mamma!», «Mamma!». Lo mormora piano, come in un sospiro, quasi fosse già in un lieve delirio che gli impedisca di trattenere quanto la volontà vorrebbe trattenere. E Maria, ogni volta, ha un atto infrenabile di tendere le braccia come per soccorrerlo. E la gente crudele ride di questi spasimi di chi muore e di chi spasima. Salgono da capo sino a dietro i pastori, che però sono sulla piazzetta bassa, i sacerdoti e gli scribi. E poiché i soldati vorrebbero respingerli, reagiscono dicendo: «Ci stanno questi galilei? Ci stiamo anche noi, che dobbiamo verificare che giustizia sia fatta fino in fondo. E da lontano, in questa luce strana, non possiamo vedere». Infatti molti cominciano a impressionarsi della luce che sta fasciando il mondo, e qualcuno ha paura. Anche i soldati accennano al cielo e ad una specie di cono, che pare di lavagna tanto è cupo e che si leva come un pino da dietro una vetta. Sembra una tromba marina. Si alza, si alza e pare che generi nubi sempre più nere, quasi fosse un vulcano eruttante fumo e lava. É in questa luce crepuscolare e paurosa che Gesù dà a Maria Giovanni e a Giovanni Maria. Curva il capo, poiché la Madre si è fatta più sotto alla croce per vederlo meglio, e dice: «Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua Madre». Maria ha il volto ancor più sconvolto dopo questa parola che è il testamento del suo Gesù, che non ha nulla da dare alla Madre se non un uomo, Egli che per amore dell'Uomo la priva dell'Uomo-Dio, nato da Lei. Ma cerca, la povera Madre, di non piangere che mutamente, perché non può, non può non piangere... Le stille del pianto gemono nonostante ogni sforzo per trattenerle, anche se la bocca ha il suo straziato sorriso, fissato sulle labbra per Lui, per confortare Lui... Le sofferenze crescono sempre più. E la luce sempre più decresce. É in questa luce di fondo marino che emergono, da dietro dei giudei, Nicodemo e Giuseppe, e dicono: «Scansatevi! ». «Non si può. Che volete?», dicono i soldati. «Passare. Siamo amici del Cristo». Si voltano i capi dei sacerdoti. «Chi osa professarsi amico del ribelle?», dicono i sacerdoti sdegnati. E Giuseppe risoluto: «Io, nobile membro del Gran Consiglio, Giuseppe d'Arimatea, l'Anziano, e con me è Nicodemo, capo dei giudei». «Chi parteggia per il ribelle è ribelle». «E chi parteggia per gli assassini è assassino, Eleazaro di Anna. Ho vissuto da giusto. E ora vecchio sono e prossimo alla morte. Non voglio divenire ingiusto mentre già il Cielo su me discende e con esso il Giudice eterno». «E tu, Nicodemo! Mi meraviglio!». «Io pure. E di una cosa sola: che Israele sia tanto corrotto da non sapere più riconoscere Dio». «Mi fai ribrezzo». «Scansati, allora, e lasciami passare. Non chiedo che quello». «Per contaminarti più ancora?». «Se non mi sono contaminato a starvi presso, nulla più mi contamina. Soldato, a te la borsa e il segno di lasciapassare». E passa al decurione più vicino una borsa e una tavoletta cerata. Il decurione osserva e dice ai soldati: «Lasciate passare i due». E Giuseppe con Nicodemo si avvicinano ai pastori. Non so neppure se Gesù li veda in quella caligine sempre più fitta e con l'occhio che già si vela nell'agonia. Ma essi lo vedono e piangono senza rispetto umano, nonostante ora su di loro si avventino gli improperi sacerdotali. Le sofferenze sono sempre più forti. Il corpo ha i primi inarcamenti propri della tetania e ogni clamore di folla li esaspera. La morte delle fibre e dei nervi si estende dalle estremità torturate al tronco, rendendo sempre più difficoltoso il moto respiratorio, debole la contrazione diaframmatica e disordinato il movimento cardiaco. Il volto di Cristo passa alternativamente da vampe di rossore intensissimo a pallori verdastri di morente per dissanguamento. La bocca si muove con maggiore fatica, perché i nervi sovraffaticati del collo e del capo stesso, che hanno per decine di volte fatto da leva al corpo tutto puntandosi sulla sbarra trasversa della croce, propagano il crampo anche alle mascelle. La gola, enfiata dalle carotidi ingorgate, deve dolere ed estendere il suo edema alla lingua, che appare ingrossata e lenta nei movimenti. La schiena, anche nei momenti che le contrazioni tetanizzanti non la curvano ad arco completo dalla nuca alle anche, appoggiate come punti estremi al tronco della croce, si arcua sempre più in avanti, perché le membra divengono sempre più pesanti del peso delle carni morte. La gente vede poco e male queste cose, perché la luce è ormai di un cenere cupo, e solo chi è ai piedi della croce può vedere bene. Gesù si affloscia, un certo momento, tutto in avanti e in basso, come già morto; non ansa più, la testa gli pende inerte in avanti, il corpo dalle anche in su è tutto staccato facendo angolo con le braccia alla croce. Maria ha un grido: «É morto!». Un grido tragico che si propaga nell'aria nera. E Gesù appare realmente morto. Un altro grido femminile le risponde e nel gruppo delle donne vedo un tramestio. Poi una decina di persone si allontanano sostenendo qualche cosa. Ma non posso vedere chi si allontana così. É troppo poca la luce nebbiosa. Sembra di essere immersi in una nube di cenere vulcanica fittissima. «Non è possibile», urlano dei sacerdoti e dei giudei. «É una finta per farci andare via. Soldato, pungilo con la lancia. È una buona medicina per ridargli voce». E poiché i soldati non lo fanno, una scarica di pietre e di zolle di terra volano verso la croce, colpendo il Martire e ricadendo sulle corazze romane. Il farmaco, come ironicamente dicono i giudei, opera il prodigio. Certo qualche sasso ha colpito a segno, forse sulla ferita di una mano, o sul capo stesso, perché miravano in alto. Gesù ha un gemito pietoso e rinviene. Il torace torna a respirare con fatica e la testa a muoversi da destra a manca, cercando un luogo dove posarsi per soffrire meno, senza trovare altro che maggior pena. A gran fatica, puntandosi una volta ancora sui piedi torturati, trovando forza nella sua volontà, unicamente in quella, Gesù si irrigidisce sulla croce, torna eretto come fosse un sano nella sua forza completa, alza il volto guardando con occhi bene aperti il mondo steso ai suoi piedi, la città lontana, che appena si intravvede come un biancore incerto nella foschia, e il cielo nero dal quale ogni azzurro ed ogni ricordo di luce sono scomparsi. E a questo cielo chiuso, compatto, basso, simile ad una enorme lastra di lavagna scura, Egli grida a gran voce, vincendo con la forza della volontà, col bisogno dell'anima, l'ostacolo delle mascelle irrigidite, della lingua ingrossata, della gola edematica: «Eloi, Eloi, lamma scebacteni!» (io sento dire così). Deve sentirsi morire, e in un assoluto abbandono del Cielo, per confessare con tal voce l'abbandono paterno. La gente ride e lo scherza. Lo insulta: «Non sa che farne Dio di Te! I demoni sono maledetti da Dio!». Altri gridano: «Vediamo se Elia, che Egli chiama, viene a salvarlo». E altri: «Dategli un poco d'aceto, che si gargarizzi la gola. Fa bene alla voce! Elia o Dio, poiché è incerto ciò che il folle vuole, sono lontani... Ci vuol voce per farsi sentire!», e ridono come iene o come demoni. Ma nessun soldato dà l'aceto e nessuno viene dal Cielo per dare conforto. É l'agonia solitaria, totale, crudele, anche soprannaturalmente crudele, della Grande Vittima. Tornano le valanghe di dolore desolato che già l'avevano oppresso nel Getsemani. Tornano le onde dei peccati di tutto il mondo a percuotere il naufrago innocente, a sommergerlo nella loro amaritudine. Torna soprattutto la sensazione, più crocifiggente della croce stessa, più disperante di ogni tortura, che Dio ha abbandonato e che la preghiera non sale a Lui... Ed è il tormento finale. Quello che accelera la morte, perché spreme le ultime gocce di sangue dai pori, perché stritola le superstiti fibre del cuore, perché termina ciò che la prima cognizione di questo abbandono ha iniziato: la morte. Perché di questo per prima cosa è morto il mio Gesù, o Dio, che lo hai colpito per noi! Dopo il tuo abbandono, per il tuo abbandono, che diventa una creatura? O un folle, o un morto. Gesù non poteva divenire folle, perché la sua intelligenza era divina e, spirituale come è l'intelligenza, trionfava sopra il trauma totale del colpito da Dio. Divenne dunque un morto: il Morto, il santissimo Morto, l'innocentissimo Morto. Morto Lui che era la Vita. Ucciso dal tuo abbandono e dai nostri peccati. L'oscurità si fa ancora più fitta. Gerusalemme scompare del tutto. Lo stesso Calvario pare annullarsi nelle sue falde. Solo la cima è visibile, quasi che le tenebre la tengano alta a raccogliere l'unica e l'ultima superstite luce, posandola come per una offerta, col suo trofeo divino, su uno stagno di onice liquida, perché sia vista dall'amore e dall'odio. E dalla luce non più luce viene la voce lamentosa di Gesù: «Ho sete!». Vi è infatti un vento che asseta anche i sani. Un vento continuo, ora, violento, pieno di polvere, freddo, pauroso. Penso quale spasimo avrà dato col suo soffio violento ai polmoni, al cuore, alle fauci di Gesù, alle sue membra gelate, intormentite, ferite. Ma proprio tutto si è messo a torturare il Martire. Un soldato va ad un vaso dove i satelliti del boia hanno messo dell'aceto col fiele, perché col suo amaro aumenti la salivazione nei suppliziati. Prende la spugna immersa nel liquido, la infila su una canna sottile eppure rigida, che è già pronta lì presso, e porge la spugna al Morente. Gesù si tende avido verso la spugna che viene. Pare un infante affamato che cerchi il capezzolo materno. Maria, che vede e certo pensa questa cosa, geme, appoggiandosi a Giovanni: «Oh! ed io neppure una stilla di pianto gli posso dare... Oh! seno mio, ché non gemi latte? Oh! Dio, perché, perché così ci abbandoni? Un miracolo per la mia Creatura! Chi mi solleva per dissetarlo del mio sangue, posto che latte non ho?...». Gesù, che ha succhiato avidamente l'aspra e amara bevanda, torce il capo, avvelenato dal disgusto di essa. Deve, oltretutto, essere come del corrosivo sulle labbra ferite e spaccate. Si ritrae, si accascia, si abbandona. Tutto il peso del corpo piomba sui piedi e in avanti. Sono le estremità ferite quelle che soffrono la pena atroce dello slabbrarsi sotto il peso di un corpo che si abbandona. Non più un movimento per sollevare questo dolore. Dal bacino in su, tutto è staccato dal legno, e tale resta. La testa pende in avanti tanto pesantemente che il collo pare scavato in tre posti: al giugolo, completamente infossato, e di qua e di là dello sternocleidomastoideo. Il respiro è sempre più anelante, ma interciso. É già più un rantolo sincopato che un respiro. Ogni tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma lievemente rosata alle labbra. E le distanze fra una espirazione e l'altra diventano sempre più lunghe. L'addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti, ma faticosi, stentati... La paralisi polmonare si accentua sempre più. E sempre più fievole, tornando al lamento infantile del bambino, viene l'invocazione: «Mamma!». E la misera mormora: «Sì, tesoro, sono qui». E quando la vista che si vela gli fa dire: «Mamma, dove sei? Non ti vedo più. Anche tu mi abbandoni?», e non è neanche una parola, ma un mormorio che appena è udibile da chi più col cuore che con l'udito raccoglie ogni sospiro del Morente, Ella dice: «No, no, Figlio! Non ti abbandono io! Sentimi, caro... La Mamma è qui, qui è... e solo si tormenta di non poter venire dove Tu sei...». É uno strazio... E Giovanni piange liberamente. Gesù deve sentire quel pianto. Ma non dice niente. Penso che la morte imminente lo faccia parlare come in delirio e neppure sappia quanto dice e, purtroppo, neppure comprenda il conforto materno e l'amore del Prediletto. Longino - che inavvertitamente ha lasciato la sua posa di riposo, con le mani conserte sul petto e una gamba accavallata, ora una, ora l'altra, per dare sollievo alla lunga attesa in piedi, e ora invece è rigido sull'attenti, la mano sinistra sulla spada, la destra regolarmente tesa lungo il fianco, come fosse sui gradini del trono imperiale - non vuole commuoversi. Ma il suo volto si altera nello sforzo di vincere l'emozione, e gli occhi hanno un luccicore di pianto che solo la sua ferrea disciplina trattiene. Gli altri soldati, che giocavano a dadi, hanno smesso e si sono drizzati in piedi, rimettendosi gli elmi che avevano servito ad agitare i dadi, e stanno in gruppo presso la scaletta scavata nel tufo, silenziosi, attenti. Gli altri sono di servizio e non possono mutare posizione. Sembrano statue. Ma qualcuno dei più prossimi, e che sente le parole di Maria, mugola qualcosa fra le labbra e scrolla il capo. Un silenzio. Poi, netta nell'oscurità totale, la parola: «Tutto è compiuto!», e poi l'ansito sempre più rantoloso, con pause di silenzio fra un rantolo e l'altro, sempre più vaste. Il tempo scorre su questo ritmo angoscioso. La vita torna quando l'aria è rotta dall'anelito aspro del Morente... La vita cessa quando questo suono penoso non si ode più. Si soffre a sentirlo... si soffre a non sentirlo... Si dice: «Basta di questa sofferenza!», e si dice: «Oh! Dio! che non sia l'ultimo respiro». Le Marie piangono tutte, col capo contro il rialzo terroso. E si sente bene il loro pianto, perché tutta la folla ora tace di nuovo per raccogliere i rantoli del Morente. Ancora un silenzio. Poi, pronunciata con infinita dolcezza, con ardente preghiera, la supplica: «Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio!». Ancora un silenzio. Si fa lieve anche il rantolo. É appena un soffio limitato alle labbra e alla gola. Poi, ecco, l'ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione atroce, che pare voglia svellere il corpo infisso, coi tre chiodi, dal legno, sale per tre volte dai piedi al capo, scorre per tutti i poveri nervi torturati; solleva tre volte l'addome in una maniera anormale, poi lo lascia dopo averlo dilatato come per sconvolgimento dei visceri, ed esso ricade e si infossa come svuotato; alza, gonfia e contrae tanto fortemente il torace, che la pelle si infossa fra coste e coste che si tendono, apparendo sotto l'epidermide e riaprendo le ferite dei flagelli; fa rovesciare violentemente indietro, una, due, tre volte il capo, che percuote contro il legno, duramente; contrae in uno spasimo tutti i muscoli del volto, accentuando la deviazione della bocca a destra, fa spalancare e dilatare le palpebre sotto cui si vede roteare il globo oculare e apparire la sderotica. Il corpo si tende tutto; nell'ultima delle tre contrazioni è un arco teso, vibrante, tremendo a vedersi, e poi un grido potente, impensabile in quel corpo sfinito, si sprigiona, lacera l'aria, il «grande grido» di cui parlano i Vangeli e che è la prima parte della parola «Mamma»... E più nulla... La testa ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa, cessa il respiro. É spirato. La Terra risponde al grido dell'Ucciso con un boato pauroso. Sembra che da mille buccine dei giganti traggano un unico suono e su questo tremendo accordo ecco le note isolate, laceranti dei fulmini che rigano il cielo in tutti i sensi, cadendo sulla città, sul Tempio, sulla folla... Credo che ci saranno stati dei fulminati, perché la folla è colpita direttamente. I fulmini sono l'unica luce saltuaria che permetta di vedere. E poi subito, e mentre durano ancora le scariche delle saette, la terra si scuote in un turbine di vento ciclonico. Il terremoto e l'aeromoto si fondono per dare un apocalittico castigo ai bestemmiatori. La vetta del Golgota ondeggia e balla come un piatto in mano di un pazzo, nelle scosse sussultorie e ondulatorie che scuotono talmente le tre croci che sembra le debbano ribaltare. Longino, Giovanni, i soldati si abbrancano dove possono, come possono, per non cadere. Ma Giovanni, mentre con un braccio afferra la croce, con l'altro sostiene Maria che, e per il dolore e per il traballio, gli si è abbandonata sul cuore. Gli altri soldati, e specie quelli del lato che scoscende, si sono dovuti rifugiare al centro per non essere gettati giù dai dirupi. I ladroni urlano di terrore, la folla urla ancora di più e vorrebbe scappare. Ma non può. Cadono le persone l'una sull'altra, si pestano, precipitano nelle spaccature del suolo, si feriscono, rotolano giù per la china, impazziti. Per tre volte si ripete il terremoto e l'aeromoto, e poi si fa l'immobilità assoluta di un mondo morto. Solo dei lampi, ma senza tuono, rigano ancora il cielo e illuminano la scena dei giudei fuggenti in ogni senso, con le mani fra i capelli, o tese in avanti, o alzate al cielo, schernito fino allora e di cui ora hanno paura. La oscurità si tempera di un barlume di luce che, aiutato dal lampeggio silenzioso e magnetico, permette di vedere che molti restano al suolo, morti o svenuti, non so. Una casa arde nell'interno delle mura e le fiamme si alzano dritte nell'aria ferma, mettendo un punto di rosso fuoco sul verde cenere dell'atmosfera. Maria alza il capo dal petto di Giovanni e guarda il suo Gesù. Lo chiama, perché mal lo vede nella poca luce e coi suoi poveri occhi pieni di pianto. Tre volte lo chiama: «Gesù! Gesù! Gesù!». É la prima volta che lo chiama per nome da quando è sul Calvario. Infine, ad un lampo che fa come una corona sopra la vetta del Golgota, lo vede, immobile, tutto pendente in avanti, col capo talmente piegato in avanti, e a destra, da toccare con la guancia la spalla e col mento le coste, e comprende. Tende le mani che tremano nell'aria scura e grida: «Figlio mio! Figlio mio! Figlio mio!». Poi ascolta... Ha la bocca aperta, pare voglia ascoltare anche con quella, come ha dilatati gli occhi per vedere, per vedere... Non può credere che il suo Gesù non sia più... Giovanni, che anche lui ha guardato e ascoltato, ed ha compreso che tutto è finito, abbraccia Maria e cerca allontanarla dicendo: «Non soffre più». Ma, prima che l'apostolo termini la frase, Maria, che ha capito, si svincola, gira su se stessa, si curva ad arco verso il suolo, si porta le mani agli occhi e grida: «Non ho più Figlio!». E poi vacilla e cadrebbe se Giovanni non se la raccogliesse tutta sul cuore, e poi egli si siede, per terra, per sostenerla meglio sul suo petto, finché le Marie, non più trattenute dal cerchio superiore di armati - perché, ora che i giudei sono fuggiti, i romani si sono ammucchiati sulla piazzuola sottostante commentando l'accaduto - sostituiscono l'apostolo presso la Madre. La Maddalena si siede dove era Giovanni, e quasi si adagia Maria sui ginocchi, sostenendola fra le braccia e il suo petto, baciandola sul volto esangue, riverso sulla spalla pietosa. Marta e Susanna, con la spugna e un lino intrisi nell'aceto, le bagnano le tempie e le narici, mentre la cognata Maria le bacia le mani chiamandola con strazio, e appena Maria riapre gli occhi, e gira uno sguardo che il dolore rende come ebete, le dice: Figlia, figlia diletta, ascolta... dimmi che mi vedi... Sono la tua Maria... Non mi guardare così!...». E poiché il primo singhiozzo apre la gola di Maria e le prime lacrime cadono, ella, la buona Maria d'Alfeo, dice: «Sì, sì, piangi... Qui con me, come da una mamma, povera, santa figlia mia»; e quando si sente dire: «Oh! Maria! Maria! hai visto?», ella geme: «Sì, sì,... ma... ma... figlia... oh! figlia!...». Non trova più altro e piange, l'anziana Maria. Un pianto desolato, a cui fanno eco tutte le altre, ossia Marta e Maria, la madre di Giovanni e Susanna. Le altre pie donne non ci sono più. Penso siano andate via, e con esse i pastori, quando si udì quel grido femminile... I soldati parlottano fra di loro. «Hai visto i giudei? Ora avevano paura». «E si battevano il petto». «I più terrorizzati erano i sacerdoti!». «Che paura! Ho sentito altri terremoti. Ma come questo mai. Guarda: la terra è rimasta piena di fessure». «E lì è franato tutto un pezzo della via lunga». «E sotto ci sono dei corpi». «Lasciali! Tanti serpenti di meno». «Oh! un altro incendio! Nella campagna...». «Ma è morto proprio?». «E non vedi? Ne hai dubbi?». Spuntano da dietro la roccia Giuseppe e Nicodemo. Certo si erano rifugiati lì, dietro il riparo del monte, per salvarsi dai fulmini. Vanno da Longino. «Vogliamo il Cadavere». «Solo il Proconsole lo concede. Andate, e presto, perché ho sentito che i giudei vogliono andare al Pretorio ed ottenere il crucifragio. Non vorrei facessero sfregio». «Come lo sai?». «Rapporto dell'alfiere. Andate. Io attendo». I due si precipitano giù per la strada ripida e scompaiono. É qui che Longino si accosta a Giovanni e gli dice piano qualche parola che non afferro. Poi si fa dare da un soldato una lancia. Guarda le donne tutte intente a Maria, che riprende lentamente le forze. Esse hanno, tutte, le spalle alla croce. Longino si pone di fronte al Crocifisso, studia bene il colpo e poi lo vibra. La larga lancia penetra profondamente da sotto in su, da destra a sinistra. Giovanni, combattuto fra il desiderio di vedere e l'orrore di vedere, torce per un attimo il viso. «É fatto, amico», dice Longino e termina: «Meglio così. Come a un cavaliere. E senza spezzare ossa... Era veramente un Giusto!». Dalla ferita geme molt'acqua e un filino appena di sangue già tendente a raggrumarsi. Geme, ho detto. Non esce che filtrando dal taglio netto che rimane inerte, mentre, se vi fosse stato del respiro, si sarebbe aperto e chiuso nel moto toracico addominale... Mentre sul Calvario tutto resta in questo tragico aspetto, io raggiungo Giuseppe e Nicodemo che scendono per una scorciatoia per fare più presto. Sono quasi alla base quando si incontrano con Gamaliele. Un Gamaliele spettinato, senza copricapo, senza mantello, con la splendida veste sporca di terriccio e strappata dai rovi. Un Gamaliele che corre, salendo e ansando, con le mani nei capelli radi e molto brizzolati di uomo anziano. Si parlano senza fermarsi. «Gamaliele! Tu?». «Tu, Giuseppe? Lo lasci?». «Io no. Ma tu come qui? E così?...». «Cose tremende! Ero nel Tempio! Il segno! Il Tempio scardinato! Il velo di porpora e giacinto pende lacerato! Il Sancta Santorum è scoperto! Anatema è su noi!». Ha parlato continuando a correre verso la cima, reso pazzo dalla prova. I due lo guardano andare... si guardano... dicono insieme: «"Queste pietre fremeranno alle mie ultime parole!". Egli glielo aveva promesso!...». Affrettano la corsa verso la città. Per la campagna, fra il monte e le mura, e oltre, vagano, nell'aria ancora fosca, persone con aspetto di ebeti... Urli, pianti, lamenti... Chi dice: «Il suo Sangue ha piovuto fuoco!». Chi: «Fra i fulmini Geové è apparso a maledire il Tempio!». Chi geme: «I sepolcri! I sepolcri!». Giuseppe afferra uno che dà di cozzo la testa contro la muraglia e lo chiama a nome, tirandoselo dietro mentre entra in città: «Simone! Ma che vai dicendo?». «Lasciami! Un morto anche tu! Tutti i morti! Tutti fuori! E mi maledicono». «É impazzito», dice Nicodemo. Lo lasciano e trottano verso il Pretorio. La città è in preda del terrore. Gente che vaga battendosi il petto. Gente che fa un salto indietro o si volge spaventata sentendo dietro una voce o un passo. In uno dei tanti archivolti oscuri, l'apparizione di Nicodemo, vestito di lana bianca - perché, per fare più presto, si è levato sul Golgota il manto oscuro - fa dare un urlo di terrore ad un fariseo fuggente. Poi si accorge che è Nicodemo e gli si attacca al collo con una espansione strana, urlando: «Non mi maledire! Mia madre m'è apparsa e mi ha detto: "Sii maledetto in eterno!"», e poi si accascia al suolo gemendo: «Ho paura! Ho paura!». «Ma sono tutti folli!», dicono i due. É raggiunto il Pretorio. E solo qui, mentre attendono di essere ricevuti dal Proconsole, Giuseppe e Nicodemo riescono a sapere il perché di tanti terrori. Molti sepolcri si erano aperti sotto la scossa tellurica, e c'era chi giurava averne visto uscire gli scheletri, che per un attimo si ricomponevano con parvenza umana e andavano accusando i colpevoli del deicidio e maledicendoli. Li lascio nell'atrio del Pretorio, dove i due amici di Gesù entrano senza tante storie di stupidi ribrezzi e paure di contaminazioni, e torno sul Calvario, raggiungendo Gamaliele che sale, ormai sfinito, gli ultimi metri. Procede battendosi il petto e, quando giunge sulla prima delle due piazzuole, si butta bocconi, lunghezza bianca sul suolo giallastro, e geme: «Il segno! Il segno! Dimmi che mi perdoni! Un gemito, anche un gemito solo, per dirmi che mi odi e perdoni». Comprendo che lo crede ancora vivo. Né si ricrede altro che quando un soldato, urtandolo con l'asta, dice: «Alzati e taci. Non serve! Dovevi pensarci prima. E’ morto. E io, pagano, te lo dico: Costui, che voi avete crocifisso, era realmente il Figlio di Dio!». «Morto? Morto sei? Oh!...». Gamaliele alza il volto terrorizzato, cerca vedere fin lassù in cima, nella luce crepuscolare. Poco vede, ma quel tanto da capire che Gesù è morto lo vede. E vede il gruppo pietoso che conforta Maria, e Giovanni ritto alla sinistra della croce che piange, e Longino ritto a destra, solenne nella sua rispettosa postura. Si pone in ginocchio, tende le braccia e piange: «Eri Tu! Eri Tu! Non possiamo più avere perdono. Abbiamo chiesto il tuo Sangue su noi. Ed Esso grida al Cielo, e il Cielo ci maledice... Oh! Ma Tu eri la Misericordia!... Io ti dico, io, l'annientato rabbi di Giuda: "Il tuo Sangue su noi, per pietà". Aspergici con Esso! Perché solo Esso può impetrarci perdono...», piange. E poi, più piano, confessa la sua segreta tortura: «Ho il segno richiesto... Ma secoli e secoli di cecità spirituale stanno sulla mia vista interiore, e contro il mio volere di ora si drizza la voce del mio superbo pensiero di ieri... Pietà di me! Luce del mondo, nelle tenebre che non ti hanno compreso fa' scendere un tuo raggio! Sono il vecchio giudeo fedele a ciò che credevo giustizia ed era errore. Adesso sono una landa brulla, senza più alcuno degli antichi alberi della Fede antica, senza alcun seme o stelo della Fede nuova. Sono un arido deserto. Opera Tu il miracolo di far sorgere un fiore che abbia il tuo nome in questo povero cuore di vecchio israelita pervicace. In questo mio povero pensiero, prigioniero delle formule, penetra Tu, Liberatore. Isaia lo dice: "... pagò per i peccatori e prese su Sé i peccati di molti". Oh! anche il mio, Gesù Nazareno... Si alza. Guarda la croce che si fa sempre più nitida nella luce che rischiara e poi se ne va curvo, invecchiato, annichilito. E sul Calvario torna il silenzio, appena rotto dal pianto di Maria. I due ladroni, esausti dalla paura, non parlano più. Tornano in corsa Nicodemo e Giuseppe, dicendo che hanno il permesso di Pilato. Ma Longino, che non si fida troppo, manda un soldato a cavallo dal Proconsole per sapere come deve fare anche coi due ladroni. Il soldato va e torna al galoppo con l'ordine di consegnare Gesù e di compiere il crucifragio sugli altri, per volere dei giudei. Longino chiama i quattro boia, che sono vigliaccamente accoccolati sotto la rupe, ancora terrorizzati dell'accaduto, e ordina che i due ladroni siano finiti a colpi di dava. Cosa che avviene senza proteste per Disma, al quale il colpo di dava, sferrato al cuore dopo aver già percosso i ginocchi, spezza a metà fra le labbra, in un rantolo, il nome di Gesù. E con maledizioni orrende da parte dell'altro ladrone. Il loro rantolo è lugubre. I quattro carnefici vorrebbero anche occuparsi di Gesù, staccandolo dalla croce. Ma Giuseppe e Nicodemo non lo permettono. Anche Giuseppe si leva il mantello e dice a Giovanni di imitarlo e di tenere le scale mentre loro salgono con leve e tenaglie. Maria si alza tremante, sorretta dalle donne, e si accosta alla croce. Intanto i soldati, finito il loro compito, se ne vanno. E Longino, prima di scendere oltre la piazzuola inferiore, si volta dall'alto del suo morello a guardare Maria e il Crocifisso. Poi il rumore degli zoccoli suona sulle pietre e quello delle armi contro le corazze, e si allontana sempre più. Il palmo sinistro è schiodato. Il braccio cade lungo il Corpo, che ora pende semistaccato. Dicono a Giovanni di salire lui pure, lasciando le scale alle donne. E Giovanni, montato sulla scala dove prima era Nicodemo, si passa il braccio di Gesù intorno al collo e lo tiene così, tutto abbandonato sul suo òmero, abbracciato dal suo braccio alla vita e tenuto per la punta delle dita per non urtare l'orrendo squarcio della mano sinistra, che è quasi aperta. Quando i piedi sono schiodati, Giovanni fatica non poco a tenere e sostenere il Corpo del suo Maestro fra la croce e il suo corpo. Maria si pone già ai piedi della croce, seduta con le spalle alla stessa, pronta a ricevere il suo Gesù nel grembo. Ma schiodare il braccio destro è l'operazione più difficile. Nonostante ogni sforzo di Giovanni, il Corpo pende tutto in avanti e la testa del chiodo sprofonda nella carne. E, poiché non vorrebbero ferirlo di più, i due pietosi faticano molto. Finalmente il chiodo è afferrato dalla tenaglia e estratto piano piano. Giovanni tiene sempre Gesù per le ascelle, con la testa rovesciata sulla sua spalla, mentre Nicodemo e Giuseppe lo afferrano uno alle cosce, l'altro ai ginocchi, e cautamente scendono così dalle scale. Giunti a terra, vorrebbero adagiarlo sul lenzuolo che hanno steso sui loro mantelli. Ma Maria lo vuole. Si è aperta il manto, lasciandolo pendere da una parte, e sta con le ginocchia piuttosto aperte per fare cuna al suo Gesù. Mentre i discepoli girano per darle il Figlio, la testa coronata ricade all'indietro e le braccia pendono verso terra, e struscerebbero al suolo con le mani ferite se la pietà delle pie donne non le tenessero per impedirlo. Ora è in grembo alla Madre... E sembra uno stanco e grande bambino che dorma tutto raccolto sul seno materno. Maria lo tiene col braccio destro passato dietro le spalle del Figlio e il sinistro passato al disopra dell'addome per sorreggerlo alle anche. La testa è sulla spalla materna. E Lei lo chiama... lo chiama con voce di strazio. Poi se lo stacca dalla spalla e lo carezza con la sinistra, ne raccoglie e stende le mani e, prima di incrociarle sul grembo spento, le bacia, e piange sulle ferite. Poi carezza le guance, specie là dove è il livido e il gonfiore, bacia gli occhi infossati, la bocca rimasta lievemente storta a destra e socchiusa. Vorrebbe ravviargli i capelli, come gli ha ravviato la barba ingrommata di sangue. Ma nel farlo incontra le spine. Si punge per levare quella corona e non vuole farlo che Lei, con l'unica mano che ha libera, e respinge tutti dicendo: «No, no! Io! Io!», e pare abbia fra le dita il capo tenerello di un neonato, tanto va con delicatezza nel farlo. E quando può levare questa torturante corona, si curva a medicare tutti gli sgraffi delle spine con i baci. Con la mano tremante divide i capelli scomposti, li ravvia e piange, e parla piano piano, e asciuga con le dita le lacrime che cadono sulle povere carni gelide e sanguinose, e pensa di pulirle col pianto e col suo velo, che è ancora ai lombi di Gesù. E ne tira a sé una estremità, e con quella si dà a detergere ed asciugare le membra sante. E sempre torna in carezze sul volto, e poi sulle mani, e poi carezza le ginocchia contuse, e poi risale ad asciugare il Corpo, su cui cadono lacrime e lacrime. È nel fare questo che la sua mano incontra lo squarcio del costato. La piccola mano, coperta dal lino sottile, entra quasi tutta nell'ampia bocca della ferita. Maria si curva per vedere, nella semiluce che si è formata, e vede. Vede il petto aperto e il cuore di suo Figlio. Urla, allora. Sembra che una spada apra a Lei il cuore. Urla, e poi si rovescia sul Figlio e pare morta Lei pure. La soccorrono, la confortano. Le vogliono levare il Morto divino e, poiché Ella grida: «Dove, dove ti metterò, che sia sicuro e degno di Te?», Giuseppe, tutto curvo in un inchino riverente, la mano aperta appoggiata sul petto, dice: «Confortati, o Donna! Il mio sepolcro è nuovo e degno di un grande. Lo dono a Lui. E questo, Nicodemo, amico, già nel sepolcro ha portato gli aromi, ché egli questo vuole offrire di suo. Ma, te ne prego, poiché la sera si avvicina, lasciaci fare... È Parasceve. Sii buona, o Donna santa!». Anche Giovanni e le donne pregano in tal senso, e Maria si lascia levare dal grembo la sua Creatura, e si alza, affannosa, mentre lo avvolgono nel lenzuolo, pregando: «Oh! fate piano!». Nicodemo e Giovanni alle spalle, Giuseppe ai piedi, sollevano la Salma avvolta non solo nel lenzuolo, ma appoggiata anche sui mantelli che fanno da portantina, e si avviano giù per la via. Maria, sorretta dalla cognata e dalla Maddalena, seguita da Marta, Maria di Zebedeo e Susanna, che hanno raccolto i chiodi, le tenaglie, la corona, la spugna e la canna, scende verso il sepolcro. Sul Calvario restano le tre croci, di cui quella di centro è nuda e le due altre hanno il loro vivo trofeo che muore.